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  • 04/02/2007 Giornata per la vita: è anche questione di feeling (Redazione, http://www.osservatoriosullalegalita.org)

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    Uguale dignità per ogni essere umano, meritevole di rispetto in ogni circostanza e condizione. Un messaggio forte e dalla straordinaria carica positiva, troppo spesso presentato dai cristiani con toni cupi e catastrofici di divieto. Abitudine da cambiare.

    L’annuale Giornata per la vita, che la Chiesa celebra la prima domenica del mese di febbraio, cade stavolta in un contesto assai diverso da quelli che ci hanno preceduti nel recente passato. Se lo scorso anno il dibattito sui mass media si era incentrato soprattutto sulla ventilata presenza dei volontari pro-life nei consultori pubblici, e due anni fa tutta l’attenzione era tutta per l’approssimarsi del referendum in tema di fecondazione artificiale, stavolta a farla da padrone sono le tematiche del fine-vita, fra abbandono terapeutico, eutanasia, testamento biologico e dignità del morire.

    In questo ideale passaggio dal nascere al morire, dalle fasi iniziali a quelle finali dell’esistenza umana, non cambia di una virgola il ragionamento di fondo che ispira una visione fondata sulla centralità della singola persona umana: è nel rispetto che deve essere garantito ad ogni essere umano che troviamo la chiave di volta per dare risposte agli interrogativi del nostro tempo. Ed in esso vi sono alcuni elementi dei quali occorre inevitabilmente tenere conto per poter afferrare meglio le dinamiche che attraversano la nostra società.

    Anzitutto: il messaggio secondo cui il fondamento del vivere civile è la persona umana con la sua inviolabile dignità, anche e soprattutto quando essa non si presenta splendente, lucente, bella, atletica ed efficiente, ma povera, malata, sofferente, bisognosa di cure o addirittura “invisibile” (il bambino non ancora nato) – questo messaggio, si diceva, sta subendo forti contraccolpi, con una moltiplicazione delle eccezioni tali da far diventare regola ciò che fino a qualche tempo prima era consensualmente rifiutato. Che qualcuno - e a farlo è in primis la Chiesa - non perda occasione per ricordare questo principio è una vera fortuna per l’intera società: un messaggio che lungi dall’essere figlio di chissà quale oscurantismo medievale si caratterizza invece per la sua disarmante modernità. Quale sfida più grande e moderna di quella che vuole vedere pienamento affermato il diritto alla vita di ogni essere umano, di tutti gli esseri umani, anche di quello non ancora nato? Non sarebbe questo l'ultimo tassello di quella costante estensione del campo di applicazione dei diritti umani che ha visto l’allargamento nel corso dei secoli a intere categorie di uomini per lungo tempo escluse, dagli schiavi ai malati, dai disabili ai neri, e così via?

    Eppure, anche fra chi si dice credente - lo notavamo già tre anni fa – le idee su temi controversi quali aborto ed eutanasia sono quanto mai svariate, al punto che è diventato innegabile il fatto che anche sui cristiani sia sceso quell’infausto torpore che porta a credere e pensare che quelle pratiche siano affermazioni legittime della libertà dell’individuo, quando non veri e propri diritti soggettivi, invece che profonde negazioni della dignità di ogni essere umano. Rispettare la vita, schierarsi in sua difesa, è diventato ormai da tempo sintomo di estremismo, di fondamentalismo, di una posizione completamente indifendibile in pieno terzo millennio. E’ paradossale, ma è così. La responsabilità è, certamente, anche della modalità espositiva utilizzata dai mezzi di comunicazione di massa, tendenzialmente tentati a dipingere la posizione cattolica come integralista e non supportata da basi scientifiche e da ragionamenti puramente laici; ma la responsabilità è anche di chi ha fatto poco perché emergesse quella connotazione positiva che è intrinseca nel messaggio del “Si alla vita”.

    Piuttosto che amanti della vita, i cattolici sono diventati quelli che intendono proibire, limitare diritti, decidere per gli altri; piuttosto che persone appassionate nell’aiuto disinteressato alle mamme in difficoltà, i volontari pro-life (ad iniziare da quelli del Movimento per la vita) sono diventati gli oscurantisti che intendono punire le donne che abortiscono, con metodi da vero e proprio terrorismo psicologico e apocalittiche visioni di dolori e supplizi infernali; piuttosto che sagge guide i vescovi sono diventati l’ottusa casta che sa dire solo “no”, porre divieti e elargire comandamenti. C'è quasi un apposito disegno studiato per svilire la forza del messaggio cristiano, che nell’indicare la centralità della persona umana si pone peraltro su un piano squisitamente laico e nient’affatto confessionale.

    C’è molta malafede da parte degli avversari, dunque, ma c’è anche una incapacità dei cristiani, una incapacità nostra, a presentare al mondo messaggi positivi e propositivi, pieni di speranza e di vitalità. In termini di comunicazione, della Chiesa italiana continua ad apparire per lo più un’immagine impositiva, interessata solo a mettere paletti, a controllare la vita della gente e ad urlare i propri dogmatici “no” a questo o a quest’altro. La malafede c'è, ma bisogna farci i conti. In un mondo in cui si ragiona “a pelle” e in base al “feeling”, in un mondo in cui la modalità di esposizione del messaggio e le impressioni “a caldo” valgono altrettanto, se non più, dei contenuti e dei valori portati all’attenzione generale, non è possibile continuare a mettere a segno una valanga di autogol. Anche il modo di comunicare, il sorriso, la cordialità, l’umiltà di fondo, hanno un loro peso. Un peso enorme. E’ forse arrivato il momento di rendersene conto: non si può continuare a lanciare il nostro “Si alla vita” con quei toni catastrofici e quei continui “No!” che troppo spesso - soli - ci contraddistinguono.

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