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  • 18/04/2008  Per approfondire /4 Dignità umana al centro: i pontefici alle Nazioni Unite (Mattia Bianchi,  http://www.korazym.org)

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    È forte il legame tra la Santa Sede e le Nazioni Unite, invocate a più riprese dai pontefici come strumento di garanzia. E se in passato non sono mancati scontri sui temi della natalità, è indubbio che l'Onu rappresenti un riferimento morale sulle questioni della pace e dello sviluppo. Presente dal 2 aprile 1964 con lo statuto di “Osservatore Permanente”, la Santa Sede può partecipare ai lavori dell’assemblea generale con un suo nunzio (attualmente è l’arcivescovo Celestino Migliore) nella stessa misura degli Stati membri, anche se non ha diritto di voto e di presentare candidature. Quanto basta per far sentire la propria voce e difendere i valori cristiani nel principale consesso delle Nazioni. Lo statuto di Osservatore Permanente della Santa Sede è stato confermato e meglio precisato il 1° luglio 2004: una presenza che, ha spiegato Benedetto XVI, deve essere inquadrata “nell’unica passione per la dignità dell’uomo, quella stessa passione che ispira costantemente l’azione della Santa Sede presso le diverse istanze internazionali”.

    Ed è sempre questa la finalità degli interventi dei pontefici all’Assemblea generale. Benedetto XVI è il terzo papa accolto nel Palazzo di Vetro, in occasione del 60mo anniversario della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Prima di lui, Paolo VI (il 4 ottobre del 1965) e Giovanni Paolo II, invitato due volte (il 2 ottobre 1979 e il 5 ottobre 1995). La visita di Benedetto XVI avviene però in un contesto nuovo che vede rappresentate quasi tutte le Nazioni del mondo. Se, infatti, gli Stati membri erano 117 nel 1965, 152 nel 1979 e 185 nel 1995, oggi la cifra è salita a 192: il papa potrà quindi parlare realmente al mondo intero. Un discorso atteso che aggiungerà nuovi spunti ai contenuti sviscerati già dai predecessori.


    Il logo delle Nazioni Unite

    LA VISITA DI PAOLO VI. Papa Montini arrivò alle Nazioni Unite portando il saluto del Concilio ecumenico Vaticano II e chiarendo subito la dimensione spirituale dell’azione della Chiesa. A parlare, disse, è “un uomo come voi”, rivestito “d'una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale”. “Non abbiamo, infatti, alcuna cosa da chiedere, - spiegò - nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore”.

    Paolo VI ricordò che la Chiesa, insieme a tutti i cristiani, è portatrice “di un messaggio per tutta l'umanità”, in obbedienza all’invito di Gesù a portare la buona novella a tutte le genti. E ora, chiarì il pontefice, “siete voi, che rappresentate tutte le genti”. La Chiesa parla come “esperta in umanità” e a nome “dei morti e dei vivi”: “dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso”.

    Da qui, la convinzione che i rapporti tra i popoli dovessero essere “regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall'inganno”. In questo, l’Onu può essere “un ponte fra i Popoli”, una rete chiamata ad “affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli”. Un impegno da vivere anche nelle relazioni internazionali, all’insegna dell’umiltà e dell’uguaglianza. A seguire, l’appello contro la guerra e per “l'educazione dell'umanità alla pace”.

    “Se volete essere fratelli, - fu il monito del papa - lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”. Nelle parole del papa, la riaffermazione della sacralità della vita e del rispetto della dignità, nella consapevolezza che “il Dio vivente è il Padre di tutti gli uomini”.


    Paolo VI alle Nazioni Unite
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    LA PRIMA VISITA DI GIOVANNI PAOLO II. Papa Wojtyla parlò per la prima volta all’Assemblea generale il 2 ottobre del 1979, a meno di un anno dall’elezione al soglio pontificio. Anche Giovanni Paolo II spiegò che la sovranità della Santa Sede è motivata dall’esigenza per il papato “di esercitare con piena libertà la sua missione”. Seguì una riflessione sul legame tra Chiesa e Nazioni Unite, considerate “un eloquente e promettente segno dei nostri tempi”. In piena Guerra Fredda, il papa ricordò che chi rappresenta uno Stato, in realtà rappresenta “uomini concreti, comunità e popoli”, “con la loro soggettività e dignità di persona umana, con una propria cultura, con esperienze e aspirazioni, tensioni e sofferenze proprie, e con legittime aspettative”: è la centralità dell’uomo che caratterizzerà tutto il magistero dei successivi 27 anni. Papa Wojtyla ricordò poi la II Guerra mondiale e i campi di sterminio, per “dimostrare da quali dolorose esperienze e sofferenze di milioni di persone è sorta la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che è stata posta come ispirazione di base, come pietra angolare dell’Organizzazione delle Nazioni Unite”. E ancora: “Se le verità e i principi contenuti in questo documento venissero dimenticati, trascurati, perdendo la genuina evidenza di cui rifulgevano al momento della nascita dolorosa, allora la nobile finalità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite potrebbe trovarsi di fronte alla minaccia di una nuova rovina”.

    Il papa lanciò poi un nuovo appello contro la corsa agli armamenti, richiamando lo sviluppo e la pace come bene superiore agli interessi di parte. E parlando di dignità umana, ricordò alcuni diritti: “il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona; il diritto all’alimentazione, all’abbigliamento, all’alloggio, alla salute, al riposo e agli svaghi; il diritto alla libertà di espressione, all’educazione e alla cultura; il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione e il diritto a manifestare la propria religione, individualmente o in comune, tanto in privato che in pubblico; il diritto di scegliere il proprio stato di vita, di fondare una famiglia e di godere di tutte le condizioni necessarie alla vita familiare; il diritto alla proprietà e al lavoro, a condizioni eque di lavoro e ad un giusto salario; il diritto di riunione e di associazione; il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna; il diritto alla nazionalità e alla residenza; il diritto alla partecipazione politica e il diritto alla libera scelta del sistema politico del popolo al quale si appartiene”.

    Aspetti che non possono prescindere dai valori spirituali, a cui spetta il primato, dal momento “che i beni materiali hanno una capacità non certo illimitata di soddisfare i bisogni dell’uomo”. Ma come garantire l’affermazione dei diritti dell’uomo? Il papa mette in guardia dalle tensioni economiche, invita a costruire una mentalità umanistica e non materialistica, condanna la povertà e la miseria, ma anche “le diverse forme di ingiustizia nel campo dello spirito” e quindi la violazione della libertà religiosa. “Si può infatti ferire l’uomo nella sua interiore relazione alla verità, - disse - nella sua coscienza, nelle sue convinzioni più personali, nella sua concezione del mondo, nella sua fede religiosa, così come nella sfera delle cosiddette libertà civili”. Il discorso si chiuse con l’invito a difendere l’infanzia e la vita sin dal concepimento.


    Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite

    LA SECONDA VISITA DI GIOVANNI PAOLO II. Papa Wojtyla intervenne all’Assemblea generale anche nel 1995, in occasione dei 50 anni della fondazione dell’Onu. Contesto internazionale mutato, ma uguali sfide. Il papa ricorda la “straordinaria e globale accelerazione” della “ricerca di libertà”. Il riferimento è alla caduta del muro di Berlino, ai processi di emancipazione di uomini e Stati, al “potere dei non potenti”: “Le rivoluzioni non violente del 1989 hanno dimostrato che la ricerca della libertà è un'esigenza insopprimibile, che scaturisce dal riconoscimento dell'inestimabile dignità e valore della persona umana, e non può non accompagnarsi all'impegno in suo favore”. Il ragionamento è comunque più ampio, perché la libertà è un valore universale. “Sotto tale profilo, - spiegava il papa - è motivo di seria preoccupazione il fatto che oggi alcuni neghino l'universalità dei diritti umani, così come negano che vi sia una natura umana condivisa da tutti. Certo, non vi è un unico modello di organizzazione politica ed economica della libertà umana, poiché culture differenti ed esperienze storiche diverse danno origine, in una società libera e responsabile, a differenti forme istituzionali. Ma una cosa è affermare un legittimo pluralismo di "forme di libertà", ed altra cosa è negare qualsiasi universalità o intelligibilità alla natura dell'uomo o all'esperienza umana”.

    In questa prospettiva, continuò il papa, manca un o strumento sui “diritti delle Nazioni e dei Popoli”, uno strumento per arrivare al “pieno riconoscimento dei diritti dei popoli e delle nazioni”. Mettendo in guardia dai particolarisimi etnico culturali e dai nazionalismi (cosa ben diversa dal giusto patriottismo), il pontefice invocò il rispetto delle differenze e ricordò che “qualsiasi cultura è uno sforzo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell'uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio”.

    Ne consegue la richiesta di tutelare la libertà religiosa, ma anche di affrontare alcune urgenze sociali, a partire dal divario Nord-Sud. Il papa parla di una nuova “etica della solidarietà”, riscoprendo il concetto di “famiglia delle nazioni”, grazie al quale “i membri più deboli sono, proprio per la loro debolezza, sono doppiamente accolti e serviti”. “Solo a questa condizione si avrà il superamento non soltanto delle "guerre guerreggiate", - continuava Giovanni Paolo II - ma anche delle "guerre fredde"; non solo l'eguaglianza di diritto tra tutti i popoli, ma anche la loro attiva partecipazione alla costruzione di un futuro migliore; non solo il rispetto delle singole identità culturali, ma la loro piena valorizzazione, come ricchezza comune del patrimonio culturale dell'umanità”.

    È l’idea stessa di civiltà dell’amore. Per riconquistare la speranza e la fiducia, così come l’ottimismo. “Non dobbiamo avere timore del futuro. Non dobbiamo avere paura dell'uomo”, disse il papa, spiegando che “ogni singola persona è stata creata ad "immagine e somiglianza" di Colui che è l'origine di tutto ciò che esiste. Abbiamo in noi la capacità di sapienza e di virtù”. E per i cristiani, la speranza si fonda su Gesù: una fede che “non ci spinge all'intolleranza, al contrario ci obbliga a intrattenere con gli altri uomini un dialogo rispettoso”. “L'amore per Cristo non ci sottrae all'interesse per gli altri, ma piuttosto ci invita a preoccuparci di loro, senza escludere nessuno, e privilegiando semmai i più deboli e sofferenti”.

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