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27/01/2007 Nairobi, Davos, Washington: i giorni dell' oblio (Mazzetta, http://www.altrenotizie.org)

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In questi stessi giorni si stanno svolgendo il World Social Forum ed il World Economic Forum, ieri George W. Bush ha fatto il suo “discorso sullo stato dell’unione”. Il forum sociale mondiale che si tiene in questi giorni a Nairobi segna un momento molto triste per l’altermondismo. Orfano delle grandi organizzazioni popolari sudamericane, così come delle folle che nella sovrappopolata India animarono il forum di Mumbai, il primo social forum in terra d’Africa è decisamente al di sotto delle più modeste aspettative, in parte perché la selezione post-coloniale ha privilegiato la formazione di una classe dirigente poco sensibile al sociale, in parte perché anche i grandi movimenti di sinistra che avevano avuto fortuna ai tempi della guerra fredda, hanno lasciato poche tracce nelle popolazioni spesso totalmente assorte nella difficile arte del sopravvivere in Africa. Non è comunque una questione di numeri o di qualità dei partecipanti, ma piuttosto dell’umore tendente al depresso, che dopo anni di “War on Terror” restituisce un movimento decisamente in ribasso, per quanto non domo.

Paradossalmente. mai come oggi le tematiche altermondiste avrebbero occasione di trarre forza dalla cronaca. L’allarme climatico è stato finalmente riconosciuto come tale da tutti i governi e da tutte le istituzioni globali, il mercatismo globalizzante ha smesso di promettere automatici progressi miracolosi e lo stesso ricorso alla guerra, per quanto mai così massiccio, ha ormai dimostrato i suoi limiti strutturali anche ai commentatori più pugnaci. Non per niente il Fondo Monetario Internazionale è ormai defunto e la Banca Mondiale agonizza nell’indifferenza sotto la guida di Wolfowitz, mentre gli incontri del WTO sono ormai riunioni inutili tra sordi.

Purtroppo a tenere basso l’umore è la constatazione che tutto quello contro cui si batte il movimento altermondista sia in realtà ancora lontano dall’aver esaurito la sua energia distruttrice. Di seguito c’è quella secondo cui, nonostante l’evidente collasso di un modello fallito, l’immaginario collettivo ancora esita nel registrare cambiamenti significativi, quasi che di fronte al fallimento delle ricette neo-liberiste (in realtà comode etichette per un modello di sfruttamento già ben conosciuto), le opinioni pubbliche occidentali restino indifferenti ma disposte a dare fiducia a un sistema di potere che da un lato persevera nel coalizzarle contro la minaccia islamica e dall’altro cerca di depauperarle a favore di pochi: si intravede solo il sorgere di populismi da due soldi, tristemente più probabile dell’illuminarsi di un processo democraticamente virtuoso.

Il Forum si tiene a pochi chilometri dall’ultima guerra che ha scosso l’Africa. L’invasione etiope della Somalia sta ancora sanguinando, ma tutta l’Africa è percorsa da conflitti. Conflitti che si possono dividere in di due tipi: il primo si dispiega all’interno di paesi governati da un autocrate (o d una autocrazia nel migliore dei casi) e si sprigiona tra le forze lealiste e le opposizioni interne o alcune minoranze. In questo primo schema le opposizioni sono sempre “terroriste” e/o islamiche e il governo è sempre il responsabile del conflitto in quanto scelta politica. Nel secondo caso si tratta invece di conflitti civili che vedono schierati spietati dittatori dotati di un consenso molto stretto, opposti ad interi archi costituzionali e porzioni della popolazione imponenti. Nei due casi questi governi sopravvivono grazie al sostegno, soprattutto militare, di paesi occidentali.

La particolare etica diplomatica dell’Occidente in Africa ha generato mostri e genocidi. Fu un dimenticato genocidio, quello nel quale Leopoldo II precipitò il Congo in un Olocausto capace di fare impallidire quello hitleriano, a segnare il confine tra lo sfruttamento dell’Europa schiavista e la transizione allo sfruttamento su scala industriale delle ricchezze del continente. Bruxelles è costruita sul sangue di decine di milioni di morti congolesi, ma non rappresenta altro che la punta statistica dell’iceberg del razzismo occidentale. Oggi qualsiasi europeo ha i mezzi per conoscere i crimini commessi dagli europei in Africa. Ma massacri di neri non hanno audience nel continente.

Fa quindi sorridere l’auspicio di Human Rights Watch che, osservando sconsolata quanto nessuno nel mondo ormai parli più di diritti umani, chiede all’Europa di vestire i panni che un tempo furono degli Stati Uniti. Una Europa paladina dei diritti umani potrebbe rappresentare solo una grossa ipocrisia, visto che gli europei vivono completamente indifferenti alla loro storia, anche quella più recente. L’Europa è indubbiamente razzista nei confronti dell’Africa. L’Africa ha pagato il conto più salato per lo sviluppo dell’Occidente e dell’Europa in particolare. Non sarà quindi rivolgendosi all’indifferente Europa che si otterranno risultati migliori nella tutela dei diritti umani in Africa.

L’Europa, si diceva, ha grandissime responsabilità verso l’Africa; la sponda mediterranea dell’Africa è un elenco senza soluzione di continuità di autocrazie. Dal Regno del Marocco - dove il re molto progressista ancora perseguita i Saharawi e fa la gara a difendere il buon nome di Allah per compiacere i bigotti- fino all’Egitto del faraone Mubarak impegnato nella transizione dinastica del potere al figlio. E tra i due estremi c’è di peggio; Tunisia e Libia sono due buchi neri. In Ciad e Repubblica Centrafricana sopravvivono due dittatori perché la Francia li protegge con l’aviazione ed i parà ( molti non sanno nemmeno dell’esistenza della guerra francese, neanche in Francia ne parlano, questi europei potenziali paladini dei diritti umani, ndr). In Sudan c’è un governo di coalizione islamo-cristiano in vista della divisione del paese a seguito di un referendum, a latere c’è la tragedia del Darfur, che agli europei davvero non interessa, come non interessa al resto del mondo; da tre anni due milioni di persone sono profughi nel nulla, ma ogni tanto gli mandano dei biscotti. Ogni tanto qualche politico occidentale e qualche attore globalizzato vanno in Darfur per farsi belli e tornano senza lasciare tracce.

Poco più in là c’è l’Etiopia, altra dittatura militareggiante che forse è più invisa ai propri cittadini che a quelli dell’invasa Somalia. Però è una dittatura che piace tanto agli americani e che facendo la parte dell’esecutore di Washington è riuscita a garantirsi una certa tranquillità. Un piccolo danno collaterale è che l’ONU non consegna più gli aiuti umanitari a un governo del genere, visto che poi non raggiungerebbero comunque i milioni di etiopi afflitti dalla fame, quella vera. L’Italia da anni ha tagliato i contributi a questa zona dell’Africa. Continuando verso Sud la situazione migliora di poco, ci sono ancora dittatori guineani come Teodoro Obiang, Lansana Conte (già quattordici giorni di sciopero generale consecutivo contro di lui; ora la Guinea è un paese in ginocchio) , Mugabe (l’unico inviso all’Occidente, che però ha ricevuto sollievo da un accordo con la Cina), la Nigeria democratica che però è una cleptocrazia scricchiolante, la Costa D’Avorio che ancora si lecca le ferite dopo il recente intervento francese. Molti di questi leader, oltre a perseguire politiche criminali, sono fisicamente moribondi o addirittura alcolizzati, pupazzi nelle mani di oscuri personaggi, spesso stranieri. L’Africa finisce con note d’ottimismo; il Congo belga che è tornato ad una parvenza di elezioni (vinte dal candidato di Washington) dopo la Prima Guerra Mondiale Africana (sconosciuta ai più) , l’Angola (il Congo portoghese) che non è mai stato meglio e migliora. In fondo c’è il Sudafrica dove è finita da pochi anni l’apartheid, una macchia ancora fresca sul curriculum europeo, ma ora più che mai è residua la speranza di un potenziale riscatto autoctono.

Si può continuare a lungo. La Francia è anche in lite con il Ruanda perché non vuole essere giudicata per l’olocausto tra Hutu e Tutsi ( a Parigi hanno proposto una legge per “certificare” il genocidio degli armeni, ma nemmeno uno per fissare nella storia una qualsiasi delle stragi compiute dai francesi in Africa o in Indocina). La Gran Bretagna semina mercenari in combutta con gli ex dei reparti speciali del regime razzista sudafricano e si può ben dire che quasi tutti i paesi europei che vi hanno portato disastri e sfruttamento sono ben lontani dal dimostrare una qualsiasi presa di coscienza o tracce di un pentimento attivo. La situazione sembra immutabile senza un cambiamento dell’influenza occidentale, anche perché i pochi leader africani di estrazione democratica non riescono a contribuire in nessun modo, visto che la maggioranza dei governi che compongono l’Unione Africana sono in carica senza aver vinto libere elezioni.

Così il forum di Nairobi è stato all’insegna dei missionari; tra l’organizzazione e la frequenza, la Tavola per la Pace ha fatto la parte del leone. Ottima resa scenica, che ha permesso ai telegiornali italiani di mostrare qualche esemplare di bianco buono mentre i giornalisti snocciolavano le piaghe dell’Africa e i numeri dell’annuale Olocausto con lo stesso tono di chi legge la schedina due volte alla settimana. Un’ottima occasione per la chiesa, soprattutto per quella che vede la peste rivoluzionaria nei tostissimi missionari, di farsi un’immagine di sensibilità ed empatia con i sofferenti, rinforzando un potere che in realtà è sempre stato funzionale al mantenimento del dominio coloniale. Non a caso la voce del papato si guarda bene dal tuonare contro le dittature africane. Non bisogna però farne una colpa a carico di chi è animato da spirito missionario; non sono agenti del nemico i laici o i religiosi occidentali che si dedicano veramente a migliorare le condizioni di vita dei loro simili o a soccorrerli nei disastri. Il fatto, casomai, che il loro operato sia spesso strumentalizzato non ne fa dei colpevoli.

Dal punto di vista degli africani convenuti, invece, l’esperienza è stata sicuramente un evento. Approfittando dell’occasione molti africani sono riusciti ad incontrarsi, alcuni si sono accordati per fare rete (è stata anche l’occasione del primo meeting delle indymedia africane, prontamente svaligiato dell’hardware), anche se non hanno potuto fare altro che prendere atto del disastro e aggiornare le statistiche con dati sempre più negativi. Ma in Africa non è facile viaggiare, ancora meno per gli africani. Così anche quest’anno potremo annoverare che cinque milioni di africani moriranno per fame, che aumentano quelli che moriranno per malattie, aumenteranno la povertà e l’inquinamento (provocato anche dai rifiuti importati dall’Occidente). E che l’unica cosa che potremo annotare in diminuzione sarà l’aspettativa di vita. Per non scordarsi poi del dato scomodo secondo il quale l’Africa è addirittura ricca di spazi e di risorse, un capitale naturale pro-capite superiore a quello di qualsiasi abitante di altri continenti, fatto salvo che la sua popolazione è indubbiamente la più povera. Evidentemente è l’effetto di uno scambio a condizioni ingiuste, quando non criminali.

All’alba del 2000 tutti i paesi del mondo presero il solenne impegno di dimezzare la povertà entro il 2015, nero su bianco. Nessuno dei paesi che dovevano dare a tale scopo ha dato; nel frattempo i contributi dei paesi avanzati al soccorso di queste popolazioni sono praticamente evaporati. Quelli che ancora restano a bilancio sono in gran parte spesi per assistenza militare. Ovviamente il bilancio della guerra mondiale alla povertà è una frazione infinitesimale di quello dedicato alle guerre vere e proprie. Il Millennium Goal ( la meta del millennio), pomposo nome del solenne impegno, si allontana invece di avvicinarsi. L’Africa generosa, culla dell’umanità, continua a produrre ricchezze incredibili; non è stato esaurito ancora tutto il legno, nell’ultimo secolo ha dato di tutto e adesso è sfruttata anche per il petrolio. Ricchezze scambiate con armi, almeno a giudicare dalla loro abbondante presenza, armi che qualcuno continua fornire e a vendere con il consenso dell’Occidente.

Quello che emerge dopo anni di analisi dei perversi effetti dell’applicazione delle teorie pseudo-liberiste, è l’elevata facilità con la quale si possono verificare apparenti paradossi, che però paradossi non sono in quanto il loro esito è invariabilmente nefasto per la controparte economicamente più debole. L’ultimo fronte del disastro ha l’affascinante nome di biocarburante. Secondo la leggenda il biocarburante sarebbe ad impatto zero dal punto di vista dell’effetto-serra.
Il biocarburante non rappresenta una alternativa al petrolio, non fosse altro che per sostituire il petrolio con biocarburanti servirebbe una superficie coltivabile sette volte superiore a quella che c’è sulla Terra. I biocarburanti sono così diventati un sistema per dare sussidi ai contadini dei pesi ricchi sotto una forma nuova.

Il problema è che destinando alla produzione di carburanti gran parte della produzione agricola, un paese come gli Stati Uniti deve importare, pur essendo tradizionalmente un forte esportatore alimentare. Con le sovvenzioni per i biocarburanti, conviene coltivare vegetali da destinare alla raffinazione. Il bisogno di importazioni alimentari negli Stati Uniti ha comportato un aumento del prezzo del grano, in particolare nel vicino Messico. Dove la dieta nazionale dei poveri, a base di tortilla di grano, all’improvviso è venuta a costare il triplo gettando la popolazione nella disperazione. Dunque, ogni volta che in Occidente si fa il pieno di biocarburanti, si toglie letteralmente il cibo di bocca a qualcuno nel Sud del mondo, dopo aver bruciato quello che c’era nel sottosuolo; ora, quindi, si vorrebbe bruciare nei serbatoi anche la superficie agricola (perché così non si inquina), pur di non mettere in discussione un sistema fondato sugli idrocarburi e sul nucleare, anch’esso in tumultuosa espansione. Era quindi inevitabile che G.W. Bush diventasse un paladino dei biocarburanti

A Bush rispondono da Davos, proponendo una improbabile alleanza per il clima tra le grandi corporation al fine di ridurre l’inquinamento globale. La ricetta anche qui è già vista quanto inefficace. I principali inquinatori del pianeta dovrebbero inquinare meno in cambio di maggiori profitti. Anche in questo caso non si pensa a punire chi danneggia l’ambiente, ma si cerca di costruire un meccanismo per il quale non ci siano sanzioni, ma solo ulteriori possibilità di guadagni in cambio di provvedimenti dalla dubbia efficacia. Guadagni per le grandi corporation, ma a spese di chi? La risposta è scontata.

Fino a che la politica mondiale non cambierà l’approccio al problema energetico e fino a che non si riconosceranno le responsabilità dell’Occidente verso il Sud del mondo, non si potranno considerare risolvibili quegli infiniti paradossi che ci costringono ad interrogarci sulla sostenibilità dello status quo. Considerazioni inevitabili nel momento nel quale un forum sociale è un corpo completamente alieno ed ignoto alle istituzioni e riesce ad impattare quasi esclusivamente su chi vi partecipa. Considerazioni scontate ormai da decenni, ma che non riescono a dispiegare effetti positivi capaci di andare oltre il forum dei missionari nella terra della disperazione. Il giorno che l’Europa dedicherà un Giorno della Memoria ai popoli africani che ha sterminato cancellandone pure il ricordo, sarà un gran giorno per tutti; misurare la distanza che ci separa da quel giorno è uguale a misurare la distanza che ci separa da un altro mondo possibile.

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