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26/07/2008 PRC, il partito che non c' è (Maura Cossutta, http://altrenotizie.org)

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A Chianciano sembra già tutto deciso. Eppure le attese continuano a essere tante, che succeda davvero qualcosa di importante, che arrivino risposte, che venga indicata la strada. Un popolo di sinistra che aspetta l'ultima chance, quasi un deus ex machina che cambi finalmente i destini. Ma gli attori di questa moderna tragedia greca paiono recitare altri copioni, già visti, già noti. Le mozioni discusse e votate nei congressi territoriali sono state cinque: sembrerebbe essere stata, questo, una prova di volontà di chiarezza, per nominare in modo trasparente distinzioni sostanziali, per una discussione politica senza infingimenti. Ma tutto appare molto più prosaico, il solito schema della conta e delle percentuali dei voti, da far pesare dopo, nel congresso nazionale, da usare nella contrattazione finale. Mozioni diverse per impedire la scelta più importante per un partito, quella della sua linea politica.

L'intento è stato raggiunto: le mozioni diverse sono riuscite a togliere sufficienti voti per impedire che Ferrero o Vendola potessero presentarsi al congresso nazionale con una maggioranza chiara. Con una proposta chiara. Insomma, la ritualità del congresso è salva: si decide all'ultimo, contano i delegati di tutte le mozioni, i giochi si faranno nelle riunioni notturne e nelle commissioni, politica ed elettorale. Più che la chiarezza della linea politica, diventa più importante la rappresentanza delle varie componenti negli organismi dirigenti. Che poi condizioneranno la linea politica.

E questo è quello che già si sta prefigurando. Vendola fa marcia indietro, la “costituente della sinistra” non è più in discussione, serve ricostruire il partito, alle elezioni si andrà da soli con il proprio simbolo: parole rassicuranti rivolte direttamente alla mozione di Grassi, da sempre custode dell'ortodossia organizzativa di un partito comunista, per ottenere alla conta finale i voti necessari per avere la maggioranza assoluta. Prove normali di alleanze? Prassi legittime da sempre utilizzate in ogni partito? Forse. Forse tutto questo accade ed è sempre accaduto nella dialettica interna dei partiti: ma davvero questa volta si era di fronte ad un congresso “normale”?

Il congresso di Chianciano era un appuntamento atteso, non solo dagli iscritti, dai militanti e dagli elettori di Rifondazione. Dopo la vittoria di Berlusconi e soprattutto dopo la sconfitta delle sinistre, cacciate per la prima volta della storia fuori dal Parlamento, tutti quelli che a sinistra si sono sempre sentiti schierati (e che però non sono di Rifondazione) hanno aspettato questo congresso per capire, per sapere dove si doveva andare; hanno affidato alle compagne e ai compagni di Rifondazione la loro speranza di riscatto, la voglia ineliminabile di politica, di partecipazione, d’impegno. Una responsabilità enorme, che andava intercettata, rispettata, valorizzata come un' occasione, l'ultima forse, per un cambiamento atteso, necessario.

Invece, ognuno per sé, autosufficienti, soggetti proprietari del ruolo politico della sinistra semplicemente perchè iscritti ai partiti della sinistra. Senza neppure interrogarsi se forse è stata proprio la sopravvivenza di questi partiti della sinistra che rischia di cancellare oggi per generazioni il ruolo storico della sinistra nel nostro paese. Il congresso dei Comunisti italiani è scivolato via, tra il silenzio assordante di analisi e proposta e le grida da comizio sull'unità dei comunisti. Diliberto, la cui dichiarazione sul Lambrusco è quella che ha raccolto maggiore attenzione mediatica, addirittura si è lanciato ad abiurare il “partito di lotta e di governo”, dimostrando quanto la bieca tattica interna di un partito sia un pericolo non solo per il paese, ma anche per l'intelligenza. Ora Rifondazione, anch'essa prigioniera degli opportunismi politici, rinuncia a indicare una prospettiva, si ricolloca nel consolidamento delle sue posizioni. Illusione, prima ancora che errore.

Manca l'analisi non solo di quello che è successo nel nostro paese, ma della fase complessiva di questa epoca storica. Senza analisi si perde la bussola. E' dall'analisi che discende la linea politica, il progetto di un partito. Diversità di analisi producono differenti linee politiche. E' sempre stato così, ieri come oggi. Nella storia del nostro paese la sinistra si è sempre divisa rispetto all'analisi. Così è stato nel 1921, tra socialisti e comunisti, così è stato anche con il primo governo socialista, e poi negli anni settanta tra il PCI e i gruppi extraparlamentari, fino al 1989 e alla svolta della Bolognina, fino al 1998 con la divisione tra Rifondazione e Pdci. Anche oggi, tra il Partito Democratico e le forze della sinistra.

Oggi, quale è l'analisi che viene da Rifondazione, dal Pdci, dal Partito Democratico? Sarebbe il tempo che si riconoscessero con generosità reciproca gli errori compiuti, di analisi appunto, innanzitutto. Per esempio, per il Partito Democratico: l'ideologia della modernizzazione e del mercato, del “privato è bello”, il revisionismo culturale e storico sui “ragazzi di Salò”, l'affidamento alla Chiesa dei valori etici, l'ossessione sulle riforme istituzionali e sulla “democrazia efficiente” sono temi di fondo su cui sarebbe necessaria una riflessione autocritica. Così come per Rifondazione e il Pdci: la sottovalutazione della natura della fase storica, che è ormai da tempo una fase di resistenza e non certo di avanzamento per le forze democratiche; l'incapacità di comprendere che il tema del governo, del ruolo politico della sinistra rispetto al tema del governo, non è questione tattica, ma strategica, perché discende da questa analisi, degli assetti internazionali, dei rapporti di forza sociali, della natura delle trasformazioni di sistema e dell'attacco alla democrazia, inteso come attacco complessivo alla sostanza del patto sociale iscritto nella nostra Costituzione.

Serve una sinistra che sia capace di riunificare la sinistra non per ottenere soltanto la rappresentanza parlamentare, ma perché si è cimentata con un'analisi comune, condivisa, da cui ripartire. Non la fuga verso un'opposizione considerata salvifica, ma l'impegno strategico, teorico, programmatico, per individuare i “paletti” essenziali su cui lottare. Un ruolo politico, insomma, una linea politica che affidi alla sinistra la responsabilità di ricostruire un blocco sociale e di ricostruire alleanze politiche.

Rifondazione eleggerà forse Vendola segretario, se i giochi notturni al congresso di Chianciano daranno esito positivo. Ma le cose resteranno ferme. Resterà il solito partito-contenitore di ambivalenze, in cui continuano a convivere non tanto anime diverse, quanto linee diverse, totalmente diverse. Senza scegliere, senza la responsabilità di una classe dirigente che sappia guardare fori dalle proprie trincee. Identità dure a morire, non perchè oggettivamente ineliminabili, ma soltanto perchè soggettivamente necessarie o, meglio dire, utili. Gli altri, i milioni di donne e di uomini che pensano alla sinistra ma che non hanno più luogo in cui sentirsi rappresentati, resteranno impotenti. Ma, soprattutto, senza la speranza di cambiare: non è certo una bella eredità per chi verrà dopo di noi.

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