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  • 24/03/2005 Via Crucis 2005 al Colosseo. Meditazioni e preghiere II (Jan van Elzen, http://www.korazym.org)

    28/11/2006 Per approdondire /1 La Turchia, tra nazionalismo, laicità e tutela militare (Matteo Spicuglia, http://www.korazym.org)

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    La Turchia come Stato bifronte, diviso tra nazionalismo e apertura al mondo, modernizzazione e visioni confessionali, difesa della laicità e spinte estremistiche. Il tutto, in un quadro politico ed economico, su cui "vigila" l'esercito.

    Dal nostro inviato a Istanbul.

    L’occupazione di Santa Sofia del 22 novembre, la manifestazione di 15mila persone del 26 novembre, le proteste e gli striscioni con la scritta “Noi non vogliamo il papa in Turchia” comparsi già ad ottobre per le strade di Istanbul. Tre immagini che sintetizzano il mondo variegato di chi è contrario al viaggio di Benedetto XVI nel Paese (secondo i sondaggi solo il 10% dei turchi è favorevole, mentre per lo più regna l'indifferenza), ma al tempo stesso fanno luce su uno spaccato sociale e politico non privo di contraddizioni. È quanto avviene in uno Stato bifronte che fa i conti con istanze spesso agli antipodi, in cui la difesa strenua della laicità si scontra con le spinte estremistiche di alcuni settori; la prospettiva europea con un assetto di potere che contrappone a fasi alterne mondo politico ed esercito; la bandiera dell’identità turca con un sistema che di fatto ostacola la libertà religiosa, non riconoscendo sul piano giuridico le minoranze e riconducendo al controllo dello Stato il culto della maggioranza musulmana.

    Nazionalismo e apertura al mondo, modernizzazione e conservatorismo, laicità e visioni confessionali come facce di una stessa medaglia, che coinvolgono anche la visita di Benedetto XVI. Nonostante a livello politico sia stata ribadita l’importanza dell’evento, infatti, il viaggio del papa non è gradito, come del resto dimostra la tempistica con cui è stata definito: con un invito posticipato di un anno e confezionato in fretta e furia dopo l’omicidio di don Andrea Santoro.

    Benedetto XVI rappresenta un problema per la visibilità che riuscirà a dare al patriarcato ecumenico ortodosso, un organismo non riconosciuto dallo Stato che, al contrario, continua a considerare il patriarca Bartolomeo I un semplice cittadino. In questo senso, non stupiscono le polemiche scatenate da alcuni giornali sul ruolo del patriarcato nella gestione della sala stampa di Istanbul (il governo non ha ritenuto necessario crearla, nonostante gli oltre mille giornalisti accreditati) e le accuse di un presunto abuso di potere nel pretendere anche dai media turchi una forma di accreditamento (diventato per ragioni diplomatiche una semplice registrazione). Da qui, una campagna di ombre e di accuse, come quella scatenata dal giornale nazionalista Tercuman che di recente ha pubblicato una foto del pontefice a fianco del patriarca ortodosso Bartolomeo I con la didascalia: ''L'alleanza dei due leader cristiani per aggredire l'Islam''.

    Ma a preoccupare sono anche le parole probabili del papa in difesa della libertà religiosa e delle minoranze, in un Paese che ha fatto della propria identità un totem e, in alcuni casi anche una distorsione. Sin dai tempi di Atatürk e delle riforme kemaliste, infatti, la Turchia difende in modo ossessivo la sua laicità, intesa però non in chiave europea e liberale (libera Chiesa in libero Stato), ma come subordinazione del fenomeno religioso al controllo statale. Un contesto in cui i piani spesso si confondono, producendo una sintesi turco-islamica basata sull’idea che un buon turco debba essere per forza un buon musulmano e non certo un cristiano: condizione che in certi settori della politica e della società si manifesta in un mix di ultranazionalismo e di fondamentalismo islamico.

    Ecco così che se da una parte il cammino delle riforme ha fatto il suo corso (dall’abolizione della pena di morte alla riforma del codice civile), dall’altra il tema dell’identità mescola rivendicazioni ed estremismi. Si pensi al linciaggio di chi affronta il tema del genocidio armeno (la scrittrice Elif Shafak è stata processata e poi assolta, in forza dell'articolo 301 del codice penale) o alle polemiche e azioni contro il cristianesimo, visto per paradosso come una presenza straniera (e nel migliore dei casi, occidentale), dedita a conversioni forzate o a pagamento. Schegge impazzite di uno stato profondo, in cui migliaia di persone manifestano al mausoleo di Atatürk ad Ankara e al funerale dell’ex premier Ecevitt per ribadire che la Turchia è laica; e a maggio, in pieno dibattito sulla legge antivelo nelle scuole, Mustafa Yucel Ozbilgin, giudice della corte di cassazione, muore, ucciso da un avvocato nazionalista, con una pistola uguale a quella usata dall’omicida ragazzino di don Andrea Santoro.

    A tutto questo si deve aggiungere la dialettica costante tra l’esercito (dai tempi di Atatürk custode della laicità, anche attraverso colpi di Stato) e sfera politica. Un vero e proprio gioco delle parti che usa la minaccia e l'allarme del fondamentalismo per legittimare il ruolo dello Stato laico (si veda anche lo spauracchio del libro "Attentato al papa", voluto più per la sua copertina intimidatoria che per i contenuti) e che in realtà ha a cuore soltanto il mantenimento dello status quo. Quello di un esercito, forte di 800mila persone, in grado di assorbire più di un terzo della ricchezza nazionale e controllare la politica (al limite del veto), in virtù di prerogative costituzionali. Un ruolo anche e soprattutto economico, grazie al colosso produttivo del Paese, il fondo pensionistico Oyak, che gestisce e condiziona interi settori dell’economia: le banche in primo luogo, ma anche decine di compagnie finanziarie, industrie e società di servizi.

    Il tutto, in uno scacchiere in cui operano in contemporanea oligarchie economiche colluse con la mafia (il caso della Russia post sovietica è illuminante), gruppi fondamentalisti legati indirettamente al governo e ben infiltrati nella polizia, partiti nazionalisti appoggiati dall’esercito e collegati ai servizi segreti.

    Nella Repubblica turca, nulla viene lasciato al caso (anche le proteste pubbliche contro la visita del papa, minoritarie ma ben organizzate) e a dominare è una sorta di equilibrio fragile che, tra l’altro, produce atteggiamenti contradditori rispetto all'ingresso nell’Unione Europea. Una prospettiva appoggiata più per un vantaggo economico e strategico che ideale, dal momento che il sistema sarebbe costretto a cambiare radicalmente, cancellando una rete di interessi che permette ad ogni attore sociale e politico di ritagliarsi un ruolo. Ed è chiaro che la difesa delle minoranze e dei diritti venga vista come un cavallo di Troia per poi affrontare questioni molto più pesanti.

    In questo senso, agitare lo spauracchio del nemico esterno (politico o religioso che sia) diventa un escamotage utile. Lo ha fatto lo stesso presidente della Repubblica, il laico Ahmet Necdet Sezer, nell’anniversario della morte di Atatürk, quando alludendo all’Europa ha ricordato che “nell’epoca della globalizzazione le forze colonizzatrici cercano di realizzare attraverso l’economia quello che in passato non sono riuscite a realizzare con le armi”. Di recente, è sceso in campo anche il nuovo capo di stato maggiore, Yaşar Büyükanıt, per rimarcare che “attualmente la Turchia si trova in una situazione non peggiore di quella del 1919 quando il paese era occupato da forze straniere e l’esercito in rotta”.

    Preoccupazioni rivolte anche all’interno (dopo la vittoria del partito islamico alle elezioni del 2002) con numerose prese di posizione contro la politica del governo, diviso tra rispetto delle leggi e presunte derive identitarie e, in particolare, del leader del partito islamico nazionalista, il premier Recep Tayyip Erdoğan. Un politico ben visto dalla cancellerie occidentali, ma dal passato dubbio: nel 1998, fu accusato e riconosciuto colpevole di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp, uno dei padri del nazionalismo islamico turco: "I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti i nostri soldati". E come se non bastasse, nel 2003, il giornale turco Star pubblicò una foto, scattata ad Istanbul, che mostrava Erdogan inginocchiato davanti a Gubuldin Hekmatiar, uno dei capi del terrorismo afgano. Un passato simile potrebbe creare tensioni in futuro, magari in occasione delle presidenziali di primavera a cui Erdoğan avrebbe intenzione di candidarsi, con il rischio (ancora remoto, visti i sondaggi) di consegnare il baluardo del fronte laico, ad un leader di ispirazione religiosa.

    Il viaggio del papa, considerato inizialmente come una tappa importante del dialogo ecumenico, si carica così di tanti significati con cui Benedetto XVI dovrà confrontarsi. Ancora una volta, religione, economia e geopolitica si intrecciano.

    http://www.korazym.org

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