01/12/2006 Per approfondire /5 Turchia: a che punto è la libertà religiosa? (Matteo Spicuglia, http://www.korazym.org)

La riaffermazione della libertà religiosa come filo conduttore della visita di Benedetto XVI in Turchia. Ecco i nervi scoperti di un Paese che formalmente riconosce l’uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di opinione o di religione”.

Da uno dei nostri inviati a Istanbul

ISTANBUL - "La Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno", ma "chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non puo nascondere, Gesu Cristo che ci ha amati fino alla fine sulla croce e che ci ha dato il suo spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel piu profondo di noi stessi". E' questo l'ultimo appello del papa in terra turca, in difesa della libertà religiosa: un tema ricorrente nelle giornate del viaggio, sin dal primo appuntamento ufficiale ad Ankara con il presidente degli Affari religiosi. Ma perché parlare con insistenza di libertà religiosa in una Repubblica che si dice laica e che nella costituzione riconosce senza mezzi termini l’uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di opinione o di religione”? La risposta è in un contesto politico e sociale particolare, con equilibri delicatissimi che coinvolgono la sfera giuridica e culturale, ma anche il sistema educativo e istituzionale. La cornice che permette di inquadrare il tutto è il principio della laicità, un vero e proprio totem che regola la vita del Paese da quando Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, fondò la Repubblica turca, sulle ceneri dell’Impero Ottomano, ispirandosi al secolarismo delle democrazie occidentali. 

 


Il presidente della Diyanet, prof. Ali Bardakoğlu

 

LAICITA' E RELIGIONE DI STATO. Per oltre 80 anni, il laicismo si è proposto come baluardo contro l’estremismo, grazie anche al ruolo di controllo dell’Esercito, ben disposto ad intervenire con colpi di Stato quando ce ne fosse stato il bisogno. C’è però un tratto tipico di questa impostazione che nella pratica ha ridimensionato notevolmente le libertà individuali, a cominciare dal diritto a professare la propria religione in condizioni di effettiva parità. Nonostante gli sforzi recenti, la laicità turca non è mai stata concepita secondo l’approccio liberale che in Europa è riuscito con successo a separare ruoli e competenze di Stato e Chiesa. Per dirla alla Cavour, nessuna “libera Chiesa in libero Stato”, ma un modello che elimina totalmente la religione da un ambito pubblico autonomo, assoggettandola da un punto di vista organizzativo al controllo dello Stato. È quanto svolge la Diyanet, la presidenza per gli affari religiosi, un organismo statale previsto dall’articolo 136 della Costituzione che amministra materialmente il culto islamico. Gestione di 75mila moschee, dove lavorano circa 100mila funzionari statali, trasmissione dei valori religiosi, rispetto (almeno formale) dei fedeli di altre religioni e diffusione di un Islam tollerante: aspetti ideali e pratici per “mantenere la stabilità” e provvedere “all’unità e alla solidarietà nazionale”.

La laicità sopra ogni cosa, dunque, insieme all’affermazione dell’identità turca, in base al quale, nel sentire comune, tutte le confessioni religiose diverse dall'Islam vengono viste come elementi estranei alla storia e alla cultura del Paese. Un aspetto particolarmente sentito nelle scuole, dove l’educazione rimane improntata ad un nazionalismo rigido: per l'Unione Europea, si tratta di un vero e proprio “indottrinamento nazionalistico di massa”, che esclude ogni forma di pluralismo nei programmi scolastici e nell’insegnamento.

Da considerare inoltre, il nodo dell'articolo 301 del codice penale, che prevede come reato le offese alla “nazionalità e all'identità turche” e che è servito di recente a perseguire scrittori e giornalisti (colpevoli di aver espresso opinioni su Islam o genocidio armeno), ma anche alcuni cristiani. Tra questi, Turan Topal e Hakan Tastan, due convertiti al cristianesimo accusati di aver “denigrato la nazionalità turca”, di aver incitato l’odio contro l’islam ed aver segretamente compilato un elenco di cittadini per offrire corsi biblici (tentativo di conversione, dunque). E' in arrivo così un nuovo processo, nonostante le aperture del premier Erdogan che si è detto disponibile ad una revisione dell'articolo 301. 

RELIGIONI IN CERCA DI PERSONALITA' GIURIDICA. In un paese in cui i musulmani rappresentano il 99,8% della popolazione, le discriminazioni religiose vengono favorite poi da un sistema di norme che, per usare un eufemismo, non aiuta. Nodo principale da risolvere è senza dubbio il mancato riconoscimento giuridico delle minoranze. In base al Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, lo Stato considerava “confessioni ammesse” soltanto le comunità greco-ortodossa, armena ed ebraica, predisponendo tuttavia forti limitazioni in tema di proprietà, di educazione e di costruzione di luoghi di culto. Tutte le altre confessioni, a cominciare dalla chiesa cattolica e dalle chiese protestanti, tuttora non esistono ufficialmente: uno status riferito alle organizzazioni (per esempio la conferenza episcopale) e alle proprietà, ma anche alle singole persone. Capita così che per il governo un vescovo cattolico sia un semplice cittadino, o che lo stesso patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, non venga riconosciuto come tale.

La questione della personalità giuridica delle comunità non musulmane è uno dei principali temi in agenda, che sta molto a cuore anche all’Unione Europea. Per mesi, il governo turco ha annunciato l'approvazione della “Legge sulle fondazioni” che riconosce il diritto alla proprietà dei beni esistenti e, forse, possibili indennizzi dei beni incamerati negli anni scorsi dallo Stato. Il provvedimento è stato votato il 9 novembre (doveva essere discusso a luglio), ma secondo molti osservatori sarebbe ancora insufficiente: poca chiarezza sui risarcimenti e soprattutto, nessuna affermazione dei diritti di proprietà come valore assoluto ma semplicemente come concessione ai greco-ortodossi, ai siriaci, agli armeni e alle congregazioni cattolica e protestante, tralasciando le altre confessioni. 
 


L'abbraccio tra il patriarca ecumenico Bartolomeo I e papa Benedetto XVI

 

LA CARTA DI IDENTITA'. Se ci si cala poi nella vita dei singoli cittadini, la condizione delle minoranze è resa difficile dalla norma che chiede ad ogni persona di dichiarare sulla propria carta di identità il credo religioso. Una scelta rigida tra tre possibilità (cristiano, musulmano ed ebreo), senza considerare minimamente le altre varianti, a cominciare dall’ateismo. Il problema però nasce dal fatto che l’appartenenza religiosa, in un paese a stragrande maggioranza islamica, serve soltanto a identificare chi musulmano non è. Aspetto non marginale, se si tiene conto di quanto accennato sopra e cioè che per paradosso il cristianesimo o l’ebraismo vengano visti da molti come elementi estraneo all’identità turca, il valore che la stessa laicità si propone di difendere.

Il 25 aprile, è stata tuttavia approvata una legge che permette ai cittadini di cancellare dai registri pubblici i dati sulla fede religiosa. Un provvedimento contraddittorio perché l’articolo 35 comma 2 stabilisce il diritto alla cancellazione, mentre l’articolo 7 comma 1 specifica che, comunque, le informazioni sull’appartenenza religiosa devono essere date in ogni caso. La carta di identità mantiene la sezione dedicata al credo e il cittadino può far valere la sua volontà solamente ex post. È chiaro che in un clima non favorevole, la pratica non sia poi così conveniente, anche perché le richieste possono non essere accolte e cancellazioni o cambiamenti (magari il caso di un musulmano diventato cristiano) sono a rischio di strumentalizzazione. Basti pensare che nell’ottobre del 2005, in base a questa forma di controllo, il ministro Mehmet Aydin, spiegò che 368 fedeli si erano convertiti al cristianesimo, sotto l’influenza delle attività missionarie. La stessa argomentazione usata nel dibattito seguito all’omicidio di don Andrea Santoro, accusato di aver pagato conversioni. La battaglia per la carta di identità senza riferimenti alla religione, ha comunque visto in campo personalità di spessore, come l’attuale presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, convinto che uno Stato moderno non debba chiedere ai suoi cittadini di rendere conto della loro religione. La nuova legge ha aperto una breccia, ma sinceramente è ancora difficile capire cosa sia cambiato. Le minoranze religiose si muovono in uno scacchiere complesso, che pone interrogativi sia per i cristiani e gli ebrei, ma anche per alcune correnti minoritarie dell’Islam, diverse dalla maggioranza sunnita.

L’ALTRO ISLAM. GLI ALEVITI. L’Islam turco, infatti, non è solo quello rappresentato dalla Diyanet, la presidenza per gli affari religiosi, a capo delle 75mila moschee del Paese. Oltre ai sunniti, che appartengono all'unico orientamento musulmano riconosciuto a livello ufficiale, in Turchia sono radicate da secoli le cosiddette confraternite, fondate tra il VII e il XIII secolo. Tra queste, se ne distingue una in particolare, quella degli Aleviti, una corrente dell’Islam che mette al centro l’ascesi, la meditazione personale e l’amore, e che considera la persona come immagine percettibile di Dio. Da qui, la parità tra uomo e donna, un approccio critico al Corano, il rifiuto della Sharia e un modo diverso di concepire la pratica religiosa, che non prevede le cinque preghiere quotidiane, il digiuno nel mese di Ramadan e il hadj, il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca. Gli Aleviti non hanno moschee e si incontrano in sale specializzate, senza separazione dei sessi e senza un rito come quello della preghiera del venerdì come fanno i sunniti e gli sciiti. Anche per questo, il velo non è mai stato un problema per le donne alevite che sono abituate ad uscire di casa senza coprire i capelli.

Un’identità religiosa forte e autonoma, dunque, mai accettata dal laicismo di Stato, legato comunque, seppur indirettamente ad un nazionalismo di stampo sunnita. Del resto, già nell’impero Ottomano, la Costituzione del 1892, imponeva l’obbligo di insegnamento della religione e dell’etica sunnita: un indottrinamento coatto che nel corso degli anni ha alimentato tensioni e contrasti all’interno delle stesse famiglie, sfociato anche in azioni violente. Gli Aleviti sono visti come nemici dell’identità turca, nonostante essi rappresentino almeno il 20% della popolazione.

Di recente, il problema è stato risolto d’ufficio con una sorprendente mossa del presidente per gli affari religiosi, il prof. Ali Bardakoğlu, che a maggio ha dichiarato solennemente che gli Aleviti sono di fatto sunniti. Una forzatura evidente, perché, spiega Otmar Oehring, della Fondazione Missio in Germania (l’organismo tedesco delle Pontificie Opere Missionarie), “sarebbe come dire che tutti i protestanti sono cattolici”. Da parte sua, il governo turco continua a non riconoscere alcun diritto alla minoranza alevita, a cominciare dalle sale della preghiera, ridotte ufficialmente a semplici centri culturali. Nessuna alternativa alle moschee sunnite, insomma, gli unici luoghi di culto finanziati dallo Stato, anche con le tasse pagate dai cittadini aleviti, costretti a provvedere di persona al sostentamento delle proprie attività religiose. Ogni differenza all’interno dell’Islam viene così negata, nella vita di tutti i giorni, nella stessa società, nella scuola, dove le nuove generazioni non potranno mai studiare i versi appasionati di un poeta islamico, come Ali Ilhami Dede, secondo cui "Non c‘è miglior patrimonio che la ragione; né miglior amico di un buon carattere; né migliore eredità del decoro; né migliore dignità del sapere“. Un appello alla ragionevolezza così vicino alla riflessione del papa a Ratisbona. Dede è musulmano, ma ha un difetto: è alevita.
 


Un campanile e un minareto. Le realtà religiose della Turchia 

 

I CRISTIANI, STRANIERI IN PATRIA. Essere cristiano in Turchia, significa fare parte di una comunità piccolissima: poco meno di 150mila persone su 70 milioni di abitanti, pari allo 0,2% della popolazione. E' un mosaico di tradizioni ed esperienze, dai cattolici latini (20mila) ai greco-ortodossi (13mila), passando per gli armeni (2mila i cattolici e 80mila gli ortodossi), i siri (1200 i cattolici e 10mila i cattolici), i caldei (appena 300) e i protestanti (5mila). Modi diversi di testimoniare la fede in Cristo, uniti però dalle stesse difficoltà. Per capire il ruolo e i problemi delle comunità cristiane bisogna tornare al trattato di Losanna del 24 luglio 1923, con cui fu siglata la pace tra la Turchia e le Potenze dell'Intesa che combatterono nella Prima guerra mondiale, la fine definitiva dell'Impero Ottomano e la nascita dello Stato laico di stampo khemalista. In materia religiosa, il documento definiva “confessioni ammesse” soltanto le comunità religiose greco-ortodossa, armena ed ebraica, a cui veniva conferito un particolare status, comunque ben lontano da un pieno riconoscimento della personalità giuridica. Da allora, tutte le altre confessioni (a cominciare da quella cattolica, seguita dai caldei, dai siri-cattolici e siri-ortodossi e dai protestanti) sono considerate straniere e soggette a pesanti limitazioni. Un paradosso in una terra dove il cristianesimo è presente sin dalle origini, grazie alla predicazione di san Paolo e di sant’Andrea. Le limitazioni in questione - condivise molte volte anche con le confessioni ammesse - si traducono nell’impossibilità di acquistare proprietà, di costruire nuove chiese e di aprire seminari e nel mancato riconoscimento del clero. 

Uno stato di cose, spiegato bene da padre Giovanni Sale in un articolo pubblicato a marzo su Civiltà cattolica. "Le diocesi, parrocchie e istituti religiosi della minoranza cattolica non beneficiano di riconoscimento giuridico da parte dello stato; i loro responsabili – vescovi, parroci, superiori religiosi – e il loro personale religioso non sono riconosciuti come ministri di culto". E ancora: i loro diritti di proprietà sugli immobili (chiese, conventi, scuole, ospedali) non sono riconosciuti in quanto tali, ma unicamente vengono registrati con il nome di privati o come fondazioni private, cosicché in caso di estinzione di tali persone o fondazioni, in assenza di successori, gli immobili sono confiscati dal tesoro pubblico. Il personale religioso straniero, infine, è soggetto a un regime particolare di permesso di soggiorno, valido spesso soltanto per un anno, quando al contrario gli altri residenti provenienti da paesi europei ricevono il loro permesso di soggiorno per tre o per cinque anni”.

A tutto questo si devono aggiungere le difficoltà ordinarie a celebrare liberamente il culto. A riguardo, è emblematico quanto succede a Demre, città natale di san Nicola, dove le autorità impediscono da anni al patriarca ecumenico Bartolomeo I di celebrare la liturgia della festa del santo. La chiesa locale per lo Stato è un museo e il suo utilizzo è soggetto ad autorizzazione. Nel 2005, l’episodio più curioso, che ha visto la comunità ortodossa locale celebrare la divina liturgia in una casa privata mentre nella chiesa-museo, il muftì locale aveva organizzato una preghiera per la pace. Ma situazioni simili si registrano anche a Tarso, città natale di san Paolo, con la chiesa trasformata sempre in museo, inaccessibile al culto anche per i turisti stranieri che vogliono ripercorrere le orme dell'"apostolo delle genti".

Al tempo stesso, i leader religiosi sono controllati sia dal governo che dai servizi segreti e in definitiva non riconosciuti per il ruolo che ricoprono. Capita così che tra un vescovo e un privato cittadino non vi sia alcuna differenza, tranne che il pregiudizio di considerare un cristiano un elemento estraneo, uno straniero, indipendentemente dalla sua cittadinanza. E se i rapporti con l’Islam sono gestiti dalla Diyanet, quelli con le chiese cristiane sono affidati al ministero degli Esteri (da poco è stata creata tuttavia la nuova figura del ministro per gli affari religiosi).

L'intransigenza è totale anche per quanto riguarda la formazione del clero. La scuola teologica del Patriarcato ecumenico, nell’isola di Heybeliada, è di fatto chiusa dal 1971, i cattolici non hanno seminari, come gli armeni che rappresentano anche un caso politico con la questione del genocidio del 1915, mai riconosciuto dalle autorità turche, pur essendo una ferita ancora aperta. 

 


Don Andrea Santoro insieme a Giovanni Paolo II

 

UN CLIMA ANTICRISTIANO. Al di là degli aspetti giuridici, la Turchia del dopo 11 settembre preoccupa per un risveglio anticristiano di settori della società, senza dubbio minoritari, ma capaci tuttavia di organizzarsi anche grazie al sostegno dei media. L’omicidio di don Andrea Santoro e gli attacchi ad altri religiosi sono maturati in un clima di sospetto e diffidenza, in una sorta di stato profondo che unisce circoli nazionalistici presenti nell’esercito, nella polizia, nei servizi segreti e nella stessa amministrazione. Campagne che vedono nei preti un’orda di missionari pronti a convertire anche con il denaro, nel patriarcato ortodosso di Costantinopoli il baluardo per un ritorno allo spirito delle crociate, nei cristiani una presenza ostile, partendo dal presupposto che, come ribadiscono i Lupi Grigi, “il turco non ha altro amico che il turco” (leggi il turco islamico).

Mariagrazia Zambon, ne “La Turchia è vicina” (Edizioni Ancora), elenca in modo dettagliato le tante ombre di intolleranza: le dichiarazioni di personaggi pubblici come la moglie dell’ex primo ministro Bulent Ecevitt (“La religione islamica ci sta scivolando tra le mani e ci sono molti musulmani che si convertono al cristianesimo"), i talk show che mettono in ridicolo la fede cristiana, i testi scolastici che presentano un “cristianesimo falsato e ridicolo” con un Vangelo ridotto a storia inventata dai papi, ma anche le diverse sensibilità a seconda dell’area geografica del Paese. “In Turchia – spiega la Zambon – c’è in atto un profondo processo di trasformazione, ma tutta l’Anatolia, cioè gran parte del territorio non ha assimilato il cambiamento”.

La solita dialettica che vede in campo “frange integraliste, fanatiche e nazionaliste che hanno i loro circoli e la loro stampa, attraverso cui esortano all’odio religioso contro l’Occidente, ricordano le crociate e il colonialismo e definiscono il dialogo interreligioso una trappola del Vaticano”.

Eppure, anche se realtà simili fanno molto rumore, non mancano “autorità civili e religiose di ogni credo che da anni stanno costruendo una rete di relazioni basate sul dialogo e sul rispetto”. Una di queste è mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, secondo cui lo Stato profondo della Turchia (quello del nazionalismo e del radicalismo islamico), non è motivo di pessimisimo circa la presenza cristiana in Turchia. “Certo, - spiega - occorre aiutare i cristiani ad uscire dall’anonimato o dall’indifferenze nella quale la situazione passata li ha relegati”. E' un impegno che interpella tutti, a cominciare dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli, una comunità di appena 3mila fedeli, con un passato fatto di grandi numeri, ridotti in modo esponenziale dalle vicende dell’ultimo secolo.

Un esempio su tutti,
lo scambio tra popolazioni "greche" e "turche", sancito dal trattato di Losanna del 1923, con un milione e 344mila cristiani ortodossi ricondotti in Grecia e 464mila musulmani rinviati in Turchia, per depotenziare il ruolo delle minoranze nei due Paesi. A ciò seguì anche il calo costante dei cristiani di Istanbul, passati da 136 mila del 1927 agli 86 mila del 1965, fino ad arrivare ai 70 mila di oggi (stima riferita a tutte le confessioni). La sede del patriarcato (il Fanar), per secoli luogo simbolo della capitale dell’ortodossia, con il tempo è diventata un sobborgo, obiettivo di proteste e di atti di violenza, come quello del 1955 quando nel clima seguito all’occupazione di Cipro, migliaia di vandali assaltarono i quartieri greci, infrangendo vetrine, profanando cimiteri e distruggendo chiese. Oggi, è tornata la calma ma, spiega la Zambon nel suo libro, “di tanto in tanto le vetrate del Fanar vengono distrutte e le mura imbrattate con vernice spray, per non parlare delle piccole bombe incendiarie che vengono lanciate sul tetto”.

Intanto, il numero di cristiani è ridotto al lumicino. “Non vogliamo niente di più che i nostri diritti; – ha detto Bartolomeo I, incontrando un gruppo di giornalisti in ottobre - al momento della proclamazione della Repubblica turca i cristiani ortodossi qui erano 180.000, oggi sono meno di 5.000. Chiedetevi il perché”.

  • Viaggio del Papa in Turchia
  • Archivio Vaticano