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  • 04/02/2007 La strada di Levi, in viaggio tra memoria e presente (Lucia Sali, http://www.korazym.org)

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    Seimila chilometri, dieci frontiere, otto mesi di viaggio e centinaia di incontri, sospesi tra passato e futuro ma che raccontano il presente. È La strada di Levi, l’originalissimo road movie realizzato da Davide Ferrario. La recensione

    Seimila chilometri, dieci frontiere, otto mesi di viaggio e centinaia di incontri, sospesi tra passato e futuro ma che raccontano il presente. È "La strada di Levi", l’originalissimo road movie realizzato da Davide Ferrario su idea di Marco Belpoliti sessant’anni dopo che Primo Levi aveva compiuto quello stesso tragitto di ritorno da Auschwitz verso Torino, sua città natale. Un viaggio compiuto tra il 27 gennaio 1945, giorno della liberazione del lager nazista da parte dell’Armata Rossa, e l’ottobre dello stesso anno, quando il chimico e scrittore torinese dopo deviazioni, soste forzate, assurdi avvitamenti di percorso in quel che restava dell’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, riuscì a tornare in Italia attraversando Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria e Germania. Un periodo sospeso tra l’orrore del prima, raccontato in "Se questo è un uomo", e il dopo, forse ancora più terrificante, della memoria e della ricerca di un perché, con "I sommersi e i salvati": fu "La tregua", il cui “sogno di pace” mancò quella mattina dell’11 aprile 1987 quando Primo Levi si gettò nella tromba delle scale della sua casa di Torino.

    Oggi, un periodo iniziato con la caduta del Muro di Berlino e finito con le macerie di Ground Zero l’11 settembre 2001. Forse un paragone un po’ pretenzioso, non certo le verità insolite non cercate ma incontrate lungo quei 6.000 chilometri sessant’anni dopo: Davide Ferrario le mostra senza imporre mai un giudizio. “Il messaggio che vorrei mandare è che “la” verità non esiste. Ci sono sì dei fatti incontestabili che possono essere raccontati – ha spiegato il regista - ma quel che mi interessa è capire i punti di vista di chi li ha vissuti. Mostrare che c’è una complessità, una contraddittorietà per cui occorre guardare al passato e insieme avere una posizione politica attuale”. Alla celebrazione avvenuta nel 2005 per i sessant’anni della liberazione di Auschwitz con tutte le autorità presenti, il cancelliere tedesco Gerard Schroeder compreso, e alle foto scattate coi cellulari dai turisti delle enormi teche contenenti scarpe e capelli di chi da Auschwitz entrò per non uscire mai più, fanno da contrasto le parole di Levi scritte cinquant’anni prima, a cui dà voce Umberto Orsini.

    Un filo rosso che guida e contralta l’ora e mezza di immagini girate nel 2005, un chiaro-scuro costante tra ciò è stato, era e non è più, una bussola tra cambiamenti reali ed apparenti in terre dall’Occidente europeo assai poco conosciute se non ignorate. Le acciaierie oggi quasi dismesse di Nowa Huta vicino a Cracovia, orgoglio del regime comunista negli anni ’50 e mostrate dal regista Andrzej Wajda che lì ambientò “L’uomo di marmo”, il gulag abbandonato di Novograd-Voljinsky, la città fantasma di Prypjat’ vicino a Chernobyl, che prima dell’incidente alla centrale nucleare era la più giovane di tutta l’Urss, ma anche l’avventura tra il comico e il surreale in un paese della Bielorussia, dove la troupe viene portata via dalla polizia per accertamenti e, dopo, seguita passo dopo passo dal ”responsabile dell’ideologia” che fa da guida alla visita del kholkoz. Geniale nella sua semplicità la risposta di un contadino alla domanda su cosa fosse cambiato rispetto ai tempi dell’Urss: “Adesso porto fuori la vacca, prima un po’ sì e un po’ no”.

    Poi l’incontro con un cammello in Moldavia, con un vicentino che ha la “fabbrichetta” in Romania che si chiama “Nuovi orizzonti”, il “Communist Tour” in Ungheria: il valore de "La strada di Levi" sta non tanto nel rimando e nel confronto letterario con "La Tregua" o nella volontà di spiegazione storico-sociologica, tutt’altro. Il suo valore aggiunto sta in un linguaggio cinematografico che ibrida la pellicola con il digitale, il materiale d’archivio con la fotografia, in un "pastiche" che rinnova il concetto di documentario senza per questo trasformarlo in fiction. Il basso si unisce all’alto, la serietà si stempera in comicità, il passato si alterna e si confonde con il presente: in un ritmo serrato si alternano ritratti da reportage d’una volta e panorami da National Geographic, accompagnati da una superba colonna sonora che segue anch’essa la storia e le sonorità dei paesi che Levi ha attraversato. Con una certezza che ebbe persino Amleto, ma che oggi viene spesso dimenticata: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che nella tua filosofia”.

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