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01/10/2006 La Vita, la Sofferenza e un Pregiudizio (http://www.korazym.org)

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    Si parla di eutanasia e aborto terapeutico, dividendo il campo tra difensori della dignità umana e masochisti amanti della sofferenza. Eppure, non può essere il solo dolore il termine di confronto. Lecito andare un po' più in profondità?

    I temi della vita sono tornati al centro della scena pubblica. Nell’arco di pochi giorni ci si è confrontati con la posizione di Piergiorgio Welby sull’eutanasia e con l’appello del papa contro l’aborto terapeutico (“Anche la vita handicappata – ha detto - è altrettanto di valore e voluta da Dio”). Il termine e l’inizio della vita di fronte alla sfida della sofferenza: situazioni complesse che chiamano in gioco l’etica, ma anche diversi approcci culturali e religiosi, le convinzioni di chi considera la vita un bene indisponibile a prescindere, di chi pensa che in fondo è giusto porre fine alle sofferenze e addirittura prevenirle prima della nascita, di chi mette al primo posto il diritto di scegliere sempre e comunque.

    In questo campo, le posizioni sono inconciliabili, eppure in molte occasioni, oltre all’asprezza del confronto, c’è il rischio di arenarsi su un problema di metodo. Quello di non far partire la discussione dalle motivazioni profonde o dai grandi dilemmi etici, ma semplicemente dalla sofferenza degli individui. Si crea un presupposto perverso, secondo cui chi è contrario all’eutanasia o all’aborto terapeutico sia una persona che in fondo ama il dolore proprio e altrui, sminuisca il disagio di un malato terminale, gioisca all’idea di mettere al mondo, come spesso si dice, un “infelice”. La conseguenza di tutto ciò è un Maurizio Costanzo qualunque che nel suo programma pomeridiano, liquidando con sufficienza le posizioni a difesa della vita, non sa usare altri argomenti se non la frase: “Ma avete visto la sofferenza di quest’uomo?”.

    Complimenti. Chi si aspettava un salto di qualità dialettica ancora una volta è rimasto deluso. È un esempio come tanti, per ribadire l’assurdità di certi pregiudizi, affibbiati soprattutto al cattolicesimo, a questa Chiesa così retrograda che continua a difendere imperterrita la vita di chi è inchiodato su un letto e, orrore, anche “la vita handicappata”. Peccato che ci si ostini a non cogliere i veri termini della questione. E cioè che la sofferenza è una sfida terribile sia per un cristiano che per un ateo, così come è difficile accogliere inizialmente un figlio malato. Tuttavia, è la prospettiva ad essere diversa, perchè un credente sa che la malattia fa parte del mistero della vita umana e pur sentendosi mancare il respiro, sa di confrontarsi con un Dio che ha sofferto per primo.

    In un contesto simile, la vita diventa il dono più prezioso da difendere, perché c’è un senso ultimo o quantomeno la consapevolezza che di fronte a qualcosa di grande si può solo fare un passo indietro. È la stessa forza di chi magari non crede, ma riesce ad attaccarsi ugualmente alla vita, trovando forza nell’affetto dei familiari, nella dignità di una terapia contro il dolore, nella scelta ultima di rifiutare ogni forma di accanimento terapeutico.

    Dovrebbero essere questi i termini del confronto, senza dividere il campo tra difensori della dignità umana e masochisti, amanti della sofferenza fine a se stessa. Non è infatti questo il problema: più importante chiedersi se è davvero una sciocchezza credere che la vita meriti sempre di essere vissuta, anche quando non se ne coglie il senso.


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