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  • 11/09/2007 Il decalogo fiscale di Veltroni (Franco Osculati - aprileonline, http://www.canisciolti.info)

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    "Tasse più basse e trasparenti. Rivoluzione in dieci mosse", così titolava "La Repubblica" di giovedì 30 agosto l'intervento di Veltroni sulla questione fiscale. Al di là dell'iperbole giornalistica, si tratta di un documento a bassa intensità tecnica che tenta di spiegare una politica non sempre divulgata e sostenuta con la dovuta chiarezza da Governo e maggioranza. Molte omissioni, e non pochi ammiccamenti, ma si può discuterne.

    Con la richiesta di tributi "trasparenti" ci si pone su una strada di coraggioso illuminismo, visto che per lunga tradizione internazionale i prelievi più facili da applicare sono quelli opachi, ovvero quelli che i contribuenti pagano senza accorgersene. Ma veniamo ai contenuti specifici del decalogo. Al numero uno compare la promessa di riduzione della pressione fiscale in misura di due punti del Pil del 2006, ovvero di circa 29,5 miliardi di euro. Nessuna obiezione di principio, ma deve essere chiaro che è un obiettivo ambizioso. Per offrire termini di paragone, si può ricordare che l'anno scorso il fabbisogno del settore statale è stato pari a 34,6 miliardi e che la spesa per investimenti del complesso di Regioni, Province e Comuni ha raggiunto i 22,8 miliardi.

    Quanto al metodo verso un simile risultato, si prevede che esso sia raggiunto "nel tempo" (campa cavallo?) e si pone l'ambigua, se non vacua, regola secondo cui "ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio". Riguardo alla spesa, si rende omaggio alle parole d'ordine del momento scrivendo che i dirigenti pubblici andranno valutati mediante "misurazione dei risultati", trascurando che questa è pratica che già dovrebbe essere in uso e che "i risultati" tecnicamente in campi come la sanità e l'assistenza non possono essere individuati se non a grandi linee. Tra le tante enunciazioni in tema di spesa pubblica, il riconoscimento dell'importanza segnaletica e quantitativa dello sfoltimento dei costi della politica non ci sarebbe stato male.

    Al punto due, si riserva alla lotta all'evasione un riconoscimento non scontato (a sentire certi discorsi che circolano al Nord anche in ambienti di centro-sinistra) e si richiama la necessità di utilizzare i proventi dell'evasione a vantaggio dei contribuenti onesti. Il Governo sembra orientato nella medesima direzione, ma vedremo meglio nell'imminente prossima finanziaria. Lo stesso può essere detto per il contenuto del terzo punto: semplificazione e regime forfetario per le microimprese.

    Al quarto punto, "mai e poi mai ... norme fiscali con effetti retroattivi". Giusto, se non si sarà mai in situazioni di emergenza (vedi la finanziaria del 1992), e possibile, se la sedimentazione normativa non presentasse grovigli imprevedibili. E poi attenzione perché il tema non è lontano da quello dei diritti acquisiti, per esempio in materia previdenziale, che possono essere interpretati in maniera non univoca.

    Il quinto punto tratta della fiscalità della famiglia, con la richiesta, in particolare, di un'imposta "negativa" tale da assegnare la somma di 2.500 euro ad ogni figlio (anche di contribuenti incapienti ai fini Irpef). L'idea, ovviamente, è giusta e opportuna ma essa implica non solo una riduzione di gettito ma anche un aumento di spesa. Fatti i conti, non sarà che per sorreggere il nuovo e più equo trattamento fiscale della famiglia venga buono il gettito aggiuntivo connesso con un'eventuale tassazione delle attività finanziarie al 20%?

    Sembra prossimo, già in finanziaria, uno scambio tra vari sussidi e incentivi all'attività di impresa e imposta societaria (Ires). Al sesto punto del documento di Veltroni si giudica positivamente tale ipotesi e si precisa anche la correzione desiderata dell'aliquota Ires: cinque punti. Forse, da subito, cinque punti in meno sono impossibili da accordare perché porterebbero ad un mancato gettito più ampio della ventilata riduzione di spesa. Bisogna però riconoscere che la riduzione dell'aliquota formale dell'Ires è una necessità di sistema dato l'orientamento al ribasso, dell'aliquota dell'imposta sociatria, che gli altri paesi stanno intraprendendo. (A destra come a sinistra, per così dire, la discussione politica sull'aliquota dell'Ires sarebbe facilitata se si tenesse a mente che essa viene variamente traslata vuoi sui percettori di profitto, vuoi su salari e stipendi, vuoi sui prezzi dei prodotti.)

    Non altrettanto condivisibile sembra essere quanto richiesto al punto sette: ammortamenti fiscali di favore soprattutto per le attività di ricerca e sviluppo delle imprese. Già oggi le imprese godono di generosi ammortamenti accelerati, mentre i veri progetti di ricerca e sviluppo si conducono con ampio ricorso al fattore umano. Gli stipendi dei ricercatori da un punto di vista economico sono investimenti ma dal punto di vista fiscale sono spesa corrente, che in quanto tale viene "spesata" nell'esercizio di erogazione (realizzando così una sorta di ammortamento totalmente accelerato).

    Ugualmente non si può sostenere la richiesta, contenuta nel punto nove, di deducibilità dell'Irap dall'Ires. L'Irap è un tributo regionale e, quindi, con esso entrano in gioco i principi del federalismo fiscale che, per l'appunto, richiedono alle imposte di un determinato livello di governo di non incidere sulle entrate fiscali degli altri livelli di governo. Quanto contenuto al punto dieci, ancora sul federalismo fiscale, non suscita particolare interesse perché fotografa l'esistente. Appare invece promettente e impegnativo il punto otto, che parla di restituzione del drenaggio fiscale e di altri possibili accorgimenti per alleviare la questione salariale.

    Riguardo all'aspetto della partecipazione dei lavoratori ai guadagni di produttività aziendali, forse si potrebbe mettere allo studio l'introduzione di una normativa, come quella francese, che rende i lavoratori necessariamente partecipi dei profitti. Sfortunatamente, sebbene si riconosca che il prelievo sul lavoro sia eccessivo, dal documento di Veltroni non ricaviamo specifiche indicazioni su come superare il problema della copertura dei pur necessari sgravi.

    Complessivamente, l'intervento del probabile futuro leader del Pd trascura o non sottolinea a sufficienza che il prelievo fiscale per essere meglio accettato deve essere giusto, cioè ripartito secondo i canoni della progressività richiamati dalla Costituzione. Ma è lontano dalla destra, che vorrebbe sempre e comunque una riduzione della pressione fiscale per "affamare" lo Stato, essendo una favola che solo dalla riduzione delle aliquote nasce per gli evasori l'incentivo a pagare. Ancora una volta, a ben vedere, ci accorgiamo che la politica fiscale non consente ricette a buon mercato.

    Franco Osculati - aprileonline

  • 14/09/2007 Archivio I costi della politica italiana
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