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  • 08/02/2009 Il veleno nichilista che anima il regime (Gustavo Zagrebelsky - da Repubblica, http://www.altrenotizie.org)

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    Alla certezza - viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari - non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l'immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l'intima natura e per prendere posizione.

    Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell'unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.

    Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d'un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un'illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l'orma del suo piede. La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.

    Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un'essenza - giusti o sbagliati che siano - si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l'essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c'è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile.

    A meno di credere a parole d'ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa - libertà, identità nazionale, difesa dell'Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere - il fine non si vede affatto, forse perché non c'è. O, più precisamente, il fine c'è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi. Una constatazione davvero sbalorditiva: un'aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d'essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere.

    A parte forse l'autore della massima "il potere logora chi non ce l'ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. "Il fine giustifica i mezzi" è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se "i mezzi giustificano i mezzi"? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica.

    Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all'occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso.

    Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l'uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l'uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch'egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là.

    Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un'idea, ma anche un'altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l'uomo "di circostanza" in ogni senso dell'espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario.

    Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d'arresto può essere l'inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo.

    La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell'essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L'uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).

    Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L'abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l'ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse. Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d'essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.

    Gustavo Zagrebelsky - da Repubblica

    08/02/2009 Il cavaliere nero (Giovanni Gnazzi, http://www.altrenotizie.org)

    Da ormai quarantotto ore, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è tornato ad occupare la purtroppo misera scena politica italiana. Non per presentare provvedimenti in grado di fronteggiare la crisi, ci mancherebbe. Eluana Englaro, il suo magnifico padre Bepppino, l’ordinamento della Repubblica e la Carta Costituzionale sono stati uno dopo l’altro il bersaglio delle sue esternazioni. Il premier, parso assai provato, con evidenti segni di cedimento del lifting e chiari segnali di cesarismo patologico, ha snocciolato davanti alle televisioni protese a rimboccare gli angoli del tappeto offertogli, parole e atti che evidenziano, molto aldilà del merito delle questioni trattate, il piano di un uomo ormai deciso a tentare il tutto per tutto per sopravvivere ad una vicenda politica troppo più grande di lui.

    Berlusconi è entrato a piedi uniti nella drammatica vicenda di Eluana, sostenendo che “dal momento che era passato così tanto tempo, si poteva aspettare ancora qualche giorno per dare al governo la possibilità di legiferare sul caso”. Ma è proprio perché il tempo passato è infinito, proprio perché le sentenze dei Tribunali hanno stabilito il diritto ad una fine degna per Eluana, che Beppino Englaro ha deciso di muoversi. E se proprio Berlusconi riteneva di dover operare con decretazione d’urgenza poteva farlo prima, non quando Eluana ha intrapreso il cammino che porrà fine alla sua sofferenza. La verità è che il proprietario di Forza Italia ha deciso di muoversi sotto la minaccia vaticana di aprire uno scontro che - da Eluana fino al ddl razzista approvato dal Senato - avrebbe messo sotto accusa il governo, aumentando notevolmente il già crescente volume d’insoddisfazione nel Paese. Da qui la decretazione d’urgenza, nonostante il Presidente Napolitano avesse avvisato che non avrebbe apposto la sua firma in calce al provvedimento, gravemente minato di vizi di costituzionalità.

    Ma il timore di perdere ulteriore consenso e la necessità di mettere a tacere le proteste vaticane, sono solo un aspetto della manovra politica; il cavaliere ha scientemente deciso di aprire uno scontro istituzionale pesante con il Quirinale per poter finalmente tentare l’ennesima spallata istituzionale. Ha ritenuto di dover sfidare tanto il Presidente della Repubblica quanto l’ordinamento istituzionale per ribadire un ruolo - quello del premierato - che la Repubblica italiana non gli assegna. Incapace di affrontare i problemi del Paese, ha però capito che il suo cammino verso il Colle è irrimediabilmente sbarrato. L’ansia di dominio sembra aver avuto il sopravvento anche sui suggerimenti che lo stesso Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha inutilmente tentato di offrirgli, al fine di evitare un conflitto con il Quirinale e uno strappo con la coscienza civile degli italiani che, ad ogni sondaggio, confermano in maggioranza ogni ora crescente la disapprovazione per l’accanimento di preti (e politici agli ordini dei preti) contro la famiglia Englaro. Dopo le critiche all’uso smodato dei Dpcm e allo svuotamento del ruolo del Parlamento, anche questo consiglio di Fini è passato inascoltato, a certificare un’ansia distruttiva dell’ormai vecchio capopopolo che vede con terrore affermarsi il ruolo di chi è pronto a sostituirlo.

    Poi è stata la volta della Costituzione, definita una Carta da superare perché scritta dai “filo-sovietici”. Dev’essere per questo che la sua maggioranza caldeggia con vigore l’approvazione della legge 1630, cioè quella paccottiglia ignobile che tenta di assegnare uguali riconoscimenti dovuti ai partigiani che liberarono l’Italia anche ai i fascisti che la regalarono ai nazisti invasori. Tentare di mettere sullo stesso piano giuridico liberatori e carnefici è un insulto vergognoso alla decenza, oltre che alla storia. Ma aldilà delle lacune in storia di Berlusconi, alle quali siamo ormai stancamente abituati, come si fa a definire i padri costituenti “filo-sovietici”? De Gasperi, Terracini, De Nicola, sono i firmatari della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista, che ha scritto con le armi e con il sacrificio dei suoi figli migliori l’unica pagina eroica della storia italiana, riscattando il paese dal baratro del nazifascismo. Quella Costituzione, sulla quale pure Berlusconi ha giurato e che oggi definisce “filo-sovietica”, è stata così poco “filo-sovietica” che ha persino permesso che un uomo come lui arrivasse ai vertici dello Stato. Non fosse il presidente del consiglio ci sarebbe da ridere e, non fosse al riparo della legge da lui voluta per godere di un’incostituzionale impunità, lo msi dovrebbe chiamare a rispondere dell’accusa di vilipendio alla Costituzione.

    Ma si può pensare che chi ha denaro e potere come base e vertice della piramide valoriale di cui dispone, possa essere colto da un sussulto di rispetto per il Paese? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, presidente esemplare e persino generoso nel ridurre al minimo indispensabile i conflitti con il governicchio in carica, rappresenta per la storia politica e personale che incarna e per il rispetto politico e personale che merita, la linea di demarcazione che i residui della nostra democrazia dovranno sostenere, per impedire che un paese finisca definitivamente in malora. Di colpe l’Italia ne ha tante, ma la versione in sedicesimo delle tragedie passate merita uno scatto. Fosse anche solo per spegnere il televisore.

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