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  • 28/08/2017 A scuola fino ai 18 anni, obbligo o scelta? (Giorgio Brunello e Maria De Paola)

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    Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli propone di alzare l’obbligo scolastico a 18 anni. Bisogna ricordare che individui più istruiti formano una società migliore. Ma non è scontato che più anni di istruzione formeranno individui con più competenze.





    Secondo molti analisti per competere nel mondo d’oggi e in quello che vedremo nei prossimi decenni è indispensabile almeno completare le scuole superiori. Coloro che abbandonano la scuola precocemente sembrano destinati a peggiori risultati non solo in termini di opportunità occupazionali e di guadagni, ma anche di salute e soddisfazione per la propria vita e lavoro. I motivi che portano gli individui ad abbandonare gli studi sono diversi così come sono molteplici gli strumenti con cui si può cercare di contrastare il fenomeno. Ed è nell’ambito di questi strumenti che va intesa la dichiarazione della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli di voler portare l’obbligo scolastico a 18 anni.

    Più istruzione per gli individui, più benefici per la società



    Le leggi sull’obbligo scolastico stabiliscono il numero minimo di anni di istruzione che un individuo deve completare prima di lasciare la scuola o un’età minima di uscita dal sistema scolastico. Se i benefici dell’istruzione fossero solo privati e se gli individui scegliessero in maniera ottimale gli investimenti in capitale umano l’imposizione dell’obbligo scolastico non troverebbe giustificazione. Tuttavia, i benefici dell’istruzione non ricadono solo su chi effettua l’investimento ma si ripercuotono sulla società nel suo complesso a causa del loro impatto sulle finanze pubbliche (aumentano le entrate e riducono la spesa sociale), sulle prospettive di crescita, sulla criminalità, sulla partecipazione politica e anche sugli atteggiamenti verso minoranze e immigrati. Inoltre, molti studi mostrano che gli individui spesso non sono razionali o non riescono a prevedere gli effetti delle loro decisioni finendo con l’intraprendere scelte che si troveranno poi a rimpiangere.

    Riforme che hanno innalzato la durata dell’obbligo scolastico si sono susseguite nel corso del tempo in molti paesi europei fino a giungere ad una sostanziale convergenza, con la maggior parte dei paesi Europei in cui ad oggi l’obbligo scolastico ha una durata di 9-10 anni. Non mancano tuttavia eccezioni. Ad esempio, la durata dell’obbligo è di 11 anni in Inghilterra e di 13 anni in Olanda, dove è obbligatorio continuare il processo di istruzione/formazione fino all’età di 18-19 anni (lo è anche in Israele e in molti Stati americani). L’Italia è nella media, con 10 anni a partire dal 2007.

    Perché aumentare ulteriormente la durata della scuola obbligatoria? E’ chiaro che l’estensione dell’obbligo scolastico tende ad accrescere il livello medio di istruzione della popolazione. Brunello, Fort e Weber  (2017) stimano che un anno di istruzione obbligatoria in più ha accresciuto gli anni medi di istruzione in Europa di circa 0.3 anni, con effetti eterogenei a seconda del background familiare. Per gli Stati Uniti alcuni studi mostrano che le riforme introdotte tra il 1852 e il 1920 hanno aumentato soprattutto gli anni di istruzione degli immigrati, con scarsi effetti sui nativi. Quindi, non tutti beneficiano, e i benefici non sono distribuiti in modo omogeneo.

    Non solo più anni di studio, servono anche più competenze

    Accrescendo la partecipazione scolastica, l’allungamento dell’obbligo scolastico comporta dei costi: a parità di rapporto tra studenti e docenti, aumenta la domanda di docenti e di strutture scolastiche. Per generare benefici, un aumento dell’obbligo deve poter incidere sulle effettive competenze acquisite dagli studenti, e possibilmente migliorare la transizione scuola-lavoro.

    Dato che le risorse sono scarse, la domanda naturale è se esistano alternative all’incremento dell’obbligo scolastico. E’ oramai generalmente accettato che i benefici di un euro di denaro pubblico speso in istruzione sono massimi quando sono spesi molto presto – già in età prescolare (Heckman, 2000). L’Italia è indietro nella partecipazione all’istruzione formale (ad esempio asili nido) della fascia di età 0-3, sia rispetto alla media dei 28 paesi EU sia rispetto a concorrenti come la Francia, la Spagna e il Regno Unito. Investire nell’offerta di asili nido favorisce lo sviluppo delle competenze cognitive e non-cognitive proprio di quei bambini, che provenendo da ambienti familiari e sociali meno favorevoli, sono più a rischio di abbandonare la scuola quando diventeranno adolescenti. Una migliore offerta pre-scolare può dunque ridurre l’abbandono scolastico non subito, ma tra 10-15 anni. Non sono da trascurare poi i benefici più immediati in termini di maggiore tasso di partecipazione femminile in una società che invecchia rapidamente.

    Permettere al maggior numero di individui di rispondere alle sfide di un progresso tecnico che procede a una velocità mai sperimentata in passato e di un’accresciuta mobilità dei fattori produttivi è un obiettivo a cui i governi hanno il dovere di provare a raggiungere, agendo con lungimiranza. Come farlo – se imponendo l’obbligo o se favorendo le condizioni che riducono l’abbandono scolastico futuro – è una questione che richiede maggior dibattito, possibilmente suffragato da valutazioni scientifiche di politiche già in atto anche in altri paesi. Ad esempio, quali sono stati gli effetti dell’aumento dell’obbligo da 9 a 10 anni avvenuto nel 2007? Accrescere l’obbligo scolastico può rappresentare un messaggio importante e avere un valore simbolico. Esso però contribuirà a formare gli individui altamente qualificati, creativi e flessibili che i nuovi sistemi produttivi richiedono solo se il tempo speso a scuola sarà davvero utile a questo scopo e ciò dipende da una quantità di fattori tra cui spiccano la motivazione e la qualità dei docenti.

    https://www.aduc.it/

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