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  • 19/03/2007 Il muro di Casal del Marmo: cemento e protocollo (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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    La voglia di un contatto diretto, i rigidi limiti imposti dal cerimoniale: anche la visita al carcere minorile di Roma non ha fatto eccezione. Incontri intensi, ma fulminei, sullo sfondo di una comune e impossibile volontà a fare di più.

    ROMA – Per arrivare a Casal del Marmo, devi percorrere un lungo viale verde. Campagna a destra, campagna a sinistra. Alberi, erba, colline verdi. Un carcere non è mai un posto qualunque ma questo per di più non sorge nemmeno in un posto qualunque. La separazione con il resto della città è netta, visibile, fisica: dietro ti lasci la frenesia, la via Trionfale con il suo traffico meno animato del solito in questa domenica mattina, e uno dei più grandi ospedali della capitale, il San Filippo Neri; davanti hai solo “Casal del Marmo”, solo il carcere dei ragazzini. Perché il viale finisce proprio lì, al cancello d’ingresso, e non c’è una sola via laterale, una sola alternativa. Il viale alberato è una strada senza uscita. Una strada che ti butta “dentro”.

    Fuori hanno tagliato l’erba, fino a pochi giorni fa eccessivamente alta ai lati della strada; dentro, hanno fatto diventare perfino elegante l’ampio spazio verde fra la palazzina degli uffici amministrativi, la chiesa e la struttura dedicata alle attività di svago, il teatro e la palestra. Sono spariti i gatti, le siepi sono curate e nel prato un piccolo fossato di pochi passi – quattro o cinque metri, poco più di una pozzanghera in tempi di normalità – fa addirittura da laghetto artificiale, con l’acqua azzurra e un elegante ponticello in legno che sembra fatto apposta per far divertire bambini in età d’asilo. Qua dentro però non ce ne sono. Non di solito, almeno, perché in questo giorno invece ci sono. Anche se poi hanno altro a cui pensare, e il laghetto artificiale resta comunque abbandonato a se stesso. Sono qui con genitori, nonni e parenti tutti, perché l’occasione è di quelle che si segnano sul calendario: per loro e soprattutto per quei loro fratelli e sorelle maggiori che al di qua dell’alto e gelido muro di cemento che circonda l’intera struttura ci vivono. Giorno e notte.

    In visite come queste, c’è sempre qualcosa di artificiale e molto di ingessato. Il rigido cerimoniale vaticano lascia poco all’immaginazione e alla stessa volontà dell’illustre ospite. Ci sono le autorità, i cardinali, i vescovi, i ministri e i sottosegretari. Ci sono naturalmente i direttori e gli operatori, i responsabili e i lavoratori che giornalmente qui compiono il loro dovere. Ci sono i volontari, ci sono anche i familiari, e finalmente poi ci sono loro, i cinquanta ragazzi che sono dentro e ci rimarranno anche al termine di questa strana domenica. I filtri sono imperanti, precedono ogni cosa, comandano. Decidono cosa si fa, dove, quando e forse perfino perché. Quando il papa arriva, i ragazzi di Casal del Marmo sono già in chiesa, ai loro posti. Telecamere e taccuini sono impegnati a cogliere il saluto del cardinale vicario e del ministro della Giustizia, e ancor più forse il fitto parlare che i due, Ruini e Mastella, hanno messo in scena per ingannare l’attesa. Questo papa insomma i ragazzi lo vedono quando arriva sull’altare, a dire messa. Lui, Benedetto XVI, lascia totalmente da parte il testo scritto e si giudica libero di parlare a braccio, in modo più semplice e più diretto. Come l’omelia di un parroco. Sarebbe stato troppo, il contrario.

    Parla dell’illusione della “libertà dal carcere delle discipline e delle regole”, di “voglia di fare tutto ciò che piace”, di libertà apparente; e parla di libertà vera, del “trampolino di lancio” per ritrovare il binario giusto, per “ripartire” e per “ricominciare”. Perchè “gli errori che commettiamo, anche se grandi, non intaccano l'amore che Dio prova per gli uomini”. Anche i canti, per una volta, parlano di semplici chitarre e melodie non troppo sofisticate, e al microfono cinque giovani possono leggere le preghiere prima dell’offertorio. Piccoli momenti da protagonisti, in diretta tv e con il volto sfocato, la voce ferma o solcata dalla paura di sbagliare. Con mamme e papà, fratellini che corrono e scappano, vecchie nonne con il vestito della festa a guardarli – loro che non hanno trovato posto nella chiesetta – dallo schermo acceso nella sala del teatro: per l’occasione l’hanno lavata, risistemata, riverniciata di rosso. La visita papale ha portato anche questi piccoli guadagni.

    L’incontro vero, quello a tu per tu con i ragazzi, avviene nella palestra del carcere. Due tabelloni senza canestro (un campo da basket completo è poco più in là, all’aperto) e nessun attrezzo: non una palla, non una sbarra, non un bastone, non un peso. Troppo pericolosi, qua dentro. E’ un saluto rapido, uno per uno: qualche secondo appena, un concentrato rapido di quelli – appena più lunghi – vissuti poco prima dal ragazzo che a nome di tutti gli altri lo aveva salutato: “Siamo rimasti di stucco quando ci hanno detto che saresti venuto a trovarci: non pensavamo che una persona come te venisse qui. Abbiamo commesso tanti sbagli” , aveva ammesso ricordando però che “in tante situazioni non eravamo noi ma erano altri che ci spingevano a fare tante cose”. “Ma il prezzo è elevato” aveva concluso: “Siamo costretti a stare chiusi e soffriamo molto, speriamo che tu ci possa capire e quando usciremo da qui potremo dare una svolta alla nostra vita”.

    Un rapido saluto è davvero troppo poco: è quasi impotente il papa, ma se non altro lo nota: “Il tempo è stato poco ma troveremo, forse, un’altra occasione”. Sarà difficile. Il protocollo, no, è come un muro: non si fa comandare e non si fa scavalcare. Non lo ha fatto due mesi fa con i poveri della mensa della Caritas a Colle Oppio e non lo ha fatto con i giovani detenuti di Casal del Marmo. Dove però un grande muro, alto, anonimo e gelido, già c’era. Smuovere questi appuntamenti, renderli meno rigidi, lasciar spazio alla spontaneità, alla naturalezza, perfino al rischio dell’imperfezione, contribuirebbe a renderli più veri, a far risaltare l’umanità del rapporto personale, del confronto, dell’incontro. A buttar giù almeno i muri che possono essere sconfitti.

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