02/12/2006 Un bilancio: conferme, sorprese e risultati ancora da decifrare (Stefano Caredda - Matteo Spicuglia, http://www.korazym.org)

Un successo dal punto di vista politico, risultati ancora da interpretare da un punto di vista ecumenico. Rimane questo del viaggio in Turchia di Benedetto XVI: una visita a lungo attesa all'insegna del dialogo ecumenico e con l'Islam.

Dai nostri inviati a Istanbul.

ISTANBUL - Un successo dal punto di vista politico, risultati ancora da interpretare da un punto di vista ecumenico. Rimane questo del viaggio in Turchia di Benedetto XVI: una visita a lungo attesa, delicata e difficile alla vigilia, che ha paradossalmente rovesciato le prospettive concludendosi con un bilancio dal doppio volto. I timori per le minacce dei gruppi estremisti, per le manifestazioni di protesta, per i tumulti di piazza, per la freddezza del governo di Ankara si sono sciolti come neve al sole, restituendo l’immagine di una popolazione certamente indifferente, ma niente affatto ostile, e di un ceto politico abile a cogliere l’opportunità garantita dal sostanziale appoggio manifestato dalla Santa Sede al processo di integrazione della Turchia in Europa. Una “svolta” sulla quale a lungo si è discusso, che non chiama in causa (almeno non direttamente) l’ingresso del paese nell’Unione Europea, ma che questa questione inevitabilmente richiama.

La visita alla Moschea Blu, poi, con il momento di preghiera silenziosa e personale di un papa scalzo (immagine che rimarrà l’emblema di questo viaggio) ha di fatto chiuso ogni polemica e ogni veleno sui rapporti tra Chiesa cattolica e mondo musulmano. Ammesso che l’incidente di Ratisbona dovesse ancora essere mandato in archivio, la sosta alla Moschea di Istanbul è certamente servita allo scopo, con le parole di amicizia e dialogo spese il primo giorno a dare forma verbale al significato dei gesti.

“La visita di Benedetto XVI alla Moschea è come il gesto di Giovanni Paolo II al Muro del Pianto”, ha spiegato ai giornalisti il cardinale Roger Etchegaray, prefetto emerito del Pontificio Consiglio e Pace, che parla di “due momenti simbolici molto importanti, inaspettati in entrambi i casi”. Un valore riconosciuto anche dai media turchi, gli stessi che fino alla vigilia del viaggio avevano alimentato il fuoco delle polemiche, anche con punte di sarcasmo rivolte ad “un papa che veste Prada”. Mercoledì e giovedì, invece, i toni sono cambiati: il quotidiano Milliyet ha titolato “Il papa come un musulmano”, seguito da Sabah che evidenzia come Benedetto XVI abbia pregato “in fermo raccoglimento”, mentre Hurriyet definisce la visita alla moschea "una preghiera storica".

Meno scontato il giudizio sui risultati raggiunti sul fronte opposto, quello del dialogo ecumenico con gli ortodossi e il patriarcato ecumenico di Costantinopoli: particolare tutt’altro che secondario, visto che questo era il motivo principale del viaggio, svolto non a caso in occasione della festa di Sant’Andrea. Si ricordi poi che l’invito a recarsi nel paese arrivò al papa – oltre un anno fa – proprio dal patriarca greco-ortodosso, prima di essere formalizzato, mesi dopo, dal presidente della Repubblica turca. I toni dei discorsi e della dichiarazione congiunta sono stati di forte vicinanza (la presenza stessa del papa è stato un segno importante), con la conferma da parte delle due chiese di riparare allo “scandalo” della divisione tra i cristiani. Un obiettivo da raggiungere attraverso la collaborazione in diversi ambiti, a cominciare dall’evangelizzazione e dall’etica, ma soprattutto superando l’ostacolo più grande: l’interpretazione del primato petrino, ovvero la giurisdizione del papa nella Chiesa, in quanto successore di Pietro.

Su questo punto, Benedetto XVI e Bartolomeo I hanno ribadito l’impegno a trovare soluzioni (pur salvando, come ha spiegato il papa, “la natura e l’essenza” del ministero), ma non hanno indicato soluzioni concrete, limitandosi a rilanciare il lavoro della Commissione teologica mista, già riunitasi a Belgrado, agli inizi di settembre. Eppure, qualche settimana fa, mons. Vincenzo Paglia, uno dei principali protagonisti del dialogo ecumenico da parte cattolica, aveva espresso un parere diverso, annunciando la presenza di “novità” nella dichiarazione comune, che tuttavia non si sono viste. Certo, Bartolomeo I ha spiegato ad Avvenire di aver lanciato al papa una proposta precisa, ma il contenuto rimane un’incognita. Che sia un segno per dare nuovo vigore al confronto teologico, magari dopo l’esito non troppo esaltante della tappa di Belgrado?

In un contesto simile, rimane significativo il messaggio del papa di Roma in favore della libertà religiosa, da garantire agli individui e alle comunità: parole apprezzate molto dal patriarcato, rivolte alle Istituzioni di uno Stato che ha risolto il problema dei rapporti fra religione e politica con la formula magica di una laicità che sottomette l’una (la religione) alla volontà dell’altra (la politica). Su questo versante, la vicinanza della Chiesa di Roma ai fratelli ortodossi è ferma, come pure – naturalmente – quella alla piccolissima comunità cattolica che vive nel paese: saranno loro, cristiani chiamati a vivere la loro fede in un contesto niente affatto agevole - a ricordare meglio e più a lungo la visita del papa ad Ankara, Efeso e Istanbul.

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  • Viaggio del Papa in Turchia
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