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  • 14/06/2006 Riforma TV, l' Ira del Cavaliere (Sara Nicoli, http://www.altrenotizie.org)

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    “Banditi”. Era dai bei tempi della campagna elettorale che l’ex premier non indulgeva più in quell’eloquio colorito verso la sua opposizione che lo ha reso famoso all’estero più della sua politica internazionale. Ma ieri è stato un giorno davvero particolare, diverso, dal sapore antico. Il Cavaliere era a Campobasso quando è stato raggiunto da una telefonata che lo ha colpito al cuore come una stilettata a freddo: il governo aveva appena varato all’unanimità un ddl di riforma della “sua” legge Gasparri che, in un colpo solo, tagliava a Mediaset la metà degli introiti e la rendeva orfana, entro il 2009, di una delle tre reti. Il leader azzurro, per un momento, è rimasto sgomento: “Non ci posso credere”. Poi ha cominciato a realizzare che il governo Prodi aveva appena dato il primo colpo di piccone al suo storico conflitto di interessi. E che persino Di Pietro, con il suo giustizialismo spiccio ma spietato, aveva addirittura strappato in Consiglio dei Ministri la riforma dell’Auditel e il conseguente stop al controllo surrettizio degli ascolti da parte degli amici del padrone.

    Un’aggressione in grande stile, dal suo punto di vista. E davanti alla quale, furibondo, è esploso: “Banditi! Questa non è più una democrazia! Questa legge non passerà mai perché è una legge vendetta”.
    In realtà, come ha detto il suo principale estensore, il ministro Gentiloni, è una proposta che tende a far rientrare questo Paese in un regime di mercato di normalità e di legalità. Ma a Berlusconi non interessa. Siamo “tutti banditi”. Ancora una volta, l’insulto ha avuto la meglio sull’assenza di pensiero.
    Inutile pensare che, quando sono in campo i gioielli di famiglia, Silvio Berlusconi riesca, in qualche modo, a trattenersi e a comportarsi da leader politico e non da padrone di Mediaset. Perchè le due figure sono irrimediabilmente fuse da sempre e non è mai stato vero il contrario. Chi, tra i suoi principali sodali (stiamo parlando dell’ex portavoce, Paolo Bonaiuti) per cinque anni ha preso il giro il Paese dicendo che per Berlusconi prima veniva l’Italia e poi le sue televisioni, nella reazione scomposta di ieri del leader Cdl deve aver visto anche crollare l’impalcatura mediatica con la quale ha cercato faticosamente di nascondere all’elettorato di ieri (ma non a quello di oggi) la vera e unica scala valoriale dell’uomo di Arcore: prima Mediaset, po il Milan e, alla fine, il bene del Paese. Con la Gasparri aveva cercato di blindare la cassaforte di famiglia almeno fino al 2012 (quando è prevista la chiusura definitiva del sistema analogico di trasmissione televisiva e il passaggio al digitale), garantendo per altro all’azienda di Cologno Monzese la massima libertà di movimento nella prateria della torta pubblicitaria, dove in cinque anni ha sfondato il tetto del 66% del fatturato reale. La Rai, per intendersi, arriva a mala pena al 28% dell’intera torta, La 7 non sfiora il 3%. Pura ingordigia di spot, si direbbe. E un caso unico in Europa, dove il regime televisivo privato è caratterizzato da un livellamento delle risorse pubblicitarie spalmate equamente su più fronti, senza che nessun editore possa vantare una posizione dominante rispetto agli altri. Con la Gasparri e il Sic (sistema integrato delle telecomunicazioni), Berlusconi aveva di fatto disinnescato qualsiasi soglia antitrust credibile a fronte delle reali quote di mercato disponibili. Il ddl Gentiloni va giù duro proprio su questo, stabilendo nel 45% il tetto di risorse pubblicitarie cumulabili da un solo operatore per le sue reti. Una rapina dal punto di vista del Cavaliere. Una liberazione di risorse per il governo che l’uomo di Arcore non può assolutamente tollerare. E minaccia fracelli in sede parlamentare.

    Spronato dal “fedele” Confalonieri (che quando gli toccano Mediaset è peggio del padrone) ha subito messo da parte gli inviti alla riflessione giunti dall’area Ds del governo e si è calcato l´elmetto in testa. Sulla riforma del sistema televisivo, Forza Italia prepara già le trincee e giura: “La riforma della Gasparri non passerà mai”. Il tutto mentre le dichiarazioni di guerra dell´ex premier si confondono con quelle della sua azienda, che vede messa in discussione, per la prima volta, la sua posizione di assoluto dominio sul mercato. “E’ una legge vendetta” ha ribadito, sulla scia del padre, dalla poltrona più alta del Biscione l’erede Piersilvio . E mentre il primo tra i famigli più devoti, il coordinatore azzurro Sando Bondi prepara "testimonianze morali e politiche", bontà sua "nonviolente", Mediaset attacca: "Per anni sono state criticate leggi definite ad personam, oggi il governo ne ha presentata una contro un’azienda che appare tagliata su misura come vendetta politica".

    Banditismo? Vendetta? I toni, si diceva, son sempre quelli. Qualcuno dell’entourage del Biscione, ha addirittura brandito la polverosa bandiera dell’esproprio proletario, tanto per far capire che l’aria che tira intorno a Cologno Monzese è quella di chi si nasconde in cantina perché stanno arrivando i cosacchi e si teme la distruzione del palazzo d’Inverno. Scenari e insulti che il ministro Gentiloni ha respinto con ironia, pur se molto determinata: "Parlare di banditismo e di esproprio mi sembra un modo di buttarla in caciara..". E, ribadendo la "massima apertura" per quanto riguarda l'iter parlamentare, ha anche tenuto a smentire l’assurda ricostruzione secondo la quale Mediaset perderebbe, con la riforma, circa 440 milioni di euro: "No, il mercato trova sempre le sue dinamiche di stabilizzazione – ha commentato il ministro della Margherita – e certamente quando si riduce una natura dominante in un settore ci sono conseguenze, ma non sono di questa portata".

    Certo le dichiarazioni di Berlusconi, con la conseguente grancassa di Forza Italia, An e Lega, non aiutano chi auspica un percorso parlamentare costruttivo. Enrico Letta continua a sperare in "un approfondito confronto in Parlamento perché è un testo di apertura ed equilibrato", ma la pacatezza dei toni, in questo caso, non trova sponde. Nella Cdl si differenza ancora una volta la sola Udc: "Se l'intendimento è di migliorare il pluralismo radiotelevisivo e di rendere più competitivo il sistema, allora siamo pronti a discuterne costruttivamente in Parlamento", ha dichiarato il mai ex democristiano Cesa, mentre l'ormai ex Udc Follini si è affrettato a prendere le distanze, facendo capire con chiarezza che al Senato la maggioranza potrà contare anche sui suoi voti. E che, quindi, al via libera della Gentiloni si potrebbe arrivare anche prima del 2009, calendari parlamentari permettendo.

    Ma c’è un punto dove le truppe della Cdl intendono dare battaglia. Ed è il prossimo ddl che presenterà il ministro delle Comunicazioni sulla riforma complessiva della Rai. Se Berlusconi non dovesse riuscire a salvare la cassaforte di Mediaset dai “banditi” dell’Unione, il suo accanimento contro la concorrenza del servizio pubblico (da sempre considerato un’enclave dell’Unione) sarà senza sconti. Come nelle migliori tradizioni, prima viene la famiglia. E le vendette vere si consumano sempre a freddo e in modo trasversale.

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