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12/12/2008 L' ultimo reality: morire in tv (Rosa Ana De Santis, http://altrenotizie.org)

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Craig Ewert, 59 anni, malato di sclerosi laterale amiotrofica, finisce i suoi ultimi istanti di vita ripreso da una telecamera. Fissa sul suo viso a seguire la scena mentre beve con una cannuccia potenti barbiturici e strappa con i denti il polmone artificiale. Succede così che nel piccolo schermo basta trovare il canale giusto e nel palinsesto dei programmi ci viene riservato uno spazio per il racconto di una morte in diretta. Consumata a freddo, confezionata con un titolo, drammatizzata nei contorni di un film. Trasmette Sky. La programmazione di quanto accaduto nel settembre 2006 coincide con la sentenza britannica del “non luogo a procedere” per i genitori di Daniel James, paralizzato e aiutato a morire nella stessa clinica svizzera. Si potrebberoo rintracciare, nelle motivazioni di una scelta così forte, una sorta di volontà formativa, di educazione civica ad approcci all’esistenza umana che appaiono terribilmente sul confine, controversi nella drammaticità di ogni ragionamento morale che voglia indagarli nel profondo.

Il regista Zaritsky non vede la sussistenza di un problema se c’è la volontà del suicida ad essere filmato. E nella dinamica della liceità non c’è. Il fatto che fa sussultare gli occhi è altrove. E’ dentro. E’ la violazione dell’intimità. Il trasferimento in pubblico di un fatto così terribilmente privato, anche quando avviene onorando la volontà di chi la vive, porta comunque con sé l’ombra dolorosa di un’invasione. Affilata, quieta persino, eppure troppo grande per essere osservata in modo indolore. Una sofferenza prolungata che vuole spegnersi e il cerchio degli affetti più cari sul punto estremo di quella vita vengono incastrati, congelati per sempre in una ripresa televisiva che deruba a quel momento dell’esistenza ogni sacro ritiro su di sé.

Perché siamo abituati a vedere reality su tutto. La quotidianità indagata con dovizia di particolari in ogni suo lato. Amori e sentimenti sbattuti dietro le telecamere, veri eppure film. La commistione diabolica dei reality non ha poi tolto realtà alle cose che accadono, ma le ha date in pasto alla platea, ha abolito le difese del privato, ha tolto i confini e il pudore. In una parola ha banalizzato. E se su questo possiamo tirare fuori commenti di disapprovazione o al più di distacco, sulla morte di una persona, su un atto irrimediabile e cosi alto, nella sua profondità di contenuto, forse si può dire che non si fa, che non serve. Che il dolore spettacolarizzato è diseducativo e punto. Che toglie rispetto, che segue le onde più sbagliate per portare avanti le battaglie più giuste.

Pensiamo all’Italia e al dibattito di fuoco che ha generato il caso Englaro. Di Eluana non abbiamo visto una ruga di oggi, non un suo sguardo, non un profilo del suo viso, del suo sonno lunghissimo. Eppure, vederla trasformata dal peso di una sorte tanto ingrata, avrebbe potuto convincere molti, i più emotivi, quelli che vengono persuasi più dalle lacrime televisive che non da una disamina lucida della questione. Suo padre invece sceglie le sue foto più normali, quelle che potrebbero essere di mille altre ragazze come lei era in quegli anni. E’ la scelta di proteggere quel dolore privato, di non utilizzare scorciatoie, di non lasciare nuda di fronte a tutti l’esistenza già colpita di una giovane donna.

Perché se pure abbreviasse il corso di un epilogo tanto atteso, non si fa. Perché in fondo non ce n’è stato bisogno per pensare e provare a sentire cosa possa significare quello stato in cui si perde tutto fino a sé stessi. Perché ci ha raggiunti la necessità di pensare a quella condizione di vita senza vedere una sola immagine. Ma il rischio più grande che corre una morte in tv non è quello di essere giudicata. Né vorremmo incorrere nella tentazione di farlo. Piuttosto di essere ridotta per necessità. Per essere vista, osservata da tutti, dovrà essere necessariamente ristretta, adeguata alla platea di chi entrerà in quello spazio non avendo alcuna contezza di quei sentimenti e di quei legami. Nessuna registrazione sarà mai fedele a quell’evento e ciò che non vedremo di quell’addio, forse a quell’addio sarà stato tolto per sempre.

Spiegato, raccontato, visibile a tutti, è faticoso capire cosa ne è rimasto per lui e per la sua amata moglie. Lì dove la vita termina, che arrivino le credenza religiose, la certezza del nulla o la più pallida delle speranze, quel punto lì non può essere visto. E’ nascosto a tutti, persino a chi ti stringe la mano mentre vai via. Viene in mente la lezione di un grande maestro di poesia: Neruda. Diceva chiaro che ogni cosa, specialmente la più intima, spiegata troppo e troppe volte sarebbe diventata normale, forse banale. Assolutamente incapace di destare un sussulto dentro. In passato morivano in una dimensione pubblica e corale gli eroi. Morivano al cospetto di testimoni i martiri. Questo era il profilo delle morti pubbliche. Raccontate dal sublime dell’epica o dall’arte degli affreschi nelle prime basiliche.

L’uomo dell’Occidente ha imparato a riconoscere la vita come fatto privato, anche quando entra nella dimensione di pubblico interesse. Tutto va ricondotto sempre alla domanda esistenziale su di sé e sulla cifra della propria esistenza. Dalla lezione di Socrate alla religione cristiana, l’uomo si è scoperto in una deliziosa solitudine esistenziale. Così abbiamo imparato a morire soli. Circondati dagli affetti privati. Ma la strada è ancora lunga. Oggi la contaminazione tra scienza ed etica sta vivendo su questo filo, sottile ma spinato, la prova più grande. Consegnare all’uomo tutta la sua morte. Tentando di non abdicare più consenso o divieto ai paradigmi della fede, o alla legge dello Stato. La fonte iniziale e autosufficiente sta tutta nel valore che ciascuno dà alla propria vita, alla sofferenza e alla dignità. Il criterio non è l’uomo, ma ogni uomo.

E questa trama infinita di significati, rimandi e percorsi siamo sicuri rimanga ben nascosta nella pellicola che riprende il commiato di Craig. E’ quasi sicuro che avremmo imparato di più leggendo una memoria, vedendo un film sulla sua storia, anche solo leggendo la notizia della sua scelta. Senza entrare in quella stanza, senza accendere la tv. Senza l’ingenuità di credere che una telecamera spiegherà meglio cosa sia entrare in quella notte.

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