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15/08/2006 Rendiamo Onore ad un Grande Uomo (http://etleboro.blogspot.com)

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    A volte il destino sa essere beffardo e crudele, segna la fine dei grandi uomini con solitudine e riflessione, porta a farli scomparire nel silenzio ma lascia un segno profondo e indelebile. Sarà il tempo quel dio che recupererà la loro memoria e la perpetuerà nei secoli, sarà lui che insegnerà a tutti la grandezza di quell'uomo, che da solo ha sfidato e sconfitto il sistema per il semplice fatto che lui vivrà in ognuno di noi negli anni avvenire. Il Prof. Giacinto Auriti è morto, era gravemente malato e viveva ormai solo nel suo appartamento. Non lottava più contro il sistema, stanco ed esausto ormai perché la vita aveva vinto: lo aveva stremato e portato via le glorie, e alla fine lo aveva lasciato con confusi ricordi e una condanna che gravava sulle sue spalle che lo obbligava a tentare ancora il giudizio in appello. La stessa stampa che in più occasioni ha avuto modo di condannarlo e deriderlo, ha dimenticato la scomparsa di uomo che non si è nascosto dinanzi alle telecamere o i giornali che erano giunti per trasformare la sua rivoluzione in farsa. In quell'occasione il Prof. Auriti capì il gioco sporco che stavano tentando di fare per screditare la sua persona e il Simec, il simbolo econometrico di proprietà del popolo, il frutto dei suoi 36 anni di studio, e allora strinse attorno a sé la popolazione per dimostrare che le persone non avevano paura.

    Non sappiamo cosa stesse pensando in questi giorni il Prof. Auriti, ma sicuramente ha ripercorso centinaia di volte con la mente la sua vita cercando di capire dove e cosa avesse sbagliato. Non abbiamo avuto il tempo per incontrarlo e dirgli che non era stato lui a non spiegare bene, ma che invece erano state le persone a non aver creduto fino in fondo in ciò che facevano. Il Professore ha sacrificato tutta la sua vita, i suoi studi, la sua intelligenza, li ha completamente donati alla realizzazione di un'idea e sapeva bene che quella lotta aveva un prezzo.
    "La dignità gratuita non esiste, e io pago perché voglio la proprietà popolare della moneta", lui aveva rimesso il suo debito con grande fierezza stoica, senza mai tirarsi indietro, senza avere paura di perdere una carica o delle onorificenze. Ha rischiato tutto per qualcosa in cui credeva, la sua carriera, il suo patrimonio, sottoscrivendo ogni atto o dichiarazione con il suo nome, il suo onore e la sua persona. Questa è la più grande lezione etica e morale che Auriti intendeva lasciare ai suoi alunni, al suo pubblico e a tutti coloro che lo seguivano come se fosse un leader. Non tutti evidentemente hanno colto a fondo il significato di quelle parole, o forse se ne sono appropriati per costruire poi una propria "religione", un "proprio credo" millantando teorie e grandi ricerche di studi. Hanno cominciato accanto ad Auriti e non appena la sua tenacia ha perso colpi, con difficoltà e sconfitte legali, lo hanno abbandonato, negando persino la paternalità del loro stesso sapere. Ora si ergono al di sopra vantando di essere dei professori, dei ricercatori o dei pensatori, mentre parlano dell'esperienza del Simec come una simpatica trovata, che si serviva di un "baracchino" per cambiare la moneta. Dopo averlo dimenticato nella solitudine delle sue cause e dei suoi problemi legali, ora lo piangono e sicuramente in un futuro non troppo lontano cominceranno ad utilizzare il suo nome, le sue parole e la sua grande scoperta per scopi commerciali o per coltivare la loro stessa immagine.
    Per la grande tenacia e decisione, e allo stesso tempo umiltà e semplicità, gli è valso l'affetto del suo Abruzzo, dei suoi studenti che hanno fatto tesoro del dono concessogli, la fiducia di una comunità che ha così promosso e curato l'esperimento del Simec, ma senza conseguire i risultati che si volevano ottenere. Infatti coloro che adottarono il Simec lo fecero per scopi puramente commerciali, perché consentiva di abbattere quasi del 50% i prezzi dei prodotti alla vendita: si è giunti così ad un compromesso commerciale che però non ha formato le coscienze e convinto le persone sul vero significato di una moneta locale. Il Prof. Auriti nelle sue trasmissioni ha sempre cercato di entrare nel cuore delle persone più umili, ma la comunicazione e la spiegazione di certi principi necessita di tempo e il Prof. Auriti tutto questo tempo non lo aveva. Sapeva che lo avrebbero bloccato, così come avevano fatto per la sua facoltà di "economia monetaria", e per questo doveva portare a termine qualcosa che aveva cominciato da tempo, doveva fare la moneta per consentire alle giovani generazioni di far tesoro di quell'evento e di continuare poi su quella strada.
    La teoria del valore indotto creava innanzitutto lo spostamento del centro di potere da una struttura piramidale come sono le banche centrali, ad un sistema di potere diffuso, distributivo onde ridare al popolo quella libertà negatagli. Questa non è solo una moneta, ma una piccola rivoluzione, un contributo alla libertà del popolo dall'usurocrazia. È ovvio che affermare ciò significa anche scontrarsi contro un muro, tale che poi verrà subito azionato il meccanismo della disinformazione tramite la Guardia di Finanza, che ha criminalizzato il possesso di quelle monete, e delle Associazioni di Consumatori. Con riferimento a queste ultime, vogliamo porre maggiore rilevanza sull'Adusbef, e magari vorremmo sapere cosa ha spinto lei a fare una causa per ottenere il rimborso del signoraggio, senza capirne il messaggio inviato. È fortemente incoerente combattere contro l'usurocrazia senza sapere che il debito pubblico è un dato contabile e non può certo giustificare la vendita dell'oro nelle casse dello Stato Italiano.

    Non avremo più l'occasione di incontrare il Prof.Auriti, ma vorremmo ricordargli che noi oggi siamo qua, a combattere, perché ci crediamo, perché sappiamo che il denaro non può comprare la nostra anima. Ciò che Auriti non avrebbe mai voluto è la resa, la sconfitta passiva, delle persone di buona volontà, che lottano consapevolmente e non hanno paura di perdere una illustre carica.

    Nel ricordo di un amico (Avv. Antonio Pimpini)

    L’Auriti giurista è noto negli ambienti universitari per gli studi, le ricerche e le pubblicazioni accademiche, ma la sua notorietà si diffuse anche a chi non ne era partecipe di tale mondo, poiché, a seguito dell’esperimento scientifico in Guardiagrele dei simec (simboli econometrici di costo nullo di valore indotto), la sua teoria sulla proprietà popolare della moneta si diffuse in tutto il mondo.

    Egli non fu mai né conformista né omologato, con severo spirito critico, innanzi tutto con se stesso, poneva sempre a verifica le sue affermazioni, discutendo con tutti in modo sereno e pronto a recepire novità, anche se il suo dialogo si interrompeva bruscamente al cospetto di un interlocutore animato da compromesso o mala fede. Questo grande merito lo rese atipico anche negli ambienti universitari, in quanto non scriveva per il gusto di aumentare la sua bibliografia a soli fini statistici, ma per affermare principi nuovi o evoluzioni di precedenti idee. Il suo insegnamento fu una vera e propria missione, si divertiva e godeva nel poter formare giovani studenti allo spirito critico (la sua frase all’inizio di ogni corso di lezioni era: “Voi avete il dovere di conoscere quanto i professori vi insegnano, ma non dovete necessariamente crederci”).

    Anche se le cronache giornalistiche lo conobbero diffusamente solo con l’esperimento dei Simec di Guardiagrele, il suo percorso professionale risale agli anni 50 allorché divenne assistente presso la Cattedra di Diritto della Navigazione dell’Università La Sapienza di Roma e percorse tutti i successivi gradi sino a divenire professore associato e, quindi, ordinario di diritto della navigazione. Fu, inoltre, uno dei fondatori della D’Annunzio e, in particolare, della Facoltà di Giurisprudenza di Teramo. Qui il suo pensiero, grazie alla reggenza – prima – della cattedra di diritto internazionale e poi all’ordinariato in quella di teoria generale del diritto, potette finalmente svolgersi nella più assoluta libertà ed iniziò il periodo della più bella e fantastica utopia.

    La sua Fede Cattolica e la sua formazione culturale, lo spinsero sempre a cercare di attuare il diritto sociale della Chiesa e in ciò l’incontro con l’allora Cardinale Ratzinger (ora Papa Benedetto XVI) fu folgorante. Si conobbero nella prolusione all’anno accademico nel 1987 a Chieti e, nel 1989, a Teramo, in occasione del 100° anniversario della Rerum Novarum, quando il prof. Auriti organizzò una conferenza sulla proprietà popolare della moneta come attuazione del principio del tutti proprietari espresso dall’Enciclica. Infine, si rivedero a Rieti, in occasione di un convegno al quale furono entrambi invitati. La reciproca simpatia e affetto ebbero la loro massima dimostrazione proprio nella partecipazione all’incontro di Teramo, sicuramente coraggioso per l’allora Porporato destinato a divenire Sommo Pontefice, in quanto non vennero mai nascoste le diffidenze verso i grandi centri finanziari e, in particolare, verso il sistema della banche centrali.

    In ogni convegno l’unico modo per contrastare le argomentazioni del prof. Auriti era quello di ritenere la sua idea un’utopia, senza sapere che, in campo scientifico, un’affermazione di tal fatta è ben lungi dell’essere negativa. E il tempo gli ha dato e continuerà a dargli ragione.

    Il prof. Auriti ha vinto la sua guerra contro il demone dell’usura nel momento in cui ha esternato l’idea della proprietà popolare della moneta! Il tempo e il modo in cui tale principio verrà attuato appartiene al Sovrannaturale, né può divenire motivo di preoccupazione, d’altro canto il recente dibattito sulle prerogative e poteri della banca centrale ne è la dimostrazione piena.

    Ma il mio ricordo vuole essere rivolto, oggi, ai giorni di estrema goliardia e di sana convivialità che mi hanno arricchito in un modo così grande da farmi ritenere, a giusta ragione, molto più facoltoso di tanti che lo sono solo dal punto di vista meramente materiale. E ciò anche perché lui avrebbe voluto vedere coloro i quali nutrirono sentimento di affetto nei suoi confronti sempre sorridenti e sereni, mai tristi, perché la sua non è una scomparsa ma un semplice trapasso da una vita ad un’altra, nella certezza che, nel Paradiso, non potrà certamente incontrare i suoi detrattori né coloro che, per il bene comune, ha sempre combattuto.

    Due sono gli episodi provocatori che mi tornano alla mente. Il primo: il prof. Auriti affermava, a giusta ragione, che la sua teoria avrebbe messo d’accordo sia la destra che la sinistra e per dimostrarlo, a chiunque incuriosito gli chiedesse come, si alzava in piedi e poneva il braccio destro con il tipico saluto romano in uso nel ventennio, mentre elevava il sinistro, sebbene con maggiore sforzo ed intuibili difficoltà, con il pugno chiuso. Poi, portava la mano destra, già aperta per il saluto romano in atto, sull’avambraccio sinistro e, nel contempo, piegava il braccio sinistro nel tipico gesto di sordiana memoria. Ed esclamava: “Ecco l’unione tra la destra e la sinistra”. Si divertiva un mondo.

    Un altro episodio, fu quello di inserire la sigla “bq” sui Simec di seconda generazione, cioè sui simboli stampati dopo il dissequestro e su quelli di metallo. L’iniziativa nacque nell’occasione di un incontro conviviale nelle zone di Guardiagrele ove, pensando alle reazioni inaudite e fuori logo della banca centrale e dell’autorità giudiziaria all’esperimento di sociologia del diritto dei Simec, si decise di apporre sul Simec stesso un qualcosa che potesse esprimere, con la tipica sagacia ed espressività del volgo, il sentimento di prevalenza morale ed ideale che accomunava chi sosteneva la proprietà popolare della moneta rispetto a chi la osteggiava. Ecco che tra le varie opzioni emerse il tipico detto abruzzese e chietino del “becchete queste”, che normalmente si accompagna a complementari forme gestuali alquanto esplicative. In accordo assoluto, si decise di inserire detta dicitura in sigla, appunto “bq”, mantenendo riservato il significato e il senso, anche se poi la felicità di poterlo raccontare lo rese il segreto di Pulcinella.

    Questa spensieratezza, questi momenti in cui il cervello si riossigenava e si respirava l’aria della libertà e dell’amicizia, mi mancheranno e mi imporranno di avere cura della ricchezza donatami, perché ne dovrò fare buon uso per non disperderne l’immenso valore.

    Vi lasciamo con un messaggio di Auriti, sperando che apra la vostra mente e vi induca a pensare sulla grandezza di quest'uomo, al cui confronti i nostri politici e rivoluzionari "per hobby" sono solo una brutta copia in trasparenza:

  • Auriti's rock

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