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  • 16/04/2008  Per approfondire /2 Le relazioni tra Stati Uniti e Santa Sede: un po' di storia (Mattia Bianchi, http://www.korazym.org)

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    Dal primo vescovo nel 1788 ai rapporti di oggi. Nella giornata dell'incontro tra Bush e Benedetto XVI, un excursus nelle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti: storia di oltre due secoli di alti e bassi, fino allo scambio di ambasciatori nel 1984.

    Era il 1788 quando papa Pio VI nominò il gesuita John Carroll primo vescovo cattolico degli Stati Uniti d'America. Il pontefice lo aveva scelto dopo aver preso contatti con le nuove autorità dello Stato, attraverso il diplomatico Benjamin Franklin. Secca la risposta del presidente George Washington: Pio VI avrebbe potuto nominare qualunque vescovo, dal momento che la rivoluzione americana faceva propria la libertà, a cominciare da quella religiosa. E' il modello positivo di laicità che Benedetto XVI ha ricordato ieri durante il suo viaggio, sebbene per molto tempo, la sfera religiosa (della Chiesa) e quella diplomatica (della Santa Sede) siano rimastre nettamente distinte.

    Per avere uno scambio vero e proprio di ambasciatori si sarebbe dovuto aspettare altri 196 anni, fino al 1984, con la decisione di Giovanni Paolo II e del presidente Ronald Reagan di realizzare piene relazioni diplomatiche. Uno stato di cose creatosi per ragioni di opportunità: da una parte, lo status particolare della Chiesa cattolica, religione ma anche organismo con una propria sovranità, dall'altra, la paura delle amministrazioni americane di compromettere il rispetto di tutte le confessioni, senza dimenticare le polemiche antipapiste che hanno segnato parte della storia del Paese. Basti pensare che nel 1928, la candidatura cattolica del Partito Democratico alle presidenziali (il governatore di New York, Al Smith), fu bollata come papista, con lo spettro degli Stati Uniti, governati addirittura dal Vaticano.

    In ogni caso, i rapporti tra Usa e Santa Sede non si sono mai interrotti e il papa ha avuto sempre la possibilità di un confronto con i rappresentanti dei presidenti. Nel 1848, Jakob L. Martin diventò primo chargé d'affaires alla Corte del papa, a cui seguì Lewis Cass Jr. In questo clima, nel 1849, papa Pio IX fu il primo papa a mettere piede sul suolo americano, ospite della fregata "USS Constitution", nei pressi di Gaeta. Negli anni successivi, si registrarono fasi alterne: nel 1867, il Congresso decise la sospensione dei finanziamenti alla missione diplomatica a Roma, anche se la collaborazione non venne mai meno.

    Una situazione che si intensificò nel '900, specie sotto il presidente Roosevelt che nel 1939 inviò in Vaticano un suo rappresentante personale, Myron C. Taylor. Abile diplomatico e mediatore negli anni della seconda guerra mondiale, Taylor rimase in carica fino al 1950, sostituito poi dal generale Mark W. Clark, nominato dal nuovo presidente Truman. L'idea era quella di conferire a Clark l'incarico di ambasciatore straordinario e plenipotenziario, ma l'ipotesi fu contestata dall'opinione pubblica e dalle altre confessioni religiose presenti in America. Relazioni ufficiali con la Santa Sede, era il ragionamento di molti, sarebbero state incoerenti con quanto sancisce la costituzione, ovvero il divieto di "istituzionalizzare una religione". Truman ricevette oltre mille lettere di protesta e tornò sui suoi passi: nel 1952, Clark ritirò la sua candidatura e al suo posto non fu scelto nessun altro. Con l'elezione del cattolico John Kennedy, nel 1961, la questione tornò al centro dell'attenzione, ma anche in questo caso, il presidente decise di non stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede, a tal punto da non inviare nemmeno un rappresentante americano all'apertura del Concilio Vaticano II del 1962. Il clima cambiò con la presidenza Nixon nel 1970 e la nomina di Henry Cabot Lodge, come inviato speciale presso la Santa Sede: una linea confermata anche dal presidente Carter.

    Il successore repubblicano, Ronald Reagan, portò invece a compimento il cammino iniziato nel 1788. Consapevole del ruolo della Santa Sede e, soprattutto, di un papa polacco nel contesto della Guerra Fredda, nel 1984 il presidente optò per piene relazioni diplomatiche, nominando William Wilson, suo amico personale, primo ambasciatore presso la Santa Sede. La decisione suscitò forti polemiche, specie dai gruppi religiosi protestanti, che impugnarono la decisione di fronte alla Corte federale. La querela, tuttavia, fu respinta e la Corte confermò il diritto costituzionale del presidente di prendere decisioni nel campo delle relazioni internazionali.

    Negli anni '80 i rapporti tra Santa Sede e Usa furono buoni, specie nella fase di transizione legata alla crisi del comunismo e al nuovo corso di Gorbaciov. Diversa l'atmosfera degli anni '90, a cominciare dalla prima guerra in Iraq, condannata dal papa, fino ad arrivare agli scontri con l'amministrazione Clinton, sulle politiche per la natalità. Nel 1994, durante la Conferenza dell'Onu sulla popolazione e lo sviluppo del Cairo, la Santa Sede guidò il fronte contro gli Stati Uniti che rivendicava l'accesso generale all'interruzione di gravidanza per il controllo delle nascite. Gli attentati dell'11 settembre 2001 rappresentano un ulteriore spartiacque: la Santa Sede fu vicina all'America colpita nel proprio cuore, ma condannò senza mezzi termini la guerra in Iraq del 2003. Oggi si assiste ad un fase di distensione, anche se pesa l'incognita delle prossime presidenziali, da cui dipenderanno in gran parte le scelte politiche e strategiche della potenza americana per i prossimi anni.

    Il 29 febbraio scorso, incontrando la nuova ambasciatrice presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, il papa ha invitato gli Usa a diventare esempio per le nazioni più giovani nell’ordine sociale. Oggi, aveva detto, l’obiettivo della riconciliazione tra diversità, la visione comune, la solidarietà dovuta alla maggiore interdipendenza tra i popoli, sono alcune delle sfide che l’umanità deve affrontare. Ma è certo che "il futuro dell’umanità non può dipendere solo da compromessi politici". Per il pontefice è necessario un profondo consenso di base. "Sono fiducioso che il vostro Paese, fondato sulla verità evidente che il Creatore ha dotato ogni essere umano di alcuni diritti inalienabili – spiegava il papa - continuerà a trovare nei principi della legge morale comune" una "guida sicura per esercitare la sua leadership in seno alla comunità internazionale". La richiesta è chiara: impegnarsi ad essere guida "etica" nel consesso internazionale.

    http://www.korazym.org
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