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18/02/2007 Vicenza parla, ma il governo ascolta? (Giovanni Gnazzi, http://www.altrenotizie.org)

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Dunque nessuno scontro, nessuna devastazione, nessuna rissa tra anime diverse. La manifestazione di Vicenza si è rivelata quello che molti auspicavano: una splendida manifestazione di popolo. Un popolo che ha scelto di scendere in piazza numeroso e rumoroso, indisponibile a restare a casa, nella quale minacce e allarmi ingiustificati cercavano di ricacciarli. Consapevole dell’impossibilità di rinunciare a dire, forte e chiaro, che la base Dal Molin non va raddoppiata. Semmai smantellata. A poche ore dallo svolgimento del corteo appaiono, in tutta la loro inutilità, le parole di Amato. Il Ministro dell’Interno, avviluppato alla consueta cascata di parole cui piace dar mostra, aveva insinuato collegamenti indiretti, possibili link e ipotizzabili complicità tra la protesta contro un provvedimento sbagliato e la follia armatista.

La “risorsa della Repubblica”, spesso trasformatosi in uomo per tutte le politiche e per tutte le stagioni, dovrebbe ora svolgere una sana autocritica, per usare un termine non più di moda. Nessuna autocritica invece si può chiedere a Rutelli, lo sforzo potrebbe risultargli fatale.

E che dire della destra nostrana, quella vestita e quella travestita, che ritiene che dire “no” ai desideri statunitensi sia come violentare l’antica consuetudine alla genuflessione verso Washington. Una destra che ha ammonito e ha dichiarato, ha minacciato e protestato, preoccupata che davvero la manifestazione riuscisse? Adesso parlano di “giorno triste”, giacché quando la cittadinanza porta la politica fuori dal Palazzo, l’inquietudine cresce.

Palazzo Chigi non può far finta di nulla. Prodi sostiene che “l’Italia rispetta gli accordi internazionali”, e che "andrà avanti con il programma di governo"; ma nell’ampliamento della base vicentina non c’è nulla che ha a che vedere né con i primi, né con il secondo. Nessun ampliamento di una base militare dentro il tessuto urbano di una città è previsto da nessun accordo, né bilaterale né internazionale. E nessun accordo è mai stato firmato in questo senso, né dal governo di destra, né da quello di centrosinistra. Tantomeno nel ponderoso libro del programma vi é traccia di ampliamenti di basi Usa dietro semplice richiesta. Il mantenimento dei patti militari non prevede dire sì ad ogni proposta, specie quando appare astrusa e pericolosa. Si tratta invece di una scelta politica, che obbedisce alla volontà di bilanciare la chiusura della base nucleare di La Maddalena e le sacrosante differenze di linea con gli Usa culminate nel ritiro delle truppe dall’Iraq e nella presenza italiana in Libano.

Ma obbedisce anche alla volontà di sistemare la linea di politica estera in chiave interna. Un atlantismo fuori tempo massimo che cerca di posizionare le componenti interne all’Unione in posizioni diverse per incidenza e peso politico. Un passo decisivo nella direzione che l’ala moderata dell’Unione offre al centro vacillante dello schieramento polista. Un sostanziale tentativo di dare il via alle prove generali per ipotetici cambi in corsa di maggioranza. Ieri a Vicenza sfilavano duecentomila persone che in gran parte hanno scelto di votare per la coalizione guidata da Romano Prodi. Sarà bene che il Professore rifletta. Dare la sensazione che sul tema della pace e della guerra, su quello dei diritti civili e sociali o sulle politiche economiche le differenze tra il centrosinistra e la destra siano - per quanto certamente ispirate a principi diversi - relative, sotto il profilo dell’esito finale, è sport estremo. Prodi deve invece dimostrare di saper ascoltare il Paese, gli uomini e le donne che si sono mobilitati per fare in modo che governasse. Se non i suoi interlocutori, almeno i suoi elettori.

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