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11/09/2007 La vera morte di un Presidente (Gabriel Garcia Marquez - Patria Grande, www.informationguerrilla.org/11_settembre_1973.htm, visto su http://www.disinformazione.it)

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«Sono pronto a resistere con qualsiasi mezzo, anche a costo della mia vita, così che questo possa servire di lezione riguardo la vergognosa storia di quelli che usano la forza e non la ragione».
Salvador Allende, nel suo ultimo messaggio dalla radio al popolo cileno, 8.30 del mattino dell'11 settembre 1973. Martedì 11 settembre 1973, Henry Alfred Kissinger (Heinz Alfred Kissinger, famiglia ebraica di origine tedesca), controllore del presidente Richard Milhous Nixon, pensò, organizzò e attuò un criminale colpo di stato in Cile. Grazie all’esercito e ai servizi segreti statunitensi, Salvadore Allende, il presidente democraticamente eletto, venne assassinato, per far posto all’amico-dittatore Augusto Pinochet. Da quel triste giorno e per ben diciassette lunghi anni, Pinochet, protetto dal suo esercito della morte e da quello americano, procurò la morte di almeno 30 mila e la tortura di 600.000 cileni, l’esilio di centinaia di migliaia di persone e la distruzione sistematica di tutte le istituzioni democratiche del paese!

Martedì 11 settembre 1973
La vera morte di un Presidente
di Gabriel Garcia Marquez - Patria Grande
www.informationguerrilla.org/11_settembre_1973.htm  

Nell'ora della battaglia finale, con il paese alla mercé delle forze della sovversione, Salvador Allende continuò afferrato alla legalità.

La contraddizione più drammatica della sua vita fu quella di essere, contemporaneamente, nemico della violenza ed appassionato rivoluzionario, e credeva di averla risolta con l'ipotesi che le condizioni del Cile consentivano una evoluzione pacifica verso il socialismo, all'interno della legalità borghese.

L'esperienza gli insegnò troppo tardi che non si può cambiare un sistema dal governo, ma dal potere.

Questa tardiva constatazione forse fu la forza che lo spinse a resistere fino alla morte, tra le macerie fumanti di una casa che non era nemmeno sua, una residenza costruita da un architetto italiano destinata alla zecca dello Stato, e terminò convertita in un rifugio per un Presidente senza potere.
Resistette per sei ore, impugnando il mitra che gli aveva regalato Fidel Castro, fu la prima arma che Salvador Allende usò in vita sua.

Il giornalista Augusto Olivares che rimase al suo fianco sino alla fine, ricevette numerose ferite e morì dissanguato in un ambulatorio pubblico.

Verso le quattro del pomeriggio, il generale di divisione Javier Palacio, riuscì ad occupare il secondo piano, con il suo aiutante capitano Gallardo e un gruppo di ufficiali. Lì, tra le poltrone finto Luigi XV, il vasellame di dragoni cinesi e i quadri di Rugenda del salone rosso, Salvador Allende stava aspettandoli. Aveva un casco da minatore, stava in maniche di camicia, senza cravatta e con i vestiti macchiati di sangue. Impugnava il mitra.

Allende conosceva il generale Palacio. Pochi giorni prima aveva detto ad Augusto Olivares che quello era un uomo pericoloso, perché manteneva stretti contatti con l'ambasciata degli Stati Uniti. Come lo vide apparire dalla scalinata, Allende gridò: "Traditore!" e gli riuscì di ferirlo ad una mano.

Allende morì a seguito dello scambio di raffiche con questa pattuglia. Poi, tutti gli ufficiali, quasi seguendo un rito di casta, spararono sul suo corpo. Alla fine, un ufficiale lo sfigurò con il calcio di un fucile. Esiste una fotografia: la scattò il fotografo Juan Enrique Lira, del giornale El Mercurio, l'unico autorizzato a fotografare il cadavere. Era tanto sfigurato che, alla signora Hortensia, sua moglie, mostrarono il corpo solo quando stava nella bara. E non permisero che scoprisse il volto.

Allende aveva compiuto 64 anni in luglio, era un Leone tipico: tenace, deciso e imprevedibile. Quel che pensa Allende lo sa solo Allende, mi disse una volta un suo ministro. Amava la vita, amava i fiori e i cani, era di modi galanti come si usava in altri tempi.
La sua maggiore virtù fu quella di essere conseguente, però il destino gli riservò la rara e tragica grandezza di morire difendendo con le armi l'anacronistico diritto borghese; difendendo una Corte Suprema che lo aveva ripudiato e che poi legittimò i suoi assassini; difese un miserevole Parlamento che aveva contestato la sua legittimità e che poi finì per arrendersi agli usurpatori; difendendo i partiti dell'opposizione che avevano già venduto la loro anima al fascismo; difendendo tutti gli ammennicoli di un sistema tarlato che si era impegnato ad annichilire senza sparare una sola pallottola.

Il dramma accadde in Cile, per disgrazia dei cileni, però passerà alla storia come qualcosa che irrimediabilmente coinvolse tutti gli uomini del tempo, destinato a rimanere per sempre nelle nostre vite.

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