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  • 10/10/2006 La Lezione di Regensburg: il Dialogo parta dal Logos (Roberta Leone, http://www.korazym.org)

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    Nuova versione con note dell'intervento di Benedetto XVI all'università di Regensburg. La conclusione, però, è sempre la stessa: “E’ al logos e alla vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. IL TESTO INTEGRALE DELLA VERSIONE DEFINITIVA

    CITTA' DEL VATICANO - E infine, l’epilogo, o almeno si spera. Dopo quasi un mese dall’intervento del 12 settembre all’Università di Regensburg, quando ancora sembra non essersi del tutto placato il vespaio di polemiche sorte (o suscitate, la sottigliezza si appella al senso critico di ciascuno) intorno ai riferimenti all’Islam, “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni” torna a far parlare di sé. Questa volta non più nella stesura provvisoria, utilizzata da Benedetto XVI come testo per la sua lectio magistralis, né in quella finora diffusa dalla Santa Sede nell’elenco dei discorsi di settembre, ma nella “redazione fornita di note” preannunciata allora dall’autore e da questi consegnata oggi alla pubblicazione. Si chiude così, con un terzo ed ultimo atto, la vicenda di Ratisbona: tredici pagine corredate da tredici note e un impianto logico decisamente immutato, mentre della versione ufficialmente diffusa restano confermate la limatura delle citazioni - come vuole la courtoisie accademica - e poche interpolazioni il più delle volte inserite a dissipare i dubbi del facile travisamento piuttosto che ad aggiungere nuovi elementi di valutazione: per buona pace di chi si aspettava nuovi, gustosi ingredienti che rimpinguassero una polemica già tronfia - giunta com’è ai limiti della ragionevolezza -, il volto definitivo del discorso di Ratisbona non ha nulla di nuovo rispetto ai contenuti già noti.

    Né sostanzia con nuove argomentazioni le tesi della ragionevolezza della fede e della necessità del dialogo interreligioso che Benedetto XVI aveva chiaramente espresso in quella sede e che per molti giorni sono state deliberatamente ignorate. Semplicemente, resta la maggiore comprensibilità già data ad alcuni punti nella versione ufficiale pubblicata dalla Santa Sede, passi che un’attenta lettura ed una discreta capacità di contestualizzazione delle singole parti di un discorso rispetto alla sua globalità permettevano ampiamente di comprendere anche nella versione provvisoria dell’intervento. Già a poche ore dalla lettura dell’intervento, infatti, argomenti come la totale strumentalità della citazione dell’imperatore Manuele II Paleologo in funzione del binomio logos(ragione)-fede o la presa di distanza dai toni bruschi che l’imperatore bizantino usa nei suoi dialoghi a proposito delle prescrizioni contenute nel Corano erano stati chiaramente riaffrontati ed esplicitati. Ma poiché, c’è da scommetterlo, una frenetica caccia all’ultima correzione, al ritrattamento o addirittura ad uno storico mea culpa del pontefice sarà stata l’impresa delle ultime ore e giacché l’operazione, seppure per poco tempo, avrà costretto poveri giornalisti in cerca della notizia ad improvvisarsi filologi alle prese con passi emendati o interpolati a più riprese, veniamo direttamente ai due passaggi di modifiche e aggiunte che il testo presenta per rassicurare sul fatto che la notizia - nel reale significato di novità rispetto al già dato - a meno che non venga montata, non lascia spazio a ulteriori discussioni, né tantomeno a leziose polemiche. E, ahimé, non frutterà l’agognata prima pagina su quotidiani e riviste per più di un giorno.

    “E’ per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell’università”, si leggeva già nella versione ufficiale, all’esordio del discorso, laddove il primo testo diffuso alla stampa riportava “stare ancora una volta sulla cattedra dell’università”. Il chiarimento, nella seconda versione, sembrava rivolto a chi aveva giocato la questione su un ipotetico, tragico sdoppiamento delle personalità del teologo e del papa, per cui la nostalgia della cattedra accademica avrebbe esercitato sul pontefice una seduzione talmente forte da far pericolosamente dimenticare il ministero della cattedra petrina. Già qui, a gettare una luce iniziale sul seguito, si delineavano più decisamente i due soggetti realmente coinvolti nel messaggio di Benedetto XVI: il papa, che parla in virtù del ministero ricevuto e che imprescindibilmente da questo è presente e si rivolge agli accademici di Regensburg (niente a che vedere, dunque, con un nostalgico professore strappato alla cattedra) e l’università, interlocutore per vocazione storica e intellettuale particolarmente adatto a raccogliere e rilanciare la sfida della dialettica fede-ragione.

    Anche nella piccola sezione che ha per protagonisti l’imperatore e il dotto persiano, già nella seconda versione, quella ufficiale, Benedetto XVI concentrava gran parte delle interpolazioni necessarie, contestualizzando tutti gli elementi travisabili: accennava alla “relazione tra le –come si diceva - tre “Leggi”; e aggiungeva – “o tre “ordini di vita” – Antico Testamento - Nuovo Testamento - Corano –“ e precisava: “di ciò non intendo parlare ora in questa lezione”. In questa terza, definitiva versione, Benedetto XVI attenua accademicamente i toni circa la collocazione storica della sura 2, 256 che recita “Nessuna costrizione nelle cose di fede”: essa è “probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti”. Riguardo a Manuele II Paleologo, precisa il suo giudizio circa il modo sorprendentemente brusco, “brusco al punto da essere per noi inaccettabile”, (che va a sostituire il precedente “brusco al punto di stupirci”) con cui quello definisce le novità introdotte da Maometto nella legge coranica. “Questa citazione – scrive il papa nella nota 3 del testo diffuso – nel mondo musulmano, è stata presa purtroppo come espressione della mia posizione personale, suscitando così una comprensibile indignazione. Spero che il lettore del mio testo possa capire immediatamente che questa frase non esprime la mia valutazione personale di fronte al Corano, verso il quale ho il rispetto che è dovuto al libro sacro di una grande religione".

    L’obiettivo, lo esplicita benché abbastanza chiaro dalla consequenzialità logica del discorso, è “evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione” sul quale il papa concorda con l’imperatore filosofo, cristiano ed intellettuale di scuola greca ad un tempo. A parte qualche esplicito riferimento a San Paolo, il cui ruolo nella cristianizzazione dell’occidente è stato anch’esso deliberatamente ignorato per lasciar spazio alla più gustosa polemica sull’Islam, termina qui il labor limae di Benedetto XVI. La conclusione è sempre la stessa, sintetizzata in un periodo che parla di ragione, di dialogo, di culture e di interlocutori: “E’ a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università”. La sfida lanciata all’Occidente era già allora il ritrovarsi per presentarsi con dignità a dialogare con la dignità altrui. Un vero peccato, per il momento, non averla raccolta.

    http://www.korazym.org

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