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  • 30/10/2006 Chiesa e scandali: il coraggio di dire la verità (http://www.korazym.org)

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    Parole forti e necessarie del papa sullo scandalo degli abusi sessuali su minori commessi da preti. Per noi, l’occasione per una riflessione più ampia sulla tendenza di una certa gerarchia a trasmettere di se stessa un’immagine edulcorata e falsa. 

    Uomini di chiesa, sacerdoti, religiosi che compiono abusi sessuali sui minori. Genitori che con piena fiducia accompagnano i loro bambini in parrocchia, tranquilli e sereni perché sanno che lì i loro piccoli sono al sicuro. E invece, lì, costretti a subire attenzioni ripugnanti e criminali. E poi sospetti inconfessabili, certezze atroci, voci che circolano. E vescovi che tacciono, insieme a confratelli, priori, abati, superiori, cardinali e via elencando. Tacciono, nascondono, coprono. Per vergogna, per orrore, per inadeguatezza e incapacità. “Per il bene della Chiesa”, per non danneggiarne la credibilità. I panni sporchi, del resto, si lavano in famiglia.

    È successo, tutto questo. Casi singoli, certamente non generalizzabili, ma neppure isolati. È accaduto più volte, e che anche il papa sia tornato a parlarne, nel suo discorso rivolto ai vescovi irlandesi, è indice della gravità di quel crimine. “Occorre stabilire cosa sia avvenuto realmente nel passato, e prendere ogni provvedimento affinché casi del genere non avvengano di nuovo”, ha detto fra l’altro Benedetto XVI (La notizia e il testo integrale).

    Parole che si ricollegano ad altre prese di posizione, a cominciare da quella di Giovanni Paolo II a Toronto, durante la GMG del 2002, quando ai giovani confessò che “il danno fatto da alcuni sacerdoti e religiosi a persone giovani o fragili riempie noi tutti di un profondo senso di tristezza e di vergogna” (Il testo integrale). O la denuncia dell’allora cardinale Ratzinger a commento della IX stazione della Via Crucis del Venerdì Santo 2005 al Colosseo, quando parlò di “sporcizia nella Chiesa”, anche “tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui” (Il testo integrale). Per non dimenticare la riflessione di Benedetto XVI alla GMG di Colonia del 2005, con l’immagine della Chiesa come “una rete con dei pesci buoni e dei pesci cattivi, un campo con il grano e la zizzania” (Il testo integrale).

    Ma la vicenda dei preti accusati di abusi su minori rimanda anche ad un altro genere di considerazioni, certamente più ampie, che chiamano in causa la Chiesa e il suo modo di raccontare sé stessa al mondo. Non è un mistero che negli ambienti ecclesiastici a lungo si sia negata, fortissimamente negata, la sola ipotesi che qualcosa di simile fosse potuto accadere. Il tutto in piena coerenza con quell’atteggiamento che vede molti uomini di Chiesa (laici o consacrati che siano) nascondere, coprire, celare tutto ciò che dà scandalo o che semplicemente non rientra nei canoni della perfezione. È una Chiesa che parla di verità, che è addirittura chiamata ad annunciare la Verità, ma che si trova in grande difficoltà quando è chiamata da essa direttamente in causa.  

    Per capirsi: se il cristiano avesse dovuto fare affidamento solo sulla stampa vicina alla gerarchia, degli scandali della Chiesa probabilmente non avrebbe saputo mai niente. È solo sugli altri giornali, sugli altri mezzi di comunicazione, generalmente quelli cosiddetti “laici”, che certe vicende balzano all’onore della cronaca. È senz’altro vero che questi quotidiani sono talvolta più interessati allo scandalo che non alla ricerca della verità (oggigiorno parlar male della Chiesa è pur sempre uno degli sport preferiti dai giornalisti), ma non di meno essi hanno un enorme pregio: quello di portare alla luce vicende che non meritano, per un semplice principio di giustizia, di rimanere nel silenzio. Poi, dopo, solo quando il marcio è stato già svelato, ecco intervenire i mezzi di comunicazione cosiddetti “cattolici”: per smentire, se possibile, oppure per precisare, per contestualizzare, per non generalizzare. Come se non capissimo da soli che l’esistenza di un prete pedofilo, o di un prete ladro, o di un prete usuraio non comporta che anche tutti gli altri coltivino simili passatempi.

    Ecco, anche negli aspetti meno gravi e più banali, manca alla Chiesa una buona dose di trasparenza, o se preferite la capacità di presentarsi davvero per quella che è: una realtà di uomini e donne. E dunque di gente che commette sbagli, che non vive la perfezione e talvolta neppure si preoccupa di inseguirla. Preti che mal si sopportano, vescovi che si scannano, cardinali che cercano di farsi reciprocamente le scarpe; credenti laici che sfruttano la propria posizione – ad esempio nel movimento ecclesiale di cui fanno parte – per mero interesse personale. Ma anche la violazione della promessa di castità di molti preti, vescovi e cardinali (sia sul piano eterosessuale che omosessuale): una piaga diffusa che viene costantemente nascosta con grande ipocrisia, e che vede messi in un angolo coloro che provano a sollevare il coperchio. Insomma, per dirla con semplicità, gente che predica bene e razzola male.

    Di fronte a tutto questo, la reazione dei mass media cattolici è quella di nascondere, di eclissare, di ignorare. “Per il bene della Chiesa”, naturalmente: formula magica utilizzata per coprire tutto ciò che cristiano non è. Ci si trova così di fronte ad una Chiesa che riconosce gli errori del passato, ma che nasconde quelli del presente con la parola d’ordine del “silenzio necessario”. E che all’occorrenza addita come traditori coloro che, dall’interno, si spingono non necessariamente fino all’aperta e diretta denuncia, ma anche solo fino alla critica più semplice, cauta e misurata. Una realtà che nel nostro piccolo abbiamo conosciuto anche noi quando nel 2003 ci permettemmo di sollevare il caso del Crocifisso di Tor Vergata, simbolo della GMG del 2000, abbandonato per anni in una discarica e poi in un deposito di laterizi. La nostra denuncia ci attirò le critiche pesanti di alti ambienti del vicariato di Roma e della Conferenza episcopale italiana, con il solito appunto: quello di fare il gioco dei nemici della Chiesa. E solo per aver parlato di un crocifisso…

    Della Chiesa bisogna sempre parlare bene, “a prescindere”, come diceva Totò. Tutto deve apparire lindo, perfetto, immacolato, privo di ogni macchia. Tutto deve essere esaltato: dalla figura di quel cardinale al risultato di quel convegno, dal modo di gestire i quattrini alla grande devozione popolare per questo o quel santo. Nulla è perfetto, naturalmente, ma tutto deve apparire tale. Inevitabile poi che quando ci si trova di fronte a situazioni da codice penale, l’atteggiamento seguito non cambia: si è nascosto il poco, si nasconde il tanto. E la credibilità della Chiesa – o quel che ne rimane – va davvero a farsi benedire.

    In duemila anni di storia i cristiani ne hanno combinate davvero di tutti i colori, eppure la Chiesa è ancora lì, a ricordarci che non solo di una costruzione umana trattasi, ma di un popolo unito nella fede in quel Cristo che amava il silenzio della preghiera ma non quello che nasconde la verità. Trasparenza e verità, dunque, e anche un minimo di furbizia: meglio ammettere le proprie reali mancanze, anche sui mass media, anche su quelli legati a realtà ecclesiali, piuttosto che essere trascinati con ignominia (e con merito) dalle stelle alle stalle. 

    http://www.korazym.org

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