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  • 18/03/2004 Se le popolazioni “ballano” (Cesare Cislaghi, www.lavoce.info)

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    Se un navigatore approdasse di questi tempi sul sito www.istat.it e cercasse di sapere quanti sono gli italiani, troverebbe che all'inizio del 2000 erano 57.679.895, all'inizio del 2001 57.844.017 (164.122 in più), dieci mesi più tardi 56.995.744 (848.273 in meno), a fine 2001 56.993.742 (solo 2002 abitanti in meno), e a fine 2002 57.321.070 (327.328 in più).
    E se la navigazione continuasse senza incagli, si accorgerebbe che la stima degli incrementi demografici pubblicata (pagine "Bilancio demografico nazionale" e "Indicatori demografici") è completamente diversa da quella rilevata: l'Istat stimava un incremento del +0,20 per cento tra il 2000 e il 2001 diventato in realtà un –1,47 per cento e un incremento stimato tra il 2001 e il 2002 del +0,14 per cento diventato del + 0,57 per cento. (vedi a lato il grafico sugli incrementi registrati)

     



     

    Popolazione legale e reale

    In Italia c'è una legge (Dpr 276/22-5-01, articolo 3, comma 2) che definisce come popolazione legale quella rilevata al censimento ed è a questa che per dieci anni ci si deve attenere ogni qual volta una norma vi faccia riferimento, come ad esempio la legge elettorale per quanto riguarda la definizione dei collegi elettorali.
    Ma il concetto di "legale" non corrisponde necessariamente a quello di "reale"; ed è difficile credere che nei dieci mesi precedenti al censimento sia stata "reale" la diminuzione di 848.273 abitanti, e sia altrettanto "reale" la crescita di 327.328 abitanti nel 2002. Qualcosa di "irreale" c'è di sicuro in questi dati.

    Il fatto è che in Italia, come in ogni paese del mondo, le rilevazioni anagrafiche e quelle censuarie non corrispondono: le prime tendono a sovrastimare la popolazione, le seconde a sottostimarla. Molti lavori scientifici (Mulry 1993, Breiman 1994, Maccheroni 2000, Freedman 2001) hanno studiato il problema e hanno anche suggerito possibili soluzioni per stimare la misura dell'incompletezza dei censimenti, e in qualche modo, per correggerli.
    Il problema comunque è ancora più grave se questi errori non sono distribuiti in modo uniforme tra le Regioni: il censimento 2001, ad esempio, ha registrato una popolazione inferiore di 189.889 unità nel Lazio, cioè il 3,58 per cento in meno, e una popolazione superiore di 1.386 unità, cioè lo 0,1 per cento in più nelle Marche.

    Quali potrebbero essere le cause delle diversità tra le stime anagrafiche e i dati di censimento?
    Potrebbe innanzitutto esser sbagliato il dato dei censimento precedente (cioè del 1991).Oppure, ma questo è davvero improbabile, le anagrafi potrebbero aver mal registrato i dati relativi alle nascite o ai decessi. Più credibile è invece che le anagrafi non abbiano registrato con cura i movimenti tra i comuni italiani, o da e per l'estero. Infine, l'errore potrebbe esser dato da un mal funzionamento della rilevazione censuaria 2001.
    Errori nella registrazione degli spostamenti tra comuni diversi sembrano verosimili: leggendo sul sito internet dell'Istat, il numero dei soli iscritti e cancellati da e per altri comuni italiani nel 2002, la somma algebrica (+iscritti-cancellati) nazionale non si avvicina a zero ma è di circa 65mila unità, con le regioni del Nord che hanno una somma positiva e quelle del Sud negativa.
    Di entità minore probabilmente dovrebbero essere gli errori di mancata cancellazione degli stranieri, il che però sicuramente può accadere.
    In ogni caso, la cosa più probabile è che le disparità di cifre abbiano più cause. Le analisi post-censuarie dovrebbero segnalare quale tra quelle elencate è maggiormente responsabile.

    Dati e ripartizione delle risorse

    L'impatto delle variazioni di cifre relative alla popolazione diventa particolarmente rilevante se si utilizzano questi dati per determinare la ripartizione di risorse da assegnare a ciascuna Regione, come ad esempio accade nella sanità.
    Mediamente per ogni residente una Regione riceve poco meno di 1.400 euro (pur con un sistema che prevede un aggiustamento del valore secondo parametri demografici ed epidemiologici): se all'improvviso si trovasse con 190mila abitanti in meno (come il Lazio), avrebbe una decurtazione di 266 milioni di euro.
    In realtà, il calcolo corretto è un po' diverso in quanto la riduzione dell'assegnazione non risulterebbe determinata dal calo assoluto della popolazione, bensì dal calo relativo che nel caso del Lazio sarebbe il 3,58 per cento/1,47 per cento (1,47 per cento è il calo medio italiano) cioè il 2,43 per cento corrispondente a circa 180 milioni di euro.
    È chiaro che nessun sistema sanitario, data la sua ana-elasticità sul versante dell'offerta, potrebbe reggere a una tale diminuzione improvvisa del suo finanziamento. È per questo motivo che l'accordo tra le Regioni per la ripartizione delle risorse disponibili nel 2004 ha scelto di non utilizzare il dato di censimento e ha invece continuato a riferirsi al dato, ormai obsoleto, della popolazione anagrafica del 31/12/2000.

    Non si potrà certo pensare di continuare però a usare questi dati anche nei prossimi anni. E allora che fare?
    Sarebbe innanzitutto opportuno che l'Istat, pur difendendo anche a oltranza la validità legale dei dati di censimento (che vengono rilevati con il concorso dei comuni), accetti di fornire, come accade in molte altre nazioni, una stima delle perdite del censimento rendendo pubblici i risultati dell'indagine di completezza che ha effettuato.
    In tal modo, si avrebbe almeno una misura dell'affidabilità dei dati di censimento.
    L'incremento elevato di popolazione negli anni successivi ai censimenti (lo 0,57 per cento nel 2001) evidenzia come le regolarizzazioni anagrafiche post-censuarie dimostrino l'incompletezza dei censimenti. Peraltro, il censimento è indispensabile per poter eventualmente rilevare il mal funzionamento di certe anagrafi che non hanno corretto i loro elenchi depennando coloro che non sono più residenti. Chi può dire con certezza, ad esempio per il Lazio, se era sbagliato il dato anagrafico o è sbagliato il dato di censimento?

    Infine, per usi quali la determinazione delle quote di accesso al finanziamento per la sanità, sarebbe comunque necessario che il trend dell'ammontare della popolazione possibilmente non fosse affetto da variazioni importanti troppo repentine, siano queste vere o erronee. Parrebbe allora opportuno procedere a uno smussamento delle variazioni nel tempo: una possibile soluzione semplice potrebbe essere quella di adottare come popolazione di riferimento la media delle popolazioni anagrafiche degli ultimi tre anni disponibili. A fine 2004, ad esempio, si potrà avere la media delle popolazioni di fine anno del 2003-2001.

    Per evitare fraintendimenti, è opportuno riaffermare la convinzione che i censimenti realizzati dall'Istat sono di elevata qualità statistico-organizzativa, almeno pari a quella dei migliori censimenti europei.
    Ma è appunto per questo che l'Istat non dovrebbe arroccarsi nella difesa strenua della "verità legale". Più opportuno sarebbe riconoscere gli inevitabili errori di ogni censimento e fornire agli utenti istituzionali una stima quantitativa di questi.

     

     

    Incrementi calcolati sulla tabella precedente e incrementi (calcolati o stimati) pubblicati dall'Istat su Internet. Il censimento evidentemente ha stravolto i valori stimati.

    Per saperne di più

    Mulry M. H., Spencer B. D., Accuracy of 1990 Census and undercount adjustement, JASA, 88 (1993), 1080-1091.
    Breiman L., The 1991 Census adjustement: undercount or bad data?, Statistical Science, 9 (1994), 458-437.
    Freedman D.A., Wachter K.W., Censud Adjustement: statistical promise or illusion?, Society, 39 (2001), 26-33.
    Maccheroni C., Incoerenze fra risultanze anagrafiche e censuarie nei comuni italiani al 1971, 1981 e 1991, Studi Demografici, 11 (2000), Università Bocconi, Istituto di metodi quantitativi.

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