La riaffermazione della libertà religiosa come
filo conduttore della visita di Benedetto XVI in Turchia. Ecco i nervi
scoperti di un Paese che formalmente riconosce l’uguaglianza dei
cittadini “senza distinzione di opinione o di religione”.
Da uno dei nostri inviati a Istanbul
ISTANBUL - "La Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno", ma "chiede
semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa
non puo nascondere, Gesu Cristo che ci ha amati fino alla fine sulla
croce e che ci ha dato il suo spirito, presenza viva di Dio in mezzo a
noi e nel piu profondo di noi stessi". E' questo l'ultimo appello del
papa in terra turca, in difesa della libertà religiosa: un tema
ricorrente nelle giornate del viaggio, sin dal primo appuntamento
ufficiale ad Ankara con il presidente degli Affari religiosi. Ma perché
parlare con insistenza di libertà religiosa in una Repubblica che si
dice laica e che nella costituzione riconosce senza mezzi termini
l’uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di opinione o di
religione”? La risposta è in un contesto politico e sociale
particolare, con equilibri delicatissimi che coinvolgono la sfera
giuridica e culturale, ma anche il sistema educativo e istituzionale. La
cornice che permette di inquadrare il tutto è il principio della
laicità, un vero e proprio totem che regola la vita del Paese da quando
Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, fondò la Repubblica turca, sulle ceneri
dell’Impero Ottomano, ispirandosi al secolarismo delle democrazie
occidentali.

Il presidente della Diyanet, prof. Ali Bardakoğlu
LAICITA' E RELIGIONE DI STATO. Per oltre 80 anni, il
laicismo si è proposto come baluardo contro l’estremismo, grazie anche
al ruolo di controllo dell’Esercito, ben disposto ad intervenire con
colpi di Stato quando ce ne fosse stato il bisogno. C’è però un tratto
tipico di questa impostazione che nella pratica ha ridimensionato
notevolmente le libertà individuali, a cominciare dal diritto a
professare la propria religione in condizioni di effettiva parità.
Nonostante gli sforzi recenti, la laicità turca non è mai stata
concepita secondo l’approccio liberale che in Europa è riuscito con
successo a separare ruoli e competenze di Stato e Chiesa. Per dirla alla
Cavour, nessuna “libera Chiesa in libero Stato”, ma un modello che
elimina totalmente la religione da un ambito pubblico autonomo,
assoggettandola da un punto di vista organizzativo al controllo dello
Stato. È quanto svolge la Diyanet, la presidenza per gli affari
religiosi, un organismo statale previsto dall’articolo 136 della
Costituzione che amministra materialmente il culto islamico. Gestione di
75mila moschee, dove lavorano circa 100mila funzionari statali,
trasmissione dei valori religiosi, rispetto (almeno formale) dei fedeli
di altre religioni e diffusione di un Islam tollerante: aspetti ideali e
pratici per “mantenere la stabilità” e provvedere “all’unità e alla
solidarietà nazionale”.
La laicità sopra ogni cosa, dunque, insieme all’affermazione
dell’identità turca, in base al quale, nel sentire comune, tutte le
confessioni religiose diverse dall'Islam vengono viste come elementi
estranei alla storia e alla cultura del Paese. Un aspetto
particolarmente sentito nelle scuole, dove l’educazione rimane
improntata ad un nazionalismo rigido: per l'Unione Europea, si tratta di
un vero e proprio “indottrinamento nazionalistico di massa”, che
esclude ogni forma di pluralismo nei programmi scolastici e
nell’insegnamento.
Da considerare inoltre, il nodo dell'articolo 301 del codice penale, che
prevede come reato le offese alla “nazionalità e all'identità turche” e
che è servito di recente a perseguire scrittori e giornalisti (colpevoli
di aver espresso opinioni su Islam o genocidio armeno), ma anche alcuni
cristiani. Tra questi,
Turan Topal e Hakan
Tastan, due convertiti al cristianesimo accusati di aver “denigrato
la nazionalità turca”, di aver incitato l’odio contro l’islam ed aver
segretamente compilato un elenco di cittadini per offrire corsi biblici
(tentativo di conversione, dunque). E' in arrivo così un nuovo processo,
nonostante le aperture del premier Erdogan che si è detto disponibile ad
una revisione dell'articolo 301.
RELIGIONI IN CERCA DI
PERSONALITA' GIURIDICA. In un paese in cui i musulmani
rappresentano il 99,8% della popolazione, le discriminazioni religiose
vengono favorite poi da un sistema di norme che, per usare un eufemismo,
non aiuta. Nodo principale da risolvere è senza dubbio il mancato
riconoscimento giuridico delle minoranze. In base al Trattato di Losanna
del 24 luglio 1923, lo Stato considerava “confessioni ammesse” soltanto
le comunità greco-ortodossa, armena ed ebraica, predisponendo tuttavia
forti limitazioni in tema di proprietà, di educazione e di costruzione
di luoghi di culto. Tutte le altre confessioni, a cominciare dalla
chiesa cattolica e dalle chiese protestanti, tuttora non esistono
ufficialmente: uno status riferito alle organizzazioni (per esempio la
conferenza episcopale) e alle proprietà, ma anche alle singole persone.
Capita così che per il governo un vescovo cattolico sia un semplice
cittadino, o che lo stesso patriarca ecumenico di Costantinopoli,
Bartolomeo I, non venga riconosciuto come tale.
La questione della personalità giuridica delle comunità non musulmane è
uno dei principali temi in agenda, che sta molto a cuore anche
all’Unione Europea. Per mesi, il governo turco ha
annunciato l'approvazione della “Legge sulle fondazioni” che riconosce
il diritto alla proprietà dei beni esistenti e, forse, possibili
indennizzi dei beni incamerati negli anni scorsi dallo Stato. Il
provvedimento è stato votato il 9 novembre (doveva essere discusso a
luglio), ma secondo molti osservatori sarebbe ancora insufficiente: poca
chiarezza sui risarcimenti e soprattutto, nessuna affermazione dei
diritti di proprietà come valore assoluto ma semplicemente come
concessione ai greco-ortodossi, ai siriaci, agli armeni e alle
congregazioni cattolica e protestante, tralasciando le altre
confessioni.

L'abbraccio tra il patriarca ecumenico Bartolomeo I e papa Benedetto
XVI
LA CARTA DI IDENTITA'. Se ci si cala poi nella vita dei
singoli cittadini, la condizione delle minoranze è resa difficile dalla
norma che chiede ad ogni persona di dichiarare sulla propria carta di
identità il credo religioso. Una scelta rigida tra tre possibilità
(cristiano, musulmano ed ebreo), senza considerare minimamente le altre
varianti, a cominciare dall’ateismo. Il problema però nasce dal fatto
che l’appartenenza religiosa, in un paese a stragrande maggioranza
islamica, serve soltanto a identificare chi musulmano non è. Aspetto non
marginale, se si tiene conto di quanto accennato sopra e cioè che per
paradosso il cristianesimo o l’ebraismo vengano visti da molti come
elementi estraneo all’identità turca, il valore che la stessa laicità si
propone di difendere.
Il 25 aprile, è stata tuttavia approvata una legge che permette ai
cittadini di cancellare dai registri pubblici i dati sulla fede
religiosa. Un provvedimento contraddittorio perché l’articolo 35 comma 2
stabilisce il diritto alla cancellazione, mentre l’articolo 7 comma 1
specifica che, comunque, le informazioni sull’appartenenza religiosa
devono essere date in ogni caso. La carta di identità mantiene la
sezione dedicata al credo e il cittadino può far valere la sua volontà
solamente ex post. È chiaro che in un clima non favorevole, la pratica
non sia poi così conveniente, anche perché le richieste possono non
essere accolte e cancellazioni o cambiamenti (magari il caso di un
musulmano diventato cristiano) sono a rischio di strumentalizzazione.
Basti pensare che nell’ottobre del 2005, in base a questa forma di
controllo, il ministro Mehmet Aydin, spiegò che 368 fedeli si erano
convertiti al cristianesimo, sotto l’influenza delle attività
missionarie. La stessa argomentazione usata nel dibattito seguito
all’omicidio di don Andrea Santoro, accusato di aver pagato conversioni.
La battaglia per la carta di identità senza riferimenti alla religione,
ha comunque visto in campo personalità di spessore, come l’attuale
presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, convinto che uno Stato
moderno non debba chiedere ai suoi cittadini di rendere conto della loro
religione. La nuova legge ha aperto una breccia, ma sinceramente è
ancora difficile capire cosa sia cambiato. Le minoranze religiose si
muovono in uno scacchiere complesso, che pone interrogativi sia per i
cristiani e gli ebrei, ma anche per alcune correnti minoritarie
dell’Islam, diverse dalla maggioranza sunnita.
L’ALTRO ISLAM. GLI ALEVITI.
L’Islam turco, infatti, non è solo quello rappresentato dalla Diyanet,
la presidenza per gli affari religiosi, a capo delle 75mila moschee del
Paese. Oltre ai sunniti, che appartengono all'unico orientamento
musulmano riconosciuto a livello ufficiale, in Turchia sono radicate da
secoli le cosiddette confraternite, fondate tra il VII e il XIII secolo.
Tra queste, se ne distingue una in particolare, quella degli Aleviti, una
corrente dell’Islam che mette al centro l’ascesi, la meditazione
personale e l’amore, e che considera la persona come immagine
percettibile di Dio. Da qui, la parità tra uomo e donna, un approccio
critico al Corano, il rifiuto della Sharia e un modo diverso di
concepire la pratica religiosa, che non prevede le cinque preghiere
quotidiane, il digiuno nel mese di Ramadan e il hadj, il tradizionale
pellegrinaggio alla Mecca. Gli Aleviti non hanno moschee e si incontrano
in sale specializzate, senza separazione dei sessi e senza un rito come
quello della preghiera del venerdì come fanno i sunniti e gli sciiti.
Anche per questo, il velo non è mai stato un problema per le donne
alevite che sono abituate ad uscire di casa senza coprire i capelli.
Un’identità religiosa forte e autonoma, dunque, mai accettata dal
laicismo di Stato, legato comunque, seppur indirettamente ad un
nazionalismo di stampo sunnita. Del resto, già nell’impero Ottomano, la
Costituzione del 1892, imponeva l’obbligo di insegnamento della
religione e dell’etica sunnita: un indottrinamento coatto che nel corso
degli anni ha alimentato tensioni e contrasti all’interno delle stesse
famiglie, sfociato anche in azioni violente. Gli Aleviti sono visti come
nemici dell’identità turca, nonostante essi rappresentino almeno il 20%
della popolazione.
Di recente, il problema è stato risolto d’ufficio con una sorprendente
mossa del presidente per gli affari religiosi, il prof. Ali Bardakoğlu,
che a maggio ha dichiarato solennemente che gli Aleviti sono di fatto
sunniti. Una forzatura evidente, perché, spiega Otmar Oehring, della
Fondazione Missio in Germania (l’organismo tedesco delle Pontificie
Opere Missionarie), “sarebbe come dire che tutti i protestanti sono
cattolici”. Da parte sua, il governo turco continua a non riconoscere
alcun diritto alla minoranza alevita, a cominciare dalle sale
della preghiera, ridotte ufficialmente a semplici centri culturali.
Nessuna alternativa alle moschee sunnite, insomma, gli unici luoghi di
culto finanziati dallo Stato, anche con le tasse pagate dai cittadini
aleviti, costretti a provvedere di persona al sostentamento delle
proprie attività religiose. Ogni differenza all’interno dell’Islam viene
così negata, nella vita di tutti i giorni, nella stessa società, nella
scuola, dove le nuove generazioni non potranno mai studiare i versi
appasionati di un poeta islamico, come Ali Ilhami Dede, secondo cui "Non
c‘è miglior patrimonio che la ragione; né miglior amico di un buon
carattere; né migliore eredità del decoro; né migliore dignità del
sapere“. Un appello alla ragionevolezza così vicino alla riflessione del
papa a Ratisbona. Dede è musulmano, ma ha un difetto: è alevita.

Un campanile e un minareto. Le realtà religiose della Turchia
I CRISTIANI, STRANIERI IN PATRIA. Essere cristiano in
Turchia, significa fare parte di una comunità piccolissima: poco meno di
150mila persone su 70 milioni di abitanti, pari allo 0,2% della
popolazione. E' un mosaico di tradizioni ed esperienze, dai cattolici
latini (20mila) ai greco-ortodossi (13mila), passando per gli armeni
(2mila i cattolici e 80mila gli ortodossi), i siri (1200 i cattolici e
10mila i cattolici), i caldei (appena 300) e i protestanti (5mila). Modi
diversi di testimoniare la fede in Cristo, uniti però dalle stesse
difficoltà. Per capire il ruolo e i problemi delle comunità cristiane
bisogna tornare al trattato di Losanna del 24 luglio 1923, con cui fu
siglata la pace tra la Turchia e le Potenze dell'Intesa che combatterono
nella Prima guerra mondiale, la fine definitiva dell'Impero Ottomano e
la nascita dello Stato laico di stampo khemalista. In materia religiosa,
il documento definiva “confessioni ammesse” soltanto
le comunità religiose greco-ortodossa, armena
ed ebraica, a cui veniva conferito un particolare status, comunque ben
lontano da un pieno riconoscimento della personalità giuridica. Da
allora, tutte le altre confessioni (a cominciare da quella cattolica,
seguita dai caldei, dai siri-cattolici e siri-ortodossi e dai
protestanti) sono considerate straniere e soggette a pesanti
limitazioni. Un paradosso in una terra dove il cristianesimo è presente
sin dalle origini, grazie alla predicazione di san Paolo e di sant’Andrea.
Le limitazioni in questione - condivise molte volte anche con le
confessioni ammesse - si traducono nell’impossibilità di acquistare
proprietà, di costruire nuove chiese e di aprire seminari e nel mancato
riconoscimento del clero.
Uno stato di cose, spiegato bene da padre
Giovanni Sale in un articolo pubblicato a marzo su
Civiltà cattolica. "Le
diocesi, parrocchie e istituti religiosi della minoranza cattolica non
beneficiano di riconoscimento giuridico da parte dello stato; i loro
responsabili – vescovi, parroci, superiori religiosi – e il loro
personale religioso non sono riconosciuti come ministri di culto". E
ancora: i loro diritti di proprietà sugli immobili (chiese, conventi,
scuole, ospedali) non sono riconosciuti in quanto tali, ma unicamente
vengono registrati con il nome di privati o come fondazioni private,
cosicché in caso di estinzione di tali persone o fondazioni, in assenza
di successori, gli immobili sono confiscati dal tesoro pubblico. Il
personale religioso straniero, infine, è soggetto a un regime
particolare di permesso di soggiorno, valido spesso soltanto per un
anno, quando al contrario gli altri residenti provenienti da paesi
europei ricevono il loro permesso di soggiorno per tre o per cinque
anni”.
A tutto questo si devono aggiungere le difficoltà ordinarie a
celebrare liberamente il culto. A riguardo, è emblematico quanto succede
a Demre, città natale di san Nicola, dove le autorità impediscono da
anni al patriarca ecumenico Bartolomeo I di celebrare la liturgia della
festa del santo. La chiesa locale per lo Stato è un museo e il suo
utilizzo è soggetto ad autorizzazione. Nel 2005, l’episodio più curioso,
che ha visto la comunità ortodossa locale celebrare la divina liturgia
in una casa privata mentre nella chiesa-museo, il muftì locale aveva
organizzato una preghiera per la pace. Ma situazioni simili si
registrano anche a Tarso, città natale di san Paolo, con la chiesa
trasformata sempre in museo, inaccessibile al culto anche per i turisti
stranieri che vogliono ripercorrere le orme dell'"apostolo delle genti".
Al tempo stesso, i leader religiosi sono controllati sia dal governo che
dai servizi segreti e in definitiva non riconosciuti per il ruolo che
ricoprono. Capita così che tra un vescovo e un privato cittadino non vi
sia alcuna differenza, tranne che il pregiudizio di considerare un
cristiano un elemento estraneo, uno straniero, indipendentemente dalla
sua cittadinanza. E se i rapporti con l’Islam sono gestiti dalla Diyanet,
quelli con le chiese cristiane sono affidati al ministero degli Esteri
(da poco è stata creata tuttavia la nuova figura del ministro per gli
affari religiosi).
L'intransigenza è totale anche
per quanto riguarda la formazione del clero. La scuola
teologica del Patriarcato ecumenico, nell’isola di Heybeliada, è di
fatto chiusa dal 1971, i cattolici non hanno seminari, come gli armeni
che rappresentano anche un caso politico con la questione del genocidio
del 1915, mai riconosciuto dalle autorità turche, pur essendo una ferita
ancora aperta.

Don Andrea Santoro insieme a Giovanni Paolo II
UN CLIMA ANTICRISTIANO. Al di là degli aspetti
giuridici, la Turchia del dopo 11 settembre preoccupa per un risveglio
anticristiano di settori della società, senza dubbio minoritari, ma
capaci tuttavia di organizzarsi anche grazie al sostegno dei media.
L’omicidio di don Andrea Santoro e gli attacchi ad altri religiosi sono
maturati in un clima di sospetto e diffidenza, in una sorta di stato
profondo che unisce circoli nazionalistici
presenti nell’esercito, nella polizia, nei servizi segreti e nella
stessa amministrazione. Campagne che vedono nei preti un’orda di
missionari pronti a convertire anche con il denaro, nel patriarcato
ortodosso di Costantinopoli il baluardo per un ritorno allo spirito
delle crociate, nei cristiani una presenza ostile, partendo dal
presupposto che, come ribadiscono i Lupi Grigi, “il turco non ha altro
amico che il turco” (leggi il turco islamico).
Mariagrazia Zambon, ne “La Turchia è vicina” (Edizioni Ancora), elenca
in modo dettagliato le tante ombre di intolleranza: le dichiarazioni di
personaggi pubblici come la moglie dell’ex primo ministro Bulent Ecevitt
(“La religione islamica ci sta scivolando tra le mani e ci sono molti
musulmani che si convertono al cristianesimo"), i talk show che mettono
in ridicolo la fede cristiana, i testi scolastici che presentano un
“cristianesimo falsato e ridicolo” con un Vangelo ridotto a storia
inventata dai papi, ma anche le diverse sensibilità a seconda dell’area
geografica del Paese. “In Turchia – spiega la Zambon – c’è in atto un
profondo processo di trasformazione, ma tutta l’Anatolia, cioè gran
parte del territorio non ha assimilato il cambiamento”.
La solita
dialettica che vede in campo “frange integraliste, fanatiche e
nazionaliste che hanno i loro circoli e la loro stampa, attraverso cui
esortano all’odio religioso contro l’Occidente, ricordano le crociate e
il colonialismo e definiscono il dialogo interreligioso una trappola del
Vaticano”.
Eppure, anche se realtà simili fanno molto rumore, non mancano “autorità
civili e religiose di ogni credo che da anni stanno costruendo una rete
di relazioni basate sul dialogo e sul rispetto”. Una di queste è mons.
Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, secondo cui lo Stato
profondo della Turchia (quello del nazionalismo e del radicalismo
islamico), non è motivo di pessimisimo circa la presenza cristiana in
Turchia. “Certo, - spiega - occorre aiutare i cristiani ad uscire
dall’anonimato o dall’indifferenze nella quale la situazione passata li
ha relegati”. E' un impegno che interpella tutti, a cominciare dal
patriarcato ecumenico di Costantinopoli, una comunità di appena 3mila
fedeli, con un passato fatto di grandi numeri, ridotti in
modo esponenziale dalle vicende dell’ultimo secolo.
Un esempio su tutti,
lo scambio tra
popolazioni "greche" e "turche", sancito dal trattato di Losanna del
1923, con un milione e 344mila cristiani ortodossi ricondotti in Grecia
e 464mila musulmani rinviati in Turchia, per depotenziare il ruolo delle
minoranze nei due Paesi. A ciò seguì anche il calo costante dei
cristiani di Istanbul, passati da 136 mila del 1927 agli 86 mila del
1965, fino ad arrivare ai 70 mila di oggi (stima riferita a tutte le
confessioni). La sede del patriarcato (il Fanar), per secoli luogo
simbolo della capitale dell’ortodossia, con il tempo è diventata un
sobborgo, obiettivo di proteste e di atti di violenza, come quello del
1955 quando nel clima seguito all’occupazione di Cipro, migliaia di
vandali assaltarono i quartieri greci, infrangendo vetrine, profanando
cimiteri e distruggendo chiese. Oggi, è tornata la calma ma, spiega la
Zambon nel suo libro, “di tanto in tanto le vetrate del Fanar vengono
distrutte e le mura imbrattate con vernice spray, per non parlare delle
piccole bombe incendiarie che vengono lanciate sul tetto”.
Intanto, il numero di cristiani è ridotto al lumicino. “Non vogliamo
niente di più che i nostri diritti; – ha detto Bartolomeo I, incontrando
un gruppo di giornalisti in ottobre - al momento della proclamazione
della Repubblica turca i cristiani ortodossi qui erano 180.000, oggi
sono meno di 5.000. Chiedetevi il perché”.
Viaggio del Papa in Turchia
Archivio Vaticano
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