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  • 12/05/2007  Brasile. Interviste e testimonianze. Mario: fuori dalla droga, dentro la vita (Sara Bauducco, http://www.korazym.org)

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    Un giovane argentino racconta a Korazym.org la fatica di uscire dal tunnel della droga e la gioia di ritrovare il senso della vita spesa per gli altri alla luce dell’amore di Dio: una storia che si svela nello spirito della Fazenda da Esperança.

    Dal nostro inviato.

    GUARANTIGUETA' - Durante la visita del papa alla Fazenda da Esperança fondata da padre Hans Stapel nel 1979 per sostenere e portare a nuova vita i dipendenti da droga e alcol, si sono ritrovati centinaia di ospiti e volontari delle comunità sparse in tutta l’America Latina e qualcuno anche dall’Europa per testimoniare “un bene” che si espande senza confini. Nel settore dedicato ai cappellini gialli abbiamo incontrato un giovane che con entusiasmo ha voluto raccontare la sua rinascita dopo anni di tossicodipendenza. Mario Amaria è un 34enne argentino di Buenos Aires: entrato nella Fazenda da Esperança nel 2005 al termine di un anno di recupero dalla droga è tornato a casa, ma proprio pochi giorni fa ha deciso di rientrare nella “famiglia Speranza” come volontario: “E’ difficile vivere fuori la comunità dopo che si è provato lo spirito della Fazenda – commenta osservando le centinaia di ragazzi con cappellino giallo che come lui sono andati a Guaratinguetà per ascoltare il messaggio di Benedetto XVI sabato 12 maggio.

    Mario si è drogato per 17 anni, pur continuando a lavorare come cuoco: “Ho iniziato senza un vero motivo, ho semplicemente provato e poi ne sono diventato schiavo – racconta il volontario, ora residente nella comunità paraguayana di la Paloma – Qualcuno dice che ho buttato 17 anni della mia vita, ma io credo che siano stati proprio quelli a farmi arrivare fin qui incontrando la Fazenda: a volte la vita dona gioia e rinnovata vita attraverso il dolore”. Mario non riusciva ad ammettere di aver bisogno di aiuto, di avere un problema: “Mio padre e la mia famiglia hanno cercato di aiutarmi per dieci anni, ma io ogni volta rispondevo di no e rifiutavo qualsiasi situazione”.

    La svolta è arrivata in una forma che ancora oggi il giovane non riesce a spiegarsi: “Mi sentivo stanco ed ho semplicemente deciso di partire per il Paraguay, là ho dei parenti, ma non saprei dire perché sono andato proprio li: ho mollato tutto: famiglia, lavoro e ragazza – riprende Mario – E’ stata mia cugina a parlarmi della Fazenda: raccontandomene mi ha detto che avrei dovuto amare Gesù: a quel punto ho detto di sì, era il momento giusto perché ne avevo bisogno”.

    Un episodio in particolare ha influenzato la vita di Mario e continua a farlo, la morte della madre: “E’ successo quando avevo 18 anni, questo di sicuro mi ha indebolito ancora di più – prosegue il giovane - Quando sono entrato in Fazenda ho visto mia madre, sapevo che era con me: ho passato una notte intera a piangere ed ho continuato ancora per alcuni giorni; alla fine però mi sono sentito leggero”. Mario crede sia stato proprio l’amore della madre a guidarlo verso il Paraguay: “Dopo poche settimane si cambia. Lo noto anche da volontario nei ragazzi a cui sto vicino adesso: quando entrano si chiedono perché noi diamo loro delle cose gratuitamente con il sorriso e si sentono confusi per questo, ma poi comprendono che è l’amore a muovere tutto”.

    Quale è il segreto del metodo di recupero della “Famiglia Speranza”? “Dipende da Dio: è lui che agisce sulle persone, i volontari e il personale possono solo collaborare con Lui e mettere a disposizione le loro capacità secondo il suo disegno”. Davanti a sé, Mario ha solo una certezza: “Dio mi ama e io voglio aiutare chi si trova nella stessa condizione che ho passato io – sintetizza il giovane - Chi torna in Fazenda dopo il recupero non può scegliere in quale comunità andare, ma gliene viene indicata una dove i suoi talenti possono essere di aiuto: questo perché si impara a vivere per gli altri”. La Fazenda diventa una famiglia per chi vi entra: “Ogni anno a Natale tutte le comunità, compatibilmente con le possibilità, si ritrovano qui a Guaratinguetà per stare insieme a padre Hans – accenna infine Mario – Anche nella quotidianità tutto quello che si ottiene dal lavoro viene messo in comune: è così che ci si sostiene: per esempio, se mi dicessero di andare in Germania tutta la comunità lavora per pagarmi il biglietto”.

    Al termine del racconto, proprio durante l’arrivo del papa sul palco e i canti di benvenuto della folla che si alzava in piedi per vedere il pontefice, Mario si è inginocchiato e tra le lacrime ha ringraziato il Signore per il dono della vita, chiedendogli di continuare a guidarlo nel cammino. Infine, sorridendo, ha esclamato: “La bontà di Dio si manifesta anche attraverso incontri inattesi e io spero di essere un piccolo segno della Sua luce per qualcun altro”. Infine, un abbraccio, che ha raccolto anche il nostri grazie a Dio e a Mario per la sua condivisione.

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