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16/03/2007 Vallettopoli 2. Se a perdere è la deontologia... (Redazione, http://www.korazym.org)

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Nuovo scandalo, stesso copione: i giornali continuano a dare in pasto all'opinione pubblica anche semplici testimoni o parti lese. Pubblicate pagine di verbali, senza alcun rispetto della sfera privata. Ma tutto fa brodo...

L'ultimo capitolo di Vallettopoli è l’ennesima radice marcia di un Paese che sembra perdere la bussola. La logica dei compromessi, la sublimazione della bella vita da Costa Smeralda e dintorni, il sesso e il denaro come chiave di tutto: un mercimonio che travolge l’etica, le regole sociali, ma anche la responsabilità di chi informa. Perché nel circo di nani, ballerine e voyeur tutti svolgono la loro parte: i pm con punte di protagonismo (le accuse della scorsa estate a Vittorio Emanuele di Savoia e al portavoce di Gianfranco Fini, Salvatore Sottile, non costituivano reato), i vari Corona, Mora e Schicchi, vere e proprie icone dell’effimero, i giornali disposti a pubblicare pagine di verbali e di atti giudiziari (pubblici ma non sempre utilizzabili) per alzare le tirature, consapevoli che un po’ moralismo paga sempre.

A rimetterci è la deontologia, sistema di norme dettagliate che dovrebbe guidare il lavoro dei giornalisti e assicurare un’informazione corretta. Una garanzia per il lettore e, in questo caso, anche per chi è coinvolto suo malgrado come parte lesa in una storia sporca. Ma tutto sembra diventare relativo, anche la legge. L’articolo 329, primo comma del codice di procedura penale, infatti, precisa che nella fase delle indagini preliminari di un procedimento giudiziario, ogni atto e documento è coperto dal segreto fino a quando l’indagato non ne possa avere conoscenza. Quando questo avviene, la segretezza di interrogatori, intercettazioni e dichiarazioni viene meno, ma il giornalista può pubblicare soltanto il contenuto e mai l’atto testuale. Una norma che ha lo scopo di salvaguardare il libero convincimento del giudice, che rischierebbe di subire influenze troppo forti dalla stampa, nel caso fosse possibile entrare troppo nello specifico, addirittura nelle singole dichiarazioni delle persone coinvolte.

L’esatto contrario di quanto avviene sui giornali italiani, che in presenza di inchieste scottanti, si trasformano dall’oggi al domani in bollettini con i testi integrali di verbali e intercettazioni, a mo’ di sceneggiatura di grandi e piccoli drammi popolari. La dignità e il diritto alla riservatezza di coloro che non sono parte in causa, ma semplici testimoni, vengono così totalmente calpestati, mettendo nel tritacarne persino allusioni e riferimenti alla sfera sessuale (dato sensibile per antonomasia, richiamato ieri anche dal Garante della Privacy).  L’aspetto più curioso è che le violazioni sono espressamente punite sia a livello penale che disciplinare. Le pene sono lievi (l’articolo 684 del codice penale prevede l’arresto fino a 30 giorni o un’ammenda, ma il giornalista rischia comunque di essere sanzionato dal proprio ordine professionale: aspetto di non poco conto, anche per ragioni di immagine.

Eppure, nessuno vigila o forse tutti se ne fregano. Del resto, se chi ha imbrogliato preti di mezza Italia con finte confessioni (vedi l’inchiesta de L’Espresso di qualche settimana fa) continua a lavorare senza aver ricevuto nemmeno un richiamo, a chi può dare mai fastidio la pubblicazione delle dichiarazioni di qualche soubrette? Tutto fa brodo e nel brodo molto spesso ci si sta bene. La deontologia e l’etica possono aspettare…

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