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  • 18/10/2006 Democrazia e Simboli (Domenico Melidoro,  http://www.altrenotizie.org)

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    Periodicamente la cronaca sottopone all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale casi complessi riguardanti le difficoltà che la convivenza di differenti culture determina nelle società multiculturali dell’Occidente. Che in esse sia presente una pluralità di concezioni religiose e morali è ormai la constatazione di un dato di fatto. Il problema (sia di natura pratica che teorica) è quello di rendere possibile la coesistenza pacifica di diverse posizioni a proposito di ciò che è giusto e doveroso, senza che il potere politico sia vissuto da alcune comunità come estraneo o addirittura ostile, come nel caso di alcune minoranze etniche o religiose che potrebbero trovarsi a disagio in una società che non condivide il loro stile di vita. Gli ultimi casi che hanno fatto discutere anche nel nostro Paese arrivano dalla Gran Bretagna. Una hostess cinquantacinquenne è stata sospesa dalla British Airways perché indossava un piccolo crocifisso.

    Gli ultimi casi che hanno fatto discutere anche nel nostro Paese arrivano dalla Gran Bretagna. Una hostess cinquantacinquenne è stata sospesa dalla British Airways perché indossava un piccolo crocifisso. Per la lavoratrice sarebbe solo un innocente segno della propria fede religiosa, mentre per l’azienda si tratterebbe di una violazione della norma secondo la quale i dipendenti non dovrebbero esibire alcun simbolo religioso. L’altro caso riguarda una maestra di religione islamica sospesa dall’insegnamento perché indossava il tradizionale velo islamico in presenza dei colleghi uomini, ma non durante le lezioni, quando la donna era in aula insieme ai suoi allievi. Si tratta, a nostro avviso, di due applicazioni troppo restrittive dei principi della laicità dello Stato: difatti, in entrambi i casi, si tratta di simboli religiosi (soprattutto nel caso del crocifisso indossato dall’hostess della British Airways) non eccessivamente vistosi che in nessun modo costituiscono una concreta minaccia per la pubblica sicurezza e non impediscono il corretto svolgimento dell’attività lavorativa per la quale le due donne vengono retribuite.

    Le due lavoratrici sospese hanno ovviamente protestato contro provvedimenti simili in cui esse vedono un’ingiusta forma di discriminazione religiosa. Dovrebbe far riflettere che le denuncie di discriminazione provengono sia da una donna di fede cristiana che da una di fede musulmana: nell’uno come nell’altro caso il potere pubblico è visto come incapace di accogliere e tollerare una fede religiosa. Due dimostrazioni di inflessibile laicità si sono risolte (probabilmente in maniera imprevista) in quello che le persone coinvolte giudicano una negazione di rispetto per la propria fede, per la propria appartenenza culturale e per il modo di manifestarla pubblicamente. Un atteggiamento più saggio e conciliatore (ma non per questo rinunciatario sul piano della fedeltà ai principi della laicità dello Stato) avrebbe suggerito una maggior cautela: vi sono valide ragioni per pensare che l’indipendenza della vita pubblica dalle fedi religiose si garantisce meglio assicurando eguale considerazione e rispetto a tutte le confessioni religiose (e anche a chi si professa non credente) piuttosto che imponendo a tutti di vestire in un determinato modo. Il discorso cambia, ovviamente, quando si ha a che fare con atteggiamenti che violano diritti altrui o minacciano la pace sociale. Considerazioni di questo tipo acquistano maggior rilevanza soprattutto in un periodo in cui i conflitti culturali e religiosi non vengono combattuti solo sul piano delle argomentazioni razionali e teologiche.

    Se volgiamo lo sguardo alla situazione del nostro Paese ci accorgiamo che anche da noi la convivenza di diverse fedi religiose crea problemi, spesso dalle conseguenze drammatiche. Non si è ancora spento il clamore suscitato dall’omicidio della giovane pakistana uccisa dal padre perché il suo stile di vita mal si conciliava con i valori della tradizione musulmana. In questi giorni si discute invece di una scuola araba milanese, le cui strutture non rispetterebbero le norme di sicurezza imposte dal Ministero della Pubblica Istruzione a tutti gli edifici scolastici. Eppure, non sono stati in pochi a temere che i controlli alla scuola araba siano stati dettati più dalla diffidenza nei confronti di un istituto scolastico musulmano che dalla solerzia delle istituzioni per la sicurezza degli studenti. Del resto, non è un mistero che la maggior parte degli edifici scolastici italiani violi abbondantemente le norme di sicurezza, eppure il Ministero e i Comuni non ne ordinano la chiusura come è successo per la scuola araba di Milano.

    Far convivere nella pace e nel rispetto reciproco fedi e culture differenti è una delle questioni più urgenti che la nostra società e le istituzioni democratiche devono fronteggiare, dal momento che anche l’esibizione di un simbolo religioso talvolta può creare contrasti violenti. L’unica via percorribile sembra essere quella del rispetto per la dignità di ogni cultura e fede religiosa, fermo restando la salvaguardia dei diritti individuali di ciascuno. Non è per niente un obiettivo facile, vista la complessità dei casi reali e la difficoltà di formulare giudizi in situazioni spesso inedite e difficili da affrontare se si parte dai propri pregiudizi. La cultura pubblica del nostro Paese non sembra molto adatta a recepire la sfida lanciata dalla convivenza di culture differenti. È sufficiente pensare ai sempre più numerosi tentativi di intervento della Chiesa Cattolica nella vita politica italiana (dai casi della bioetica alle politiche migratorie) e a quegli esponenti politici che cercano di accaparrarsi le simpatie delle gerarchie vaticane promettendo assoluta fedeltà agli insegnamenti religiosi del Papa e dei Vescovi.

    Dovrebbe far riflettere la riunione di sabato scorso di alcuni esponenti della Margherita (tra cui i parlamentari Paola Binetti e Enzo Carra) che temono che l’adesione al nascente Partito Democratico possa determinare uno scolorimento dell’identità cattolica. I cosiddetti Teodem, del tutto incuranti dell’innegabile pluralismo della società italiana, auspicano una politica capace di tradurre in atti concreti gli insegnamenti e i principi del Magistero. Come assicurare il rispetto per tutte le fedi e le culture partendo da questo controverso presupposto è un problema del quale non vediamo la soluzione. L’auspicio è che le tendenze integraliste del mondo cattolico non prevalgano.

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