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  • 01/12/2010 I titoli di stato italiani sono rischiosi? (Alessandro Pedone, www.aduc.it)

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    In questi giorni ed in queste ore, in cui i titoli di stato europei sono sotto il bersaglio dei mercati finanziari (quelli di Grecia, Irlanda, Portogallo in maniera pesantissima, quelli di Spagna, in maniera grave, quelli Italiani in maniera pesante, ma anche Francia e Inghilterra stanno vedendo allargamenti degli spread con il BUND sebbene in maniera lieve, se paragonati agli stati citati precedentemente) mi domandano sempre più spesso se i titoli di stato italiani siano rischiosi e quindi se è bene liberarsene.

    Voglio dire immediatamente, in estrema sintesi e senza giro di parole, come la penso: vendere titoli di stato italiani oggi sarebbe, a mio modesto parere, un errore. Proviamo ad articolare meglio questo concetto.

    Il termine "rischio" è una delle espressioni più ambigue. Per gli investitori con il termine "rischio" ci si riferisce alla probabilità di perdere soldi, per gli "esperti" lo stesso termine assume svariate sfumature, ma tutte riassumibili nel concetto di oscillazione dei prezzi.

    Dal punto di vista dei gestori di fondi comuni d'investimento, e più in generale dei gestioni professionisti, i titoli di stato periferici sono diventati un'asset class decisamente rischiosa. Le probabilità che nel breve termine le oscillazioni dei prezzi di questi titoli aumentino sono chiaramente elevate. E' evidente che questi titoli sono "sotto assedio", finanziariamente parlando.

    A fine dicembre, per molti gestori sarà il momento di trarre i bilanci sull'andamento dei loro portafogli rispetto ai famigerati "benchmark", ed avere in portafoglio molti titoli di stato europei dei Paesi periferici può essere, dal loro personalissimo punto di vista, una pessima idea.
    E' possibile (io dico: probabile) che per il rendimento di lungo termine del portafoglio, avere questi titoli possa essere un'ottima idea, ma se le valutazioni di breve periodo vanno male, il gestore rischia seriamente di non essere lui a beneficiare, perché non sarà più il gestore di quel portafoglio.

    Questo è uno dei tanti paradossi della finanza, gli intermediari finanziari raccomandano ai propri clienti di vedere le cose nel lungo termine, ma poi loro sono i primi ad estremizzare le valutazioni (e le scelte) di breve termine.

    Ma torniamo al problema dei titoli di stato italiani, o meglio della sostenibilità del debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano è molto grande, ma sostenibile.
    Sia chiaro, non sto sottovalutando il problema. Speriamo (ma purtroppo siamo un po' pessimisti in tal senso) che questa crisi finanziaria faccia finalmente capire alla classe politica che il rientro dal debito pubblico (attenzione: non semplicemente il contenimento del deficit, ma il rientro del debito pubblico) dovrebbe essere il primo punto di qualsiasi governo, qualunque sia il colore politico.

    Naturalmente il debito pubblico è sostenibile prima di tutto se la nazione cresce economicamente. Se il rientro dal debito è compiuto in maniera troppo aggressiva, ciò potrebbe minare la crescita economica vanificando l'obiettivo.

    L'equilibrio non è facile da trovare, ma non v'è dubbio che i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni (ancora una volta, non è un problema di colore politico) non ci si sono neppure provati (salvo qualche piccola parentesi).
    Sebbene la classe politica, complessivamente considerata, non stia apportando il suo contributo alla soluzione del problema del debito pubblico, la situazione attuale è del tutto gestibile.
    Non è ragionevole, quindi, ipotizzare un default del debito pubblico italiano né qualunque forma di ristrutturazione dei titoli già emessi.

    Abbiamo già scritto molto, in passato, su questo tema. Rimandiamo, per approfondimenti, in particolare a questi articoli:
    - Il debito pubblico italiano è sostenibile?
    - Esiste un forte rischio di default dei titoli di stato italiani?

    Il concetto fondamentale è che l'Italia ha una gestione tecnica del debito pubblico, fatta dal tesoro, molto buona. La suddivisione per le scadenze e per il tipo di creditore (interno ed esterno) è solida, inoltre lo stock di risparmi degli italiani è decisamente buono. Tutti questi fattori rendono improbabile una carenza di liquidità del tesoro.
    Il prossimo anno sono in scadenza circa il 18% dello stock complessivo (in linea capitale) di debito pubblico. Nel 2012, circa il 12%. Nel 2013, circa l'8%. Nel 2014, circa il 5%, ecc. Nei prossimi 10 anni scadrà poco più della metà del debito pubblico. Circa un'altra metà di debito pubblico scade fra 10 e 30 anni. Come si può vedere gli effetti dell'innalzamento dei rendimenti richiesti dal mercato per il debito pubblico italiano si ripercuoterebbero in maniera molto graduale sull'intero debito.
    Questo rende molto difficile che la pressione speculativa in corso possa generare un danno talmente rilevante da mettere in pericolo l'equilibrio dei conti pubblici.
    E' molto più probabile, a nostro avviso, che alcuni speculatori si brucino le mani.

    http://www.aduc.it

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