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  • 04/06/2006 Un "Tetto" per Totti (Nicola Giocoli, www.lavoce.info)

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    Diversi interventi su lavoce.info hanno individuato nella creazione di una superlega europea la soluzione all’enorme, e crescente, divario tecnico-economico esistente nel campionato italiano di calcio. L’idea di creare un vero e proprio campionato europeo per i club maggiori, trasformando in una sorta di A2 i rispettivi campionati nazionali, circola da un decennio. (1) Tuttavia, la proposta mi pare difficilmente realizzabile nel contesto attuale del calcio europeo; non gradita da una parte rilevante dei tifosi; forse inefficace rispetto al problema del divario tecnico-economico.
    Cercherò di argomentare brevemente tali obiezioni.

    La proposta è difficilmente realizzabile

    Ammesso di persuadere l’UEFA e gli altri club europei a prendere in considerazione la proposta, la chiave per la sua concreta realizzabilità sarebbe la questione dei diritti televisivi. A differenza dell’attuale legislazione italiana (negoziazione individuale), l’UEFA è riuscita nel 2003 a ottenere una parziale esenzione dall’ Antitrust europeo, potendo così mantenere la negoziazione centralizzata dei diritti televisivi della Champions League. (2) Gli ingenti proventi che ne derivano sono distribuiti su base meritocratica, in funzione dei risultati ottenuti nel corso della competizione. Esistono quindi forti interessi al mantenimento di uno status quo che assicura grande soddisfazione economica a tutte le squadre partecipanti. È bene poi ricordare che l’esenzione dalle norme antitrust è stata concessa, oltre che in virtù delle note specificità del settore sportivo (dove il benessere dei tifosi/consumatori si ritiene crescente con il grado di equilibrio sul campo), soprattutto in ragione della formula a eliminazione diretta della competizione che rende impossibile una negoziazione individuale. Nel caso la Champions League venisse trasformata in un vero campionato, con un numero garantito di partite per ciascuna squadra, tale motivazione verrebbe meno e quindi alcuni club partecipanti potrebbero a ragione reclamare il diritto alla negoziazione individuale.

    La proposta è impopolare

    Molti commenti ignorano la distinzione, ben nota a chi si occupa di economia dello sport, tra tifosi "committed" e "uncommitted". (3) Riferirsi all’audience mondiale di Milan–Barcellona significa avere in mente i tifosi uncommitted, quelli cioè che tipicamente non vanno allo stadio, guardano il calcio in tv e, pur parteggiando per una squadra, non hanno una forte preferenza per i suoi successi quanto per la qualità dello spettacolo. Questi sono anche i tifosi che popolano i modelli degli economisti dello sport nordamericani, ovvero quelli che si ritiene (anche da parte dell’ Antitrust europeo) perdano interesse in una competizione troppo squilibrata. Pur riconoscendo che la pay-tv è stata una vera rivoluzione per il calcio italiano, perché ha grandemente ampliato la platea dei tifosi uncommitted, rimane che in Italia e negli altri paesi europei, sono numerosi, e forse ancora maggioritari, specie per le squadre minori, i tifosi committed.
    Sono i "veri" tifosi, quelli cioè per i quali Ascoli – Milan conta quanto, se non più, di Milan – Barcellona, ovvero quelli il cui interesse per l’evento sportivo non cala al crescere del divario tecnico e per i quali, quindi, l’argomento della tutela dell’equilibrio competitivo non vale. Il benessere di tali tifosi è legato alla prosecuzione dei campionati nella forma attuale, incluse le rivalità di campanile, le sfide tradizionali e, soprattutto, il meccanismo di promozioni e retrocessioni, fonte di importanti gratificazioni e tratto distintivo – per riconoscimento della stessa Unione Europea – dello sport europeo. La creazione della superlega finirebbe per distruggere almeno parte di tale benessere. Forse il gioco vale comunque la candela, ma non si può fingere che esista un omogeneo "tifoso rappresentativo".

    La proposta può essere inefficace

    Bisogna intendersi sulla struttura della superlega. Se si pensa, sulla scia degli sport professionistici nordamericani, a una superlega chiusa ampliabile solo per cooptazione, si potrebbero contestualmente attivare, come sottolineato anche in precedenti interventi, quei provvedimenti a tutela dell’equilibrio sul campo noti all’esperienza Usa (salary cap, riparto egalitario dei ricavi, eccetera). In questo caso, nessuna obiezione di principio: il target di riferimento di una simile superlega sarebbero gli appassionati uncommitted per cui, una volta sacrificati consapevolmente i tanti tifosi committed delle squadre minori, esisterebbero vari modelli di governance tra cui scegliere il più adatto al calcio europeo.
    Se invece si pensa a una lega aperta, con un meccanismo di promozioni e retrocessioni dalle leghe nazionali, ecco che i dubbi aumentano. Si tratterebbe infatti di un unicum a livello mondiale. Rapidamente il divario tecnico-economico tra insider e outsider diverrebbe incolmabile per cui non è chiaro come un club che partecipa al campionato nazionale (con risorse tecnico-economiche a esso commisurate) potrebbe sperare di battere in un playoff tecnicamente credibile – cioè disputato su più partite – un club proveniente dalla superlega.
    Delle due l’una: o il playoff sarebbe solo una fastidiosa formalità per il club di superlega, oppure, nel caso venisse disputato in forma di partita unica, sarebbe un evento del tutto imponderabile al quale difficilmente i singoli club, e soprattutto chi gestisce la superlega, affiderebbero i destini economici delle stagioni successive (immaginate l’impatto sugli abbonamenti alla pay-tv della promozione in superlega del Chievo al posto del Milan). L’esito prevedibile sarebbe una forte spinta a tutelare gli insider con l’approdo a una lega chiusa. Inoltre, l’analisi economica dello sport mostra che l’efficacia di molte delle misure a tutela dell’equilibrio competitivo ideate per leghe chiuse è diversa in caso di una lega aperta, caratterizzata da un sistema di incentivi molto differente: è da dimostrare che il loro effetto sarebbe davvero un soddisfacente equilibrio sul campo.
    In conclusione, la soluzione "superlega europea" appare non priva di difficoltà e incognite e quindi praticabile in concreto solo nel lungo periodo. I gravissimi problemi del calcio italiano richiedono però una soluzione immediata: perché allora non cogliere l’occasione per sperimentare, subito e per qualche anno, nel nostro campionato alcune delle misure di riequilibrio tipiche dello sport Usa, in particolare una qualche forma di salary cap? È vero che un tetto ai salari imposto a livello nazionale – oltre a seri problemi di enforcing – potrebbe causare la fuga dei migliori giocatori verso altri campionati, ma tale obiezione non pare dirimente: se i club italiani, a causa della loro fragile struttura patrimoniale, possono permettersi di ingaggiare gli Adriano e i Totti solo grazie a ricavi gonfiati con metodi non del tutto leciti, o comunque lesivi della concorrenza, ben venga una dieta a base di sconfitte nelle coppe europee. In fondo, anche le nostre imprese esportatrici sono state per anni "viziate" dalle svalutazioni della lira, ma quelle davvero efficienti sono riuscite, sia pur faticosamente, a imporsi sui mercati internazionali anche in regime di moneta unica.


    (1)
    Per una simulazione vedi Szymanski S., Hoehn T., "The Americanization of European football", Economic Policy, 1999, Vol. 14, pp.205-233.

    (2) Vedi la decisione pubblicata in Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea, 8.11.2003, L 291, pp.25-55.

    (3) Vedi Szymanski S., "Income inequality, competitive balance and the attractiveness of team sports: some evidence and a natural experiment from English soccer", Economic Journal, 2001, Vol. 111, pp.69-84


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