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  • 07/04/2007 La Pasqua nel mondo, fra tradizioni e nuove sfide (Daniele Lorenzi, http://www.korazym.org)

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    I cattolici festeggiano ovunque l’evento centrale della loro fede, quest’anno in contemporanea con i loro cugini ortodossi. Da Mosca a Gerusalemme, dall’estremo oriente alla lontana America, una festa fra gioia e sofferenza

    Lo scorso anno la Pasqua cattolica si celebrava negli stessi giorni di quella ebraica; stavolta, invece, la coincidenza di date non avviene solo con i fratelli ebrei, ma anche con i cugini ortodossi, che festeggiano la loro Pasqua in contemporanea a quella cattolica. E così, l’occasione serve anche alla causa ecumenica, e non solo ai rapporti fra i fedeli cattolici e ortodossi nei paesi in cui le due confessioni sono presenti con numeri significativi, ma anche riguardo ai rapporti fra le Chiese. In particolare, il faticoso rapporto fra Roma e Mosca, con il disgelo che va avanti e dà segnali inequivocabili con il messaggio inviato dal patriarca della Chiesa ortodossa russa Alessio II a papa Benedetto XVI: “Dal profondo dell'anima, mi congratulo con voi in occasione delle gioiose feste pasquali, augurandovi la benedizione della pace, buona salute e il sostegno del Salvatore”. Alessio II celebrerà la messa di Pasqua nella chiesa del Cristo Salvatore a Mosca, alla presenza di numerosi esponenti governativi.

    GERUSALEMME. La contemporaneità della Pasqua ortodossa e cattolica si è avvertita in misura massiccia a Gerusalemme, dove i luoghi santi hanno visto l’arrivo, quest’anno, di un gran numero di pellegrini, assai maggiore rispetto a quello dello scorso anno. Le cronache parlano di alberghi e case religiose letteralmente esaurite in ogni ordine di posti, così come affollate sono stati e sono ancora le principali basiliche e i luoghi teatro degli eventi commemorati nella Pasqua. Il tutto grazie anche alla collaborazione delle autorità israeliane, che hanno reso possibile l’afflusso di almeno 9mila pellegrini dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, aggiuntisi alle migliaia di persone già arrivate in città per partecipare ai vari riti, attentamente scadenzati secondo una turnazione ben precisa.

    “Se devo essere sincero” – ha confessato il custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa all’agenzia Asianews – “da un punto di vista strettamente, pratico, la differenza di data fra cattolici e ortodossi è molto comoda: meno pellegrini, meno traffico, celebrazioni al Santo Sepolcro svolte con maggiore tranquillità”. Non quest’anno però: ma – precisa Pizzaballa – “dal punto di vista umano e spirituale è molto bello che tutti siano in festa, piacevolmente agitati”. Il riferimento al “traffico” e alla tranquillità è naturale se si osserva la situazione dei luoghi santi.

    Alla chiesa del Santo Sepolcro, ad esempio, tutti i riti e l’uso stessa della struttura seguono con rigida precisione le regole del cosiddetto “status quo”, creato alla fine del ‘700 sotto l’impero ottomano. E così, le liturgie delle varie confessioni religiose si alternano secondo una separazione che porta però anche – paradossalmente – alla possibilità di una maggiore conoscenza reciproca. Già durante la settimana santa, ad esempio, la Messa in Coena Domini era stata celebrata al mattino del giovedì, includendo sia la lavanda dei piedi sia la benedizione degli olii per gli infermi e i catecumeni e la consacrazione del crisma: la grande veglia pasquale, poi, prevista dalle regole stabilite per la mattina del sabato santo, è stata celebrata dunque con diverse ore di anticipo rispetto al resto della Chiesa cattolica.

    Chiaro il messaggio rivolto dai patriarchi e dai capi della Chiese locali di Gerusalemme guidati dal patriarca latino mons. Michel Sabbah a tutti i fedeli: “Celebrando la Risurrezione dobbiamo essere diligenti nel cercare la luce e nel costruire un futuro migliore per tutti noi, palestinesi e israeliani, musulmani, ebrei cristiani e drusi: cerchiamo la luce che viene da Dio, illumina la Creazione, guida ogni vero credente nella sua ricerca, aiutandolo a trovare la libertà di Dio per tutto il suo popolo, insieme con la Sua pace e giustizia”. E con questo anche la preghiera a Dio “per il nuovo governo di Unità dei Palestinesi, per il Governo israeliano e per l’iniziativa dei paesi arabi, perchè possano lavorare per eliminare paura e oppressione, i muri, le barriere e le prigioni, cosicchè i cuori possano diventare pieni di fiducia e possano gioire della stessa libertà e della stessa dignità”. Dai capi religiosi anche l’auspicio che venga messo fine all’embargo sugli aiuti ai palestinesi, le cui comunità locali sono ricordate sulla soglia della disperazione, della fame e della miseria.

    VIETNAM. Ma anche in altre zone del pianeta la Pasqua ha portato riflessioni, consolazioni, gioia. Come in Vietnam, dove soprattutto le minoranze montagnard vedono violata la propria libertà di religione, pur garantita dalla legge statale. In una corrispondenza dell’agenzia Asianews è stato ricordato come, con il pretesto di permettere ad alcuni villaggi di celebrare la messa di Pasqua, le attività dei cattolici siano state sottoposte a ferrei controlli, mentre la propaganda continua a definire la Chiesa come una forza ostile al paese. E ciò nonostante la diocesi di Kontum (situata negli altipiani centrali del paese, con un milione e 600mila abitanti, 300mila dei quali cattolici) sia stata visitata nel marzo scorso da una delegazione della Santa Sede recatasi sul posto poco più di un mese dopo la visita del primo ministro vietnamita Nguyên Tân Dung in Vaticano, dove il 25 gennaio scorso ha incontrato il papa ed esponenti della Segretaria di Stato. Un disgelo non immediato, che ancora vede esempi di carcerazione e condanne penali nei confronti dei sacerdoti cattolici ma che fa sperare per il futuro, in presenza peraltro di una vera e propria fioritura del messaggio cristiano, che si espande nel paese nonostante l’approccio niente affatto morbido delle autorità locali.

    MALAYSIA. Manifestazioni pubbliche anche in Malaysia, dove le chiese cattoliche si battono per la libertà religiose e in modo particolare perché non venga imposto il giudizio delle Corti della svaria alle comunità non musulmane (così come prevede la Costituzione). In questi giorni, e fino al 13 aprile, dunque, è in atto una campagna di preghiera nazionale partecipata anche da gruppi buddisti, induisti, taoisti e sikh, che vede nella giornata di Pasqua il momento culminante della pacifica mobilitazione cattolica: la Conferenza Episcopale malaysiana ha fatto sapere che in questo giorno viene “accesa una candela a simboleggiare che la libertà religiosa, venuta al mondo con la Crocifissione e la Resurrezione di Cristo, brillerà di nuovo nel nostro Paese”.

    IRAQ E GUATEMALA. Ma ovunque la Pasqua acquista significati particolari: in Iraq, naturalmente, dove gli 800mila cattolici caldei rappresentano l’80% dei cristiani iracheni, e dove alla libertà nella celebrazione dei riti fa scudo la situazione anomala creata dalla completa mancanza di sicurezza che impone di concentrare le celebrazioni nelle ore mattutine per evitare le ore di coprifuoco serale. Ma anche nelle zone sulle quali meno si concentra l’attenzione dei grandi media internazionali, in questo e in altri continenti. Un esempio, quello del Guatemala: i vescovi del paese latinoamericano hanno rivolto la loro attenzione alla sofferenza e al calvario delle “migliaia di persone che camminano con sogni e illusioni in cerca di una vita migliore”, ricordando che “Gesù cammina oggi con gli emarginati, con gli ultimi della storia e con i migranti, che sono i più vulnerabili”. “Cristo” – scrivono nella loro lettera pastorale per la Pasqua – ““illumina quelli che lottano a favore della vita, dei diritti umani e della dignità di tutti gli esseri umani, e ci invita a lottare per costruire un Regno di pace, amore, giustizia e libertà, come vera espressione di spiritualità solidale che nasce dalla Croce”. Non solo l’aspetto spirituale, dunque, in questa Pasqua, ma anche concretezza di vita, con la richiesta alle istituzioni dell’ascolto “di quanti soffrono la disgregazione familiare per le eccessive deportazioni massicce”: l’obiettivo deve essere quello di “riconoscere alla persona dell’emigrante, il diritto alla cittadinanza universale per il semplice e fondamentale fatto di essere membro della famiglia umana, partecipe della società mondiale, con diritto a occupare uno spazio degno e a contribuire con la sua presenza e il suo lavoro al bene comune”. Abbattimento delle barriere del pregiudizio e della discriminazione, dunque, sull’esempio stesso di Gesù “che sperimentò la migrazione e che dalla sua incarnazione visse nella pratica i valori del Regno e con la sua morte sulla Croce e la Resurrezione ha fatto di molti un solo popolo”.

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