TuttoTrading.it

15/01/2007 Privatizzazione, la parola magica (Enrico Santarelli, Gianni De Fraja, www.lavoce.info)

Ricerca personalizzata
GIOCHI GIOCATTOLI
Articoli da regalo
Attività creative
Bambole e accessori
Bestseller generali
Burattini e tetrini
Calendari dell' avvento
Collezionabili
Costruzioni
Elettronica per bambini
Giocattoli da collezione
Giocattoli prima infanzia
Elettronica per bambini
GIOCHI GIOCATTOLI
Giocattoli da collezione
Giocattoli prima infanzia
Giochi di imitazione
Giochi da tavola
Giochi educativi
Modellismi
Peluche
Personaggi Giocattolo
Puzzle
Sport Giochi Aperto
Strumenti Musicali
Veicoli

Faccio, con una parola, una proposta radicale di riforma del sistema universitario italiano: privatizzazione. Completa e totale, di tutte le strutture di ricerca e d’istruzione universitaria.
Ma, mi si obietterà subito, l'università produce un bene pubblico, non si può privatizzare.
In primo luogo, l'università produce molti beni e servizi, alcuni privati, alcuni pubblici. Tra i primi, la ricerca applicata (brevettabile), e l'istruzione terziaria (che è un bene privato: il suo consumo è rivale ed escludibile, il costo marginale è positivo; se vi sono esternalità positive nel consumo – che non è unanimemente condiviso – sono limitate e internalizzabili con un sussidio); la ricerca di base prodotta dall'università è invece un bene pubblico. E in secondo luogo, i beni pubblici vanno sì finanziati dallo Stato, ma non necessariamente forniti dallo Stato: strade e ponti, beni pubblici, sono forniti da costruttori privati, e pagati dallo Stato. Come per le strade e le astronavi, la produzione di ricerca di base può venir fatta da entità private, commissionata da enti pubblici (l'Anas e la Nasa), e pagata dal contribuente.

Perché privatizzare

Perché privatizzare? È un caso di mali estremi ed estremi rimedi. Le proposte di riforma, anche radicali, apparse su lavoce.info o in altre sedi, sono senz'altro idee nella direzione giusta, ma secondo me troppo timide. Vi sono molte similarità tra i settori che furono privatizzati dal governo di Margaret Thatcher negli anni Ottanta e l'attuale sistema universitario italiano: struttura sclerotica e rigidissima, ossequio borbonico a regole antiquate, esasperante lentezza nella risposta a stimoli interni ed esterni, burocratizzazione paralizzante, inefficienze immense; forte potere corporativo del personale impiegato.
D'altro lato, vi sono anche differenze, che rendono la privatizzazione del sistema universitario italiano meno problematica. Al contrario delle utilities, un sistema universitario opera in un ambiente "non urgente", e pertanto privatizzarlo è meno rischioso: la rete elettrica o telefonica, il sistema ferroviario, la distribuzione del gas o dell'acqua, sono tutte attività dove errori possono costare molto, sia in termini monetari, sia in termini di vite umane. Inoltre, il mondo ha accumulato un quarto di secolo di esperienze di privatizzazioni, e un processo simile per il sistema universitario italiano potrebbe trarne beneficio.
Un'altra differenza è il fatto che il settore è per sua natura competitivo. Il consenso sull'esperienza inglese è che non si sia prestata abbastanza attenzione al regime competitivo post-privatizzazione, e che in molti casi, le inefficienze di un settore monopolistico pubblico si siano trasformate in inefficienze di un settore monopolistico privato. Per l'università italiana, è vero sì che ci sono economie di scala e di scopo, ma direi che si esauriscono a scala relativamente piccola. In un paese come l'Italia, vi è probabilmente spazio per un numero di atenei di dimensione efficiente tra i 50 e i 200. E la competizione funziona: nei sistemi universitari privati, o con una forte componente privata, come gli Stati Uniti, o con competizione in un ambiente formalmente privato, come in Gran Bretagna, si avverte forte il vento competitivo, e non vi è nessuna tendenza alla concentrazione. La lezione che viene dalla Spagna è illuminante: è anch'essa borbonica, ma i suoi pezzetti di sistema universitario cui è permesso comportarsi (un po') privatamente, competono ferocemente e, quindi, funzionano nel complesso bene.

Atenei all’asta

In pratica, cosa potrebbe avvenire? Qui entriamo, temo, nella fantascienza, perché dubito che il sistema politico italiano, e gli accademici il cui consenso è essenziale per il successo del processo, possano mai avere la lungimiranza di soffrire i costi di breve periodo per far avere alle generazioni future gli enormi benefici di un sistema universitario funzionante. Ma immaginiamo comunque. Un'università non è un albergo, né un quadro di Cezanne, e un'asta al miglior offerente probabilmente non è il modo migliore di privatizzare ogni ateneo.
In molte aste (ad esempio quelle per le licenze televisive e le reti ferroviarie in Gran Bretagna) si compete sia sul prezzo pagato, sia sulle caratteristiche qualitative dell'offerta. Il tipo di programma formativo e di ricerca proposto dagli offerenti potrebbe venir considerato, almeno per alcune università. Ad esempio, in Veneto, l'asta per l'università di Padova potrebbe prevedere considerazioni qualitative, quelle per Venezia e Verona la vendita al miglior offerente. Ugualmente, è possibile considerare, per alcuni atenei, licenze a tempo limitato (venti o trent'anni), come per grandi opere pubbliche quali il tunnel sotto la Manica.
Chi potrebbe comprarle? Molte università estere costruiscono alleanze o sedi ex-novo in paesi in cui vi è un mercato potenziale: dal Campus di Barcellona dell'università di Chicago, a quello cinese dell'università di Nottingham, al Bologna Center della Johns Hopkins University. (1)
La possibilità di acquistare e gestire istituzioni con la fama, la posizione, la tradizione, il capitale umano e il mercato delle più prestigiose università italiane verrebbe colta in men che non si dica da ambiziose istituzioni straniere: l'università di Harvard ha un endowment di tra 10 e 20 miliardi di dollari, e potrebbe ben decidere di investirne l’1 per cento per l'acquisto di università italiane. E come Wafic Said a Oxford, e prima di lui Cornelius Vanderbilt, Andrew Carnegie, Ezra Cornell, e Sir George Wills (Bristol, sigarette), alcuni fra i Roman Abramovich, i Bill Gates, e i Silvio Berlusconi di oggi vedranno un'opportunità nel legare il loro nome al modo in cui le loro fortune sono utilizzate piuttosto che al modo in cui sono state accumulate. Altri atenei potrebbero venir trasformati in spa e poi venduti in Borsa, o regalati (in toto o in parte) alla popolazione, o ai dipendenti, sul modello dei paesi dell'Est dopo la caduta del muro di Berlino. Altri potranno essere organizzati come cooperative, i cui soci siano docenti, studenti, esponenti del territorio locale. Asset-stripper potrebbero comprare un'università e chiuderla, per vendere gli stabili e i terreni: se il mercato decide ad esempio, che avere un'università nel centro di Milano è relativamente improduttivo, peccato, ma almeno i fondi così ottenuti potranno essere usati per finanziare più borse di studio e più ricerca di base.

Come funziona

Ma come può funzionare un sistema privato? I soldi risparmiati, si diano agli studenti, alla ricerca di base, a progetti specifici. Tanto per dare numeri: del bilancio totale corrente delle università italiane darei il 40 per cento in borse di studio agli studenti (non entro nei dettagli, ad esempio se e come differenziare tra varie aree disciplinari o se far dipendere il sussidio dal reddito familiare), il 20 per cento agli atenei con un sistema tipo Research Assessment Exercise o Civr, il 20 per cento a progetti di ricerca specifici (sul modello della Nsf in Usa, dei Research Council in Gran Bretagna, e del Cofin in Italia). Il resto ritorni al bilancio pubblico. Le borse di studio, naturalmente, si possono usare in istituti esteri. L'agenzia che gestisce i fondi pubblici destinati alla ricerca potrà decidere di sussidiare funzioni che si ritengano socialmente importanti, ma poco "commerciali", quali storia dell'arte o latino, analogamente ai sussidi offerti per mantenere attive le linee ferroviarie secondarie.
In molti casi la privatizzazione ha condotto a perdite di posti di lavoro. Penso che nessuno abbia dubbi che vi siano parti (geografiche, disciplinari e amministrative) del settore universitario dove licenziamenti siano necessari e salutari. Tra le condizioni per la vendita, ai potenziali compratori si potrà richiedere di specificare piani per l'occupazione (uso del pre-pensionamento, Tfr aggiuntivi e così via). Il principio generale, però dovrà essere che quello della perdita dei posti di lavoro è un problema meno serio che in molte privatizzazioni passate. In primo luogo, i confronti internazionali suggeriscono che in Italia il settore è troppo piccolo, non troppo grande: entro dieci anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno. In secondo luogo, se un ateneo venisse chiuso, gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno. Un bidello, un segretario, una direttrice di un ufficio amministrativo hanno più flessibilità. I professori più interessati all'insegnamento potranno lavorare nelle scuole secondarie, quelli più interessati alla ricerca in altri atenei, in Italia o all'estero.
Le università private, ovviamente, si gestiranno come preferiranno, nel rispetto della legislazione vigente sui diritti dei lavoratori e dei consumatori, sulla salute pubblica, eccetera. Esattamente come i produttori di motociclette e trattori, o i ristoranti: se un ristorante vuole far pagare 100 euro a persona e offrire un menu da gourmet, ha diritto di esistere quanto la trattoria per camionisti che fa cucina casalinga per 8 euro. E non è affatto detto che il primo sia migliore o più desiderabile del secondo. Se un ristorante vuole offrire solo pesce e un altro solo cibo vegetariano e macrobiotico potranno farlo liberamente; l'analogia con l'offerta universitaria è ovvia. L'esempio del ristorante illustra un'altra istituzione che potrebbe facilmente sorgere in un mondo di istruzione terziaria privata: un ente, anch'esso privato, che fornisce la certificazione delle università, come la guida Michelin per i ristoranti, classificandoli e descrivendoli agli studenti e ai datori di lavoro.
I futuristi volevano vendere i tesori nazionali per finanziare la guerra. Sarebbe stata la perdita perenne di un patrimonio culturale inestimabile, per un beneficio che adesso siamo in grado di valutare come illusorio. Al contrario, la mia proposta, oltre a ottenere un beneficio monetario immediato, porterebbe alla valorizzazione nel lungo termine del patrimonio e della tradizione culturale italiani. Ma, come per i futuristi, temo che la mia idea resterà tale, e non verrà mai messa alla prova dei fatti.

 

(1) Vedi, rispettivamente: gsb.uchicago.edu/corp/confcenter/barcelona/index.aspx, www.nottingham.edu.cn/, www.jhubc.it/

Per approfondire vai alla Pagina Scuola ed Università

Esami si Stato 2007, la scuola, l' università

Ricerca personalizzata
LIBRI
Adolescenti Ragazzi
Arte Musica
Bestseller Generali
Biografie
Consultazione ed Informaz.
Diritto
Economia e Business
Fantascienza
Fantasy
Fumetti e
Gialli e Thriller
Hobbi e Tempo Libero
Horror
Humor
Informatica e Internet
Letteratura
Libri altre lingue
Libri inglese
Libri bambini
Lingue linguistica
Narrativa
Politica
Religione
Romanzi rosa
Salute Benessere
Scienze Medicina
Self-Help
Società Scienze Sociali
Sport
Storia
Viaggi

 Questo sito
  • Home
  • Mappa sito
  • Contatti
    VAI ALLA MAPPA DEL SITO