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  • 24/03/2005 Via Crucis 2005 al Colosseo. Meditazioni e preghiere II (Jan van Elzen, http://www.korazym.org)

    29/11/2006 Per approfondire/2: Turchia, il dilemma dell’ingresso nell’Unione Europea (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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    Un governo che punta all'ingresso nell'Ue, una popolazione che se ne allontana sempre più. Le questioni intorno alle quali si gioca una partita che - qualunque sia il risultato finale - avrà conseguenze dirette sulle nostre vite.

    Da uno dei nostri inviati a Istanbul.

    ISTANBUL – Francesi e tedeschi, italiani e turchi: saremo un giorno tutti cittadini europei? E’ lungo e tortuoso il cammino che sta portando la Turchia all’interno dell’Unione Europea: lungo e tortuoso, fatto di passi avanti e di prolungate soste, la prossima delle quali sara' decisa verosimilmente fra qualche giorno, in seno al Consiglio dell'Ue. Una decisione data per scontata dopo la battuta d'arresto dei negoziati sulla questione cipriota avvenuta tre giorni fa in Finlandia. Eppure, una conclusione positiva dell'iter di adesione e' quanto in molti si augurano, convinti che un eventuale fallimento del negoziato potrebbe voler dire, come causa e come conseguenza, uno scollamento insanabile fra i paesi europei e il paese musulmano che più di ogni altro si dimostra attento al dialogo con l’occidente. Un “lusso” che non è possibile permettersi, in tempo di emergenza  “fondamentalismo”

    Le settimane che viviamo sembrano cruciali: il viaggio di Benedetto XVI, capo della chiesa di Roma e figura chiave del mondo religioso cristiano, si inserisce – con tutti i significati politici che via via ha assunto, anche e soprattutto dopo la giornata di ieri - fra la pubblicazione del rapporto Ue sull’andamento dei negoziati con Ankara per l’adesione (avvenuta il 7 novembre scorso) e la gia' citata riunione dei capi di stato e di governo dei paesi membri che dovra' pronunciarsi formalmente sullo stato dell’arte. Ricordato, per dovere di cronaca, che a fronte dei giudizi negativi espressi dall’allora cardinale Ratzinger all’ipotesi di ingresso della Turchia nell’Ue, la posizione ufficiale della Santa Sede è sempre stata - almeno fino a ieri - quella di una convinta neutralità sul tema, limitata all'auspicio, “nel caso di adesione”, del “rispetto di tutti i requisiti richiesti”), ecco sul tema generale, per punti sommari, le principali questioni sul tappeto.

    TURCHIA: PROSPETTIVA DECENNALE – La richiesta turca di adesione all’UE è vecchia di due decenni: ufficialmente mosse i primi passi nel 1987, per prendere forma nel corso degli anni novanta ed essere formalizzata nel 2005, con una prospettiva minima di dieci anni di negoziato. Nel migliore dei casi, cioè, l’ingresso della Turchia non si annuncia imminente. Furono anche e soprattutto gli Stati Uniti, in particolare sotto l’amministrazione Clinton, a spingere per un confronto turco-europeo: una mossa strategica, che mirava ad ancorare un membro affidabile della Nato (Ankara ne fa parte dal 1951) al continente europeo, preservando il paese da una deriva fondamentalista e ponendolo nella posizione di argine al dilagare del fenomeno. A tutt’oggi (anzi, oggi più di allora) è questo uno dei principali motivi a favore del “si” alla Turchia nell’Unione Europea.

    GEOGRAFIA, POLITICA, ECONOMIA –  Ma la Turchia fa parte del continente europeo? La geografia, che un’importanza dovrebbe pur conservarla in presenza di una istituzione politica che si definisce “Unione Europea”, è solo un’opinione? In via convenzionale, si è sempre considerato il canale del Bosforo come il confine naturale fra Asia e Europa e dunque solo una piccola parte del paese sarebbe davvero europea. Tanto quanto basta però per mettere fine alla discussione sul punto, per concentrarsi su aspetti più pragmatici. La Turchia sarà sempre più importante dal punto di vista economico ed energetico: importanti oleodotti passano o passeranno per il suo territorio, e un mercato da 73 milioni di consumatori attende di essere conquistato dalle aziende europee, con le imprese assai interessate, sul lato della produzione, al basso costo della manodopera. Il ritmo di crescita economica è sostenuto (6 – 7% annuo, nel 2004 una punta del 10%), il debito molto alto, l’inflazione assai elevata (è sopra al 9%), anche la disoccupazione colpisce una persona su dieci. Ampi margini di manovra per tutti gli investitori internazionali, e per tutti i grandi paesi che già fanno parte dell’Ue (sono almeno cinquecento le aziende italiane presenti oggi nel paese).

    IMMIGRAZIONE, DEMOGRAFIA, CULTURA: IL PROBLEMA DEI PROBLEMI  – Eppure la Turchia fa paura. I turchi non piacciono agli europei e gli europei diffidano dei turchi. L’argomento più persuasivo a favore del “no” ad Ankara nell’Unione è di matrice culturale. I venticinque membri dell’Ue hanno un passato molto diverso fra loro, hanno duramente combattuto gli uni contro gli altri, ma oggi presentano caratteristiche comuni. Hanno le medesime radici culturali, impregnate delle origini cristiane, e accettano oggi i medesimi codici di comportamento. La Turchia è molto lontana da questo orizzonte: il suo processo di modernizzazione è ancora in corso e segue direttrici differenti da quelle dei paesi europei, anche e soprattutto per la sua ispirazione islamica (in Turchia, ne abbiamo parlato più diffusamente altrove, la laicità non è intesa come separazione fra due distinti poteri, quello religioso e quello politico, ma come l’assoggettamento della religione al controllo statale). All’opinione pubblica europea tutto ciò non piace: settanta milioni di turchi, diventati cittadini europei, sono settanta milioni di potenziali immigrati (anche se Schengen è tutta un’altra cosa…). Il che rilancia due micidiali equazioni: “immigrazione uguale islam” e “islam uguale terrorismo”. Inoltre, in quanto nazione più povera delle altre, ad Ankara sarebbero destinati dalla Commissione UE sussidi e risorse oggi indirizzati ai nuovi membri dell’est europeo e alle zone disagiate dei paesi più ricchi: un altro motivo per chiudere la porta. E c’è di più, perché fra due decenni, considerando la grande vitalità demografica della popolazione turca e il rapido tasso di invecchiamento di una popolazione europea con tassi di natalità ridotti ai minimi termini, una Turchia entrata nell’Ue sarebbe il paese più popoloso dell’Unione. Il nuovo arrivato insomma conterebbe moltissimo negli equilibri interni all’Ue: quasi una rivoluzione, che solleva molte obiezioni critiche.

    IL NEGOZIATO – Ma su tutto questo, è sceso il silenzio. La scelta delle istituzioni europee è stata quella di avviare il negoziato e di farlo vertere su questioni concrete che implicitamente danno per superate tutte le considerazioni fin qui esposte: la Turchia entrerà in Europa, se lo vorrà. Perché tutto dipende da lei. Ecco così che il rapporto presentato all’inizio del mese di novembre chiede ad Ankara di fare di più sui temi del rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa, come pure sulla risoluzione della questione di Cipro, isola che dopo l’invasione turca del 1973 è oggi divisa in due, con la zona nord controllata da un governo fantoccio riconosciuto solamente da Ankara. Argomenti importanti, sui quali però le posizioni espresse nelle 75 dettagliate pagine redatte dalla Commissione di Bruxelles (Brussels) non sono esenti da critiche.

    L’Unione critica Ankara perché continua a tenere i propri porti chiusi al traffico commerciale proveniente dalla Repubblica greca di Cipro, quella internazionalmente riconosciuta come legittima, fingendo però di non ricordare che il referendum che nel 2004 avrebbe consentito la riunificazione dell’isola e il suo ingresso nell’Ue fu bocciato non dai turco-ciprioti, ma proprio dai greco-ciprioti, i quali peraltro bloccano tuttora ogni rapporto commerciale fra l’Ue e la repubblica turca di Cipro. Critiche forti sono espresse dall’Ue anche per il ruolo ancora troppo forte che gioca l’esercito, come pure per la corruzione e per il mancato rispetto dei diritti umani, fra torture, maltrattamenti, mancato rispetto della libertà di religione e di culto e pesanti limitazioni alla libertà di espressione: tutte osservazioni che si sposano – solo implicitamente però - con la consapevolezza che la prospettiva dell’adesione (voluta fortemente dal governo turco) ha determinato un profondo allontanamento del paese e del suo governo dal radicalismo islamico, contro il quale peraltro l’esercito rimane il principale baluardo.

    SOLUZIONI? - La Turchia che si avvicina all’Unione Europea è un paese che sta cambiando, che ha messo in moto riforme sociali e giuridiche di cruciale importanza, che cerca di abbandonare i tratti più incompatibili rispetto ai valori comuni europei: è un paese che compie questo tragitto con grande difficoltà, in una società attraversata da tendenze opposte e contraddittorie. La Turchia nell’Ue serve alla Turchia e serve anche all’Unione Europea. Certo, un compromesso fra le posizioni a favore e contro l’ingresso di Ankara potrebbe venire dall’ipotesi di una Ue a doppia velocità, con i paesi dell’Euro in avanscoperta verso una maggiore e più completa interdipendenza e gli altri (Turchia compresa) a seguire: un’architettura che presuppone però una vera rivoluzione copernicana in seno alle istituzioni europee, non avvenuta quando i paesi membri erano quindici e quasi impossibile ora che sono saliti a venticinque (ben presto ventisette). Se la scelta rimarrà quella fra un secco “si” e un secco “no”, qualunque sarà la soluzione adottata i problemi non mancheranno. La storia della Turchia in Europa meriterà ancora molte pagine.

    http://www.korazym.org

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