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  • 02/02/2007 “Salute riproduttiva”, e la Santa Sede non firma la Convenzione sui diritti delle persone disabili (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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    Notizia già nota da tempo e ieri confermata ufficialmente dalla sala stampa: il Vaticano non sottoscriverà il primo grande trattato internazionale del terzo millennio. La frattura è tutta in campo bioetico. I dettagli e i precedenti…

    ROMA – Non firma: la Santa Sede non aderisce alla Convenzione Onu sulla protezione dei diritti e della dignità delle persone disabili, il documento approvato lo scorso 13 dicembre dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo del terzo millennio in tema di diritti umani. Non lo fa per tre parole, solo tre parole: “sexual & reproductive health”, e per tutto ciò che è nascosto dietro quelle parole, dietro la formula di “salute sessuale e riproduttiva”.

    La notizia era nota da tempo, esattamente dal dicembre 2006, quando l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu (mons. Migliore) intervenne al palazzo di vetro di New York annunciando il “no” vaticano. Ieri mattina è arrivata la conferma con la pubblicazione di una dichiarazione da parte della sala stampa della Santa Sede. Come afferma il comunicato, alla base della decisione vaticana di non apporre la propria firma c’è l’inserimento in due articoli del testo approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riferimenti alla “salute riproduttiva”, definiti come “inaccettabili”. Il comunicato vaticano prima ricorda che “sin dall’inizio dei lavori, nel luglio 2002, la Santa Sede ha partecipato attivamente alla redazione del documento, collaborando all’inserimento di espliciti riferimenti al rispetto del diritto alla vita e al riconoscimento del ruolo della famiglia nella vita delle persone disabili” e che poi prosegue affermando che “tuttavia nella tappa finale dei lavori sono stati introdotti, agli articoli 23 e 25, inaccettabili riferimenti alla ‘salute riproduttiva’. “Per tali motivi, la Santa Sede ha deciso di non aderire alla nuova Convenzione”, si conclude.

    La locuzione “salute sessuale e riproduttiva” è contenuta in particolare nell’articolo 25 della Convenzione, che riconosce alle persone con disabilità il diritto a godere del più alto livello di salute potenzialmente raggiungibile, senza alcuna discriminazione: a tale scopo vengono approntate “misure appropriate per assicurare l'accesso dei disabili ai servizi sanitari" garantendo “lo stesso livello e la stessa qualità" dei servizi sanitari offerti alle altre persone, siano essi gratuiti o a pagamento, e compresi quelli inseriti "nell'area della salute sessuale e riproduttiva". E’ solo un accenno, un inciso all'interno di un testo molto lungo e complesso, che però fa la differenza.

    Mons. Celestino Migliore nel mese di dicembre dichiarò inaccettabile il fatto che la disabilità del bambino non ancora nato potesse essere considerata come “una precondizione per offrire o ricorrere all'aborto”. “E’ sicuramente tragico” – disse Migliore leggendo un testo che è stato ora pubblicato, nell'originale in lingua inglese, dalla sala stampa della Santa Sede – “che la stessa Convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da qualsiasi discriminazione nell'esercizio dei propri diritti, possa essere usata per negare il vero diritto basilare alla vita per le persone disabili ancora non nate". "In alcuni Paesi – continuò l’osservatore vaticano all’Onu – “i servizi di salute riproduttiva includono l'aborto, negando così l'intrinseco diritto alla vita di ogni essere umano, affermato nell'articolo 10 della stessa Convenzione”.

    Questione di coerenza dunque, che fa passare in secondo piano l’importanza indiscussa e indiscutibile di una Convenzione dedicata alle persone disabili, adottata con voto favorevole di 192 paesi e che si propone di proteggere e garantire il rispetto completo dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone disabili, tutelando al contempo la loro dignità. Entrerà in vigore quando sarà stata ratificata da almeno venti paesi. La Convenzione sarà aperta alla firma degli stati membri a partire dal prossimo 30 marzo 2007.

    Non è una novità assoluta che la Santa Sede esprima parere negativo a documenti approvati a grande maggioranza dall’Onu, e quasi sempre in questi casi il fossato si misura sui temi della bioetica. Già nel 1994, in occasione della Conferenza del Cairo, la delegazione vaticana rilasciò una dichiarazione ufficiale per esprimere le riserve della Chiesa cattolica alla "ideologia della salute riproduttiva": la volontà della Santa Sede è sempre stata quella di rintuzzare i tentativi di sancire in ambito internazionale la legittimità dell'interruzione di gravidanza come mezzo di controllo delle nascite e come diritto soggettivo della persona. Più volte gli sforzi in tal senso sono stati contrastati dall'azione congiunta della delegazione vaticana e di numerosi altri paesi membri, in particolare del mondo arabo e dell'America Latina, talvolta affiancati dagli Stati Uniti (soprattutto durante gli anni più recenti dell'amministrazione Bush). Ad essere contestato è il concetto stesso di "salute riproduttiva" e il suo legame con la procreazione e con altri concetti fortemente dibattuti come quello della discriminazione positiva per sesso (gender perspective) o dell'orientamento sessuale (sexual orientation). Anche riguardo all'azione concreta svolta da importanti agenzie delle Nazioni Unite, come l'Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR), dalla città del Vaticano sono giunte nel corso degli ultimi anni (insieme all'apprezzamento per il lavoro) anche riserve per alcune modalità di assistenza e per alcuni mezzi impiegati (come le pillole abortive), tali da "causare danno alla dignità della persona e alla sua vita, dalle prime fasi del suo concepimento alla morte naturale" (Nota per le conferenze episcopali dei Pontifici Consigli per la Famiglia, per la Pastorale della Salute e per la Pastorale dei migranti, 14 settembre 2001).

    In questa circostanza, in sede di Assemblea Generale gli altri paesi tradizionalmente sensibili ai temi sollevati in campo bioetico dalla Santa Sede hanno considerato sufficiente la rassicurazione secondo la quale il riferimento dell'articolo 25 non crea "alcun nuovo diritto internazionale e va inteso esclusivamente nel senso che la disabilità di una persona non possa essere usata come base per negare un servizio sanitario". Sufficiente per gli altri, ma non per la Santa Sede, per la quale "il diritto alla vita resta alla base del diritto internazionale".

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