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10/02/2009 Il meglio di una storia (http://www.korazym.org)

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L'hanno conosciuta e l'hanno amata, così come era. Non hanno amato le belle foto della ragazza solare e sorridente, come in assoluta buona fede abbiamo fatto tutti, anche noi, ma hanno amato lei nella sua condizione più fragile e delicata, nel suo essere indifesa, volubile, delicata. L'hanno presa con loro e ogni giorno, per lunghissimi anni, le hanno parlato, l'hanno pulita, lavata, vestita, curata, accarezzata. Con tutta la fatica che ci vuole. Hanno fatto in modo che intorno a Eluana continuasse a manifestarsi amore, cura, affetto. Tutto questo tutti i giorni: non un solo momento di pausa, non un solo momento di riposo. Loro stavano là, con Eluana: amata di un amore misterioso e intenso, quello che racconta della grande dignità di ogni essere umano, a maggior ragione se fragile e debole.

 

 

Nella serata della morte di Eluana Englaro, a Lecco le suore Misericordine della clinica Beato Luigi Talamoni hanno pianto. E con le lacrime hanno scelto la strada della preghiera e del silenzio. Non hanno partecipato al momento di preghiera organizzato nella basilica di San Nicolò, situata a poche decine di metri da loro, ma hanno preferito pregare nella riservatezza della cappella della clinica lecchese. E hanno recitato il rosario. Al Senato, in quegli stessi minuti, urla, boati, insulti, fischi. Nella cappella della clinica che è stata a lungo la casa di Eluana Englaro, riflessione, dolore, silenzio e preghiera.

Sono il meglio, loro, di tutta questa storia. Il meglio è il loro amore, la loro dedizione, la loro cura, la loro fede. una fede in Dio e una fede nell'essere umano, nella sua grande e straordinaria grandezza, nel senso del rispetto, della condivisione, del sacrificio. Non una parola fuori posto, non un cedimento in tutte queste settimane al rito mediatico che intorno a quella ragazza si è consumato. Loro erano ancora disposte ad accudirla in ogni istante, a riprenderla con loro per prendersene cura fino a che non sarebbe sopraggiunta la morte. La morte naturale.

E invece no. Eluana è morta altrove, e di naturale quella morte ha poco. Ma nella durezza e nella crudezza di quanto accaduto, nella terribile considerazione che qualcosa di indegno si è consumato, insieme al pensiero di lei, Eluana, porta conforto il pensiero di quelle povere, umili, quasi insignificanti suore. Capaci di portare amore e di testimoniarlo nel silenzio e nella presenza. Fateci aggrappare allora alla consapevolezza e alla speranza - speranza squisitamente cristiana - che il male trionfa solamente in apparenza, e che anche di fronte a quanto accaduto non manca la testimonianza di un amore che sa riconoscere, anche nelle piaghe della sofferenza e della apparente inutilità, la grandezza di ogni essere umano. Molti non comprenderanno, molti rideranno o ironizzeranno su queste parole e su queste righe: non importa. Il Dio dei cristiani è un Dio sofferente che muore in croce, non è un Dio sfolgorante che scende dalla croce o che si risveglia da uno stato vegetativo durato 17 anni. Quello cristiano è un Dio che muore e poi risorge, e si fa rivedere vivo solamente agli amici. Non si prende rivincite umane, il Dio cristiano: si "limita" a fare una cosa. Lui risorge. Lo fa anche oggi, nella macabra quiete di una clinica italiana.

09/02/2009 L'ultimo atto: Eluana è morta (Red, http://www.korazym.org)

Eluana è morta. Si è spenta alle 20,10, a quattro giorni dal ricovero alla casa di riposo "La Quiete" di Udine, dove era stata trasferita per l'avvio del processo di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione che la tenevano in vita. La situazione di Eluana Englaro è rimasta stabile fino al primo pomeriggio, dopodiché sarebbe avvenuto un improvviso peggioramento che ha condotto la donna alla morte.

09/02/2009 Il peggio di una storia

Ed eccoci davanti il peggio. Sotto ogni punto di vista. Ad una persona viva, in stato vegetativo, privata dell’idratazione e dell'alimentazione: in una clinica, sotto l’occhio di personale sanitario, di medici e infermieri, ha chiuso gli occhi per sempre. Non è morta per una malattia, ma per non essere stata assistita, perché così è stato chiesto e così qualcuno ha deciso. Non è stata fermata la respirazione artificiale, per il semplice fatto che Eluana Englaro respirava autonomamente. 



Sulla sua storia, una babele di parole e di opinioni, fino al deprimente spettacolo di uno scontro inusitato fra il governo e il presidente della Repubblica, con Parlamento e magistratura lì a partecipare e assistere. E i soliti continui richiami all’ingerenza vaticana negli affari dello Stato italiano. Avrebbe meritato miglior sorte, Eluana Englaro. Avrebbe meritato altro, che non questo groviglio di posizioni che da anni e sempre di più negli ultimi mesi e settimane si è avvitato intorno alla sua vita e alla sua condizione.


Le ragioni addotte dal governo per intervenire, compresa l’evidente presenza di un requisito di necessità e urgenza derivante dalla condizione attuale della cittadina Eluana, paiono ragionevoli, così come d’altro canto inusitati e improvvidi sono sembrati i toni con i quali il presidente del Consiglio ha pubblicamente attaccato la posizione del capo dello Stato spostando la vicenda sul piano dello scontro frontale. La portata delle argomentazioni avrebbe meritato un ben altro stile di confronto. Lo scontro, diventato da tempo anche politico, rischia ormai di essere vissuto solamente come tale: la vicenda Englaro come una delle tante sulle quali la politica dibatte ogni giorno. Una vera amarezza. E ora l’iter parlamentare. Una legge in tre giorni: non si è praticamente mai visto. E non è servito a niente.

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