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  • 02/02/2006 Il Progetto della Borsa Petrolifera Iraniana - La Borsa Petrolifera Iraniana accelererà il Crollo dell’Impero Americano (Krassimi Petrov. Ph D.)

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    Ogni stato nazionale impone le tasse ai propri cittadini, mentre ogni impero le impone agli altri stati nazionali. La storia degli imperi del passato, da quello greco e romano, a quello ottomano e britannico, ci insegna che il fondamento economico degli imperi è rappresentato dal sistema di tassazione imposto alle altre nazioni. Un impero può pretendere la riscossione delle tasse in virtù della sua maggiore solidità economica e quindi della sua superiore forza militare. Una parte delle tasse dei sudditi servono a migliorare le condizioni di vita dell’impero; l’altra parte va a rafforzare il dominio militare necessario per assicurarsi la riscossione delle tasse.
    Nel corso della storia, le tasse imposte alle nazioni sottomesse potevano prendere forme diverse - di solito si trattava di oro e di argento, laddove questi metalli erano considerati monete di scambio, ma anche di schiavi, di soldati, di raccolti, di bestiame, o di altre risorse agricole o naturali, in base alle esigenze economiche dell’impero e alle possibilità degli Stati sudditi. Storicamente, la tassazione imperiale è sempre stata di tipo diretto: lo Stato suddito consegnava i beni economici direttamente all’impero.

    Nel 20° secolo, per la prima volta nella storia, l’America è riuscita a tassare il mondo in modo indiretto, attraverso l’inflazione. A differenza di tutti gli imperi precedenti, non ha imposto il pagamento delle tasse in modo diretto, ma ha distribuito la propria valuta fiat [cartamoneta statale non convertibile], il dollaro statunitense, alle altre nazioni, in cambio di merci, con l’intento di provocare l’inflazione e la svalutazione di quei dollari e di far corrispondere poi ad ogni dollaro un numero inferiore di beni economici - la differenza così ottenuta equivale alla tassa imperiale degli Stati Uniti. Ecco come è avvenuto tutto ciò.

    All’inizio del 20° secolo, l’economia statunitense iniziò a dominare l’economia mondiale. Il dollaro statunitense era legato all’oro, affinché il prezzo del dollaro non aumentasse né diminuisse, ma rimanesse corrispondente alla stessa quantità di oro. La Grande Depressione, con la precedente inflazione verificatasi dal 1921 al 1929 ed il successivo deficit del governo che aveva speculato al rialzo, aveva sostanzialmente aumentato la quantità di valuta in circolazione, rendendo così impossibile la convertibilità dei dollari statunitensi in oro. Tutto ciò indusse nel 1932 Roosevelt a sganciare il dollaro dall’oro. Fino ad allora gli Stati Uniti avevano dominato l’economia mondiale, ma come forza economica e non ancora come forza imperialista. Il valore fisso del dollaro non avevo permesso agli Americani di trarre vantaggi economici dagli altri Paesi che venivano riforniti di dollari convertibili in oro.

    Dal punto di vista economico, l’impero americano è nato con Bretton Woods nel 1945. Non era possibile convertire completamente il dollaro americano in oro, ma lo si poteva convertire in oro soltanto per i governi stranieri. In tal modo il dollaro venne riconosciuto come valuta di riserva del mondo. Questo fu possibile perché durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano fornito i loro alleati di provviste, richiedendo l’oro come mezzo di pagamento, accumulando così significative percentuali dell’oro mondiale. Un impero non sarebbe stato possibile se, dopo l’accordo di Bretton Woods, le riserve di dollari fossero stati limitate e proporzionate alla disponibilità di oro, in modo da poter convertire tutti i dollari in oro. Ma la politica “burro e cannoni” degli anni Sessanta fu di tipo imperialista: le riserve di dollari vennero incessantemente incrementate per finanziare il Vietnam e il programma Great Society del presidente Lyndon B. Johnson. La maggior parte di quei dollari vennero consegnati agli stranieri in cambio di beni economici, senza la possibilità di poterli poi ripagare per lo stesso valore. L’aumento delle riserve di dollari da parte degli stranieri con il deficit commerciale persistente degli Stati Uniti fu l’equivalente di una tassa – più o meno come la classica tassa dell’inflazione che un Paese impone ai propri cittadini, questa volta una tassa dell’inflazione che gli Stati Uniti imponevano sul resto del mondo.

    Negli anni 1970-1971 le nazioni straniere pretesero che i loro dollari venissero convertiti in oro, ma il 15 agosto 1971 il governo degli Stati Uniti venne meno al pagamento. Mentre la versione ufficiale parlava di "sganciare il dollaro dall’oro", in realtà il rifiuto di convertire in oro equivaleva ad una dichiarazione di bancarotta del governo degli Stati Uniti. In pratica gli Stati Uniti si auto-proclamavano un impero. Essi avevano spillato un’enorme quantità di beni economici dal resto del mondo, senza avere alcuna intenzione né la possibilità di restituirli, ed il mondo restava impotente a guardare – il mondo era stato tassato e non poteva farci niente.

    Da questo momento in poi, per sostenere l’impero americano e continuare a tassare il resto del mondo, gli Stati Uniti dovevano costringere il mondo a continuare ad accettare i dollari sempre più deprezzati in cambio di beni economici e far sì che il mondo possedesse un numero sempre crescente di questi dollari svalutati. Si doveva però dare al mondo una motivazione economica per far sì che si accumulassero queste riserve di dollari,e la ragione fu il petrolio.

    Nel 1971, man mano che diventava sempre più chiaro che il governo degli Stati Uniti non sarebbe stato in grado di convertire i suoi dollari in oro, esso stipulò un accordo inviolabile negli anni 1972-73 con l’Arabia Saudita per appoggiare il potere della Casa di Saud in cambio della promessa che essi avrebbero accettato soltanto dollari statunitensi in cambio del loro petrolio. Anche il resto dell’OPEC seguì l’esempio, accettando soltanto dollari. Dato che il mondo doveva acquistare il petrolio dai Paesi arabi produttori, ecco quindi trovata la ragione per indurre a conservare i dollari come moneta di pagamento per il petrolio. E dato che il mondo aveva bisogno di sempre crescenti quantità di petrolio ad un prezzo sempre più alto, la domanda mondiale di dollari sarebbe potuta soltanto aumentare. Anche se non sarebbe stato più possibile convertire i dollari in oro, adesso essi erano convertibili in petrolio.

    La sostanza economica di tale accordo consisteva nel fatto che in tal modo il dollaro aveva come garanzia il petrolio. Fino a quando le cose sarebbero rimaste così, il mondo avrebbe dovuto accumulare un numero sempre crescente di dollari, per poter comprare il petrolio. Fino a quando il dollaro restava l’unica moneta di pagamento consentita per comprare il petrolio, il suo predominio globale sarebbe stato assicurato e l’impero americano avrebbe potuto continuare a tassare il resto del mondo. Se ora, per una qualche ragione, il dollaro perdesse la garanzia del petrolio, l’impero americano cesserebbe di esistere. Così, la sopravvivenza dell’impero ha imposto che il petrolio venga venduto soltanto in cambio di dollari. Inoltre ha preteso che le riserve di petrolio si trovino distribuite presso stati sovrani tra loro diversi non abbastanza potenti né dal punto di vista politico né da quello militare tanto da poter esigere monete diverse per il pagamento del loro petrolio. Se qualcuno richiedesse una diversa forma di pagamento, lo si dovrebbe persuadere a cambiare idea, sia con la pressione politica che con i mezzi militari.

    Colui che infatti ha preteso di essere pagato in euro per il suo petrolio è stato proprio Saddam Hussein nel 2000. All’inizio, la sua richiesta era stata considerata ridicola, poi accolta con noncuranza, ma quando è apparso chiaro che Saddam faceva sul serio, si è esercitata la pressione politica per fargli cambiare idea. Quando altri Paesi, come l’Iran, hanno espresso la volontà di farsi pagare con altre valute, in particolare con l’euro e lo yen, il pericolo per il dollaro è allora diventato imminente, e si è passati a considerare un’azione punitiva. La Shock-and-Awe [la strategia militare “colpisci e terrorizza”] di Bush in Iraq non aveva niente a che vedere con gli armamenti nucleari di Saddam, né con la difesa dei diritti umani, né col desiderio di diffondere la democrazia, e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i campi di petrolio; si trattava invece di salvaguardare il dollaro, ergo salvaguardare l’impero americano. Si trattava di dare un esempio a chiunque pretendesse il pagamento in valute diverse dal dollaro statunitense, mostrando come un tal gesto sarebbe stato punito.

    In molti hanno criticato Bush per avere mosso guerra contro l’Iraq allo scopo di conquistare i campi di petrolio iracheni. Ma questi critici non riescono a spiegare il motivo per cui Bush dovrebbe volere impossessarsi di quei campi – a lui basterebbe semplicemente stampare dollari senza preoccuparsi di niente ed usarli per prendersi tutto il petrolio del mondo che vuole. Deve avere avuto qualche altro motivo per invadere l’Iraq.

    La storia insegna che un impero dovrebbe andare in guerra per una delle seguenti ragioni: (1) per auto-difesa o (2) per ricavare dei benefici dalla guerra; altrimenti, come Paul Kennedy illustra nella sua opera magistrale The Rise and Fall of the Great Powers (“Ascesa e declino delle grandi potenze” Garzanti Libri 1999) , un eccessivo sforzo militare prosciugherebbe le sue risorse economiche, accelerandone la caduta. Dal punto di vista economico, affinché un impero intraprenda e conduca una guerra, sulla bilancia i benefici ottenuti devono avere un peso maggiore rispetto ai costi militari e sociali richiesti. I benefici ricavabili dai campi di petrolio iracheni difficilmente valgono i costi a lungo termine di una guerra pluriennale. Invece, Bush deve essere andato in guerra contro l’Iraq per difendere il suo impero. Infatti, proprio questo è il caso: due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso l’Iraq, il programma Oil for Food venne terminato, i conti iracheni in euro vennero cambiati subito di nuovo in dollari ed il petrolio venne venduto ancora una volta soltanto in dollari statunitensi. Il mondo non poteva più comprare il petrolio dall’Iraq in euro. La supremazia globale del dollaro venne ancora una volta ristabilita. Bush scese vittorioso da un caccia dichiarando che la missione era stata compiuta - egli aveva difeso con successo il dollaro statunitense, e quindi l’impero americano.

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