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  • 04/07/2006 Turchia, le incognite sul viaggio del papa (Matteo Spicuglia, http://www.korazym.org)

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    Il tentato omicidio del sacerdote che aveva riaperto la chiesa di don Andrea Santoro a Trebisonda, mette al centro dubbi e interrogativi. Il viaggio di Benedetto XVI a rischio, in un Paese dove politica e lobby alimentano il nazionalismo.

    Il nuovo atto di violenza contro la presenza cattolica in Turchia riaccende i riflettori su un Paese dalle contraddizioni profonde. Padre Pierre Brunissen, religioso francese di 74 anni, è stato accoltellato domenica da uno sconosciuto: non è in pericolo di vita, ma la Chiesa ha rischiato di fare i conti con un nuovo martirio dopo quello di don Andrea Santoro, ucciso a febbraio, a Trebisonda. Ed è sulle orme del sacerdote romano che padre Pierre aveva svolto la sua missione, riaprendo la piccola chiesa della città a maggioranza islamica, dividendosi con un altro centro, a Samsun, tra difficoltà e ripetute minacce. La coltellata ricevuta ad un fianco è la prova di come nella Turchia che si prepara ad accogliere Benedetto XVI, alle parole seguano con troppa facilità i fatti.

    Da parte governativa, la linea seguita è sempre la stessa. “Sono azioni di singoli squilibrati”, dicono le autorità, eppure la realtà è più complessa. Padre Pierre non esclude l'ipotesi, ma rimarca le difficoltà della comunità cristiana. E se la sorella di don Santoro, Maria Maddalena, in un’intervista a Repubblica ha spiegato che non si tratta di “gesti isolati” e che “la situazione dei cristiani lì è difficile”, parole ancora più esplicite sono arrivate da mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia. All’agenzia Asianews, il presule ha denunciato il clima di aggressione e intimidazione verso i cristiani, alimentato ad arte da nazionalisti ed estremisti religiosi per dividere il Paese dall’Europa. E in tutto questo, si inserisce anche una campagna contro il viaggio del papa, atteso in Turchia alla fine di novembre. “Per molti – spiega mons. Padovese - la presenza di Benedetto XVI è una presenza scomoda: soprattutto per coloro che non cercano il dialogo o non vogliono che la Turchia si avvicini all'Europa”.

    Quanto all’aggressione di padre Bruisson, essa rientra fra i “gesti isolati che però esprimono un animo esacerbato nei confronti dei cristiani, prodotto e tenuto vivo da una certa stampa anti-cristiana che in Turchia è ben presente”. “Nella società vi sono gruppi di insoddisfatti, che però vengono pilotati - prosegue mons. Padovese – c’è un forte nazionalismo, che cerca di creare una distanza sempre più grande fra mondo turco ed europeo. Sono delle lobby di potere che si sentono minacciate dalla possibile entrata della Turchia in Europa. Perderebbero i loro centri di potere e di interesse”.



    Alle sue spalle, la città di Trabzon (Foto Gabriella Nocita)

    Si delinea così uno scenario inquietante che avanza ombre e interrogativi sullo stato attuale della vita politica del Paese, ma anche sul prossimo viaggio del papa che rischia di svolgersi in un contesto decisamente pericoloso. Perché se è vero che la presenza del pontefice sta a cuore al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, di certo non si può dire la stessa cosa per le autorità e i settori sociali che contano. Basta ricordare le dinamiche con cui si arrivò all’invito ufficiale di Benedetto XVI, che avrebbe dovuto visitare il Paese già nel novembre del 2005. Il patriarca Bartolomeo I lo aveva invitato in occasione della festa di Sant’Andrea, ma il governo non fece altrettanto, contravvenendo ad una formalità, perché di solito le autorità si limitano a confermare l’invito dei rappresentanti religiosi. La Turchia si era detta disposta ad accogliere con piacere Benedetto XVI ma in una data da concordare (e non certo nel 2005). Sgarbi diplomatici a parte, l’invito ufficiale arrivò a febbraio con una tempistica inconsueta, subito dopo l’omicidio di don Andrea Santoro. Il papa accettò la cosa di buon grado, ma la mossa di Ankara ebbe tutto il sapore di un gesto riparatorio per la morte assurda del missionario.

    Questo per dire che il viaggio di Benedetto XVI non raccoglie entusiasmo, come confermato del resto dalle parole di mons. Padovese. I riferimenti al nazionalismo, alle campagne mediatiche di certi settori della società, al livello precario del rispetto della libertà religiosa compongono un quadro delicato. La visita del papa viene vista come il fumo negli occhi, perché rischia di legittimare all’interno le richieste legittime del patriarcato ecumenico, mai riconosciuto a livello politico (per il governo Bartolomeo non ha diritto nemmeno al titolo di patriarca); di mettere in discussione gli equilibri di potere, attraverso la riaffermazione del rispetto dei diritti umani e delle minoranze; di non fare gli interessi di coloro che vedono nella disponibilità al dialogo e al confronto con l’Europa una minaccia.

    Perché in Turchia non sono in gioco valori e tradizioni da difendere, ma una posta ben più ricca. Dialogare con istituzioni democratiche significa rivedere il ruolo storico (e il potere) dell’esercito, uno Stato nello Stato forte di 800mila persone che assorbe più di un terzo della ricchezza nazionale, controlla la politica (al limite del veto) in virtù di prerogative costituzionali e attraverso il colosso produttivo del Paese, il fondo pensionistico Oyak, gestisce e condiziona interi settori dell’economia: le banche in primo luogo, ma anche decine di compagnie finanziarie, industrie e società di servizi.


    Dialogare significa poi scardinare un sistema basato su oligarchie colluse con traffici poco trasparenti (il caso della Russia post sovietica è illuminante), ma anche mettere definitivamente in agenda una separazione netta tra religione e Stato e il riconoscimento delle libertà personali, nonostante la laicità tanto decantata da anni e le riforme recenti, spesso rimaste sulla carta.

    Compito difficile in una fase di transizione guidata dal governo del partito islamico nazionalista del premier Recep Tayyip Erdoğan, politico ben visto dalle cancellerie europee, ma dal passato dubbio. Nel 1998, fu accusato e riconosciuto colpevole di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp, uno dei padri del nazionalismo islamico turco: "I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti i nostri soldati". E come se non bastasse, nel 2003, il giornale turco Star pubblicò una foto, scattata ad Istanbul, che mostrava Erdogan inginocchiato davanti a Gubuldin Hekmatiar, uno dei capi del terrorismo afgano.

    La visita del papa del prossimo novembre si svolgerà in questo clima, con incognite ancora da chiarire sui temi della sicurezza, dell’accoglienza da parte dell’opinione pubblica e sul ruolo e la posizione delle stesse autorità, che potrebbero ricorrere a strumentalizzazioni, magari per via occulta e indiretta. Dopo le vicende di don Santoro e padre Brunissen, i casi di “follia” in Turchia sembrano dilagare. E Benedetto XVI non merita certo di essere esposto a rischi.

    La foto: una panoramica della chiesa, poi moschea, di Santa Sofia, diventata oggi un museo.

  • 17/09/2006 Archivio Notizie Papa ed Islam
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