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24/03/2005 Via Crucis 2005 al Colosseo. Meditazioni e preghiere II (Jan van Elzen, http://www.korazym.org)

30/11/2006 Istanbul, l’indifferenza di una città europea (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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Atmosfera da metropoli occidentale nella seconda città della Turchia: fast food e kebab, traffico e grandi testimonianze di un passato storico. Fra i locali notturni e il gran bazar, la gente sopporta i disagi e attende che tutto torni come prima.

Da uno dei nostri inviati a Istanbul.

ISTANBUL – Orgogliosamente indifferente, non solo al papa ma anche a tutto ciò che gli sta attorno: la città spalmata su due continenti, unica al mondo a poter vantare simile primato, non mostra interesse per quanto le sta capitando. Più che altro sopporta, sapendo che l’ondata passerà e arriverà presto il momento in cui i riflettori dei media internazionali si spegneranno, facendola ripiombare nella sua consueta normalità.

Forse non entrerà nell’Unione Europea, ma Istanbul è già oggi una città europea, e non solo in senso geografico. Le banche e i ristoranti, i fast food e gli uffici si alternano alle testimonianze storiche lasciate dai fasti dell’impero bizantino prima e di quello ottomano poi: bellezze artistiche che città di oggi – pur non riconoscendovisi affatto - conserva con sincera fierezza. Fra le vie della Istanbul odierna c’è poco dell’Islam ottomano e nulla del cristianesimo, ortodosso o cattolico che sia: il processo di laicizzazione della società voluto settant’anni fa dal fondatore della patria Kemal Ataturk (i suoi ritratti abbondano nei luoghi strategici) ha dato frutti innegabili, consegnandoci un popolo in cui l’indifferenza di fronte alla visita del papa di Roma fa il paio con la bassa percentuale di cittadini che frequentano i riti delle moschee. E di conseguenza, rimanda anche alle difficoltà del visitatore che – abituato a pensare all’Islam secondo le categorie del mondo arabo – si sorprende di fronte alle ragazze che passeggiano per strada con i capelli sciolti e ai giovani che sguaiati fanno la fila al McDonald’s quando ormai si è fatta mezzanotte, poco prima di fare un salto al Live Night Show, il locale dietro l'angolo dove a lavorare sono le ragazze provenienti dai paesi dell'est europeo.

Una metropoli di diciassette milioni di abitanti non può non convivere con il traffico, annoso problema a queste come ad altre latitudini: quello di Istanbul è a suo modo regolare e ordinato, per nulla caotico, perfino in giornate come queste, con strade bloccate e transenne a volontà. Per le vie attraversate dal papa ci sono poliziotti ogni poche decine di metri: passano ore intere ad osservare e chiacchierare, senza fare molto altro. Servono certamente a scoraggiare gesti inconsulti da parte di isolati contestatori, ma soprattutto sono parte di un dispiegamento immane che somiglia molto ad una prova di forza voluta dal governo, per nulla preoccupato di affiancare alla “sicurezza” anche la “discrezione”. Non c’è traccia delle bandiere gialle e bianche (i colori del Vaticano) protagoniste dell’atmosfera di altri viaggi papali, mentre abbondano quelle rosse con la mezzaluna, a ricordare che il nazionalismo è un tratto connaturato all’essenza stessa di questo paese.

Ma la gente di Istanbul fa finta di nulla: impegnata nelle attività di ogni giorno, non ha tempo né voglia di curiosare, men che meno di interessarsi a ciò che le accade intorno. La rete tranviaria e quella funicolare – trasporti pubblici che farebbero invidia a molte delle nostre città – pullulano delle facce pazienti di chi si reca al lavoro e di chi si dirige verso il Gran bazar, come pure di quelle dei pescatori che sui ponti che attraversano il Bosforo gettano le loro canne per tirar su qualche pesce e poterlo cucinare chissà come.

E fra un kebab a pranzo e un mix di carne di pollo e manzo a cena, i turisti che percorrono in lungo e in largo il centro storico, con la solita, immancabile, inimitabile carica di giapponesi “armati” di telecamere ad alta definizione. Loro principale obiettivo, una foto fra Santa Sofia e la Moschea blu, le due grandi costruzioni che testimoniano la grande influenza religiosa che un tempo caratterizzava questa città. Struttura imponente la prima (basilica cristiana per mille anni a partire da Costantino, poi moschea per cinquecento, infine semplice museo per volere di Ataturk); edificio ancor più grande il secondo, con quattro minareti e un ampio spazio interno per la preghiera. Visitare questi due luoghi uno dopo l’altro significa passare dai flash sui versetti del Corano posti accanto ai mosaici cristiani, agli scatti di chi – dopo aver minuziosamente liberato i piedi dalle scarpe – immortala l’inchino del devoto rivolto alla Mecca. Momenti che puoi trovare solo qui dentro: per le strade laiche della Turchia, i pensieri sono altri.

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