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  • 23/01/2006 Giovanni Pico della Mirandola (Marco Sommaria, dal libro “Ribelli: 1000-2000 un lungo millennio”)

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    In contrapposizione con la concezione che si fonda sull'esigenza religiosa dell'animo umano, nell'Italia del Quattrocento si sviluppa un grande movimento culturale che rivaluta la figura dell'uomo nel mondo: si passa dalla centralità di un dogma religioso a quella dell'essere umano.
    Questo movimento umanistico è pluridisciplinare. Si occupa di architettura, arte, letteratura, politica, scienza, storia e altro ancora. E’ quasi esclusivamente laico e si sviluppa soprattutto a Firenze. In questo periodo si riscoprono i classici greci e latini; opere finalmente ripulite dalle interpretazioni forzate e dagli errori di trascrizione dei manoscritti compiuti in precedenza. Da questa riscoperta si rivalutano i valori laici e mondani della vita: la riaffermazione della responsabilità e del libero arbitrio di ogni individuo, che va a sostituire la casualità capricciosa della fortuna; la valorizzazione della bellezza e funzionalità del corpo umano, anche come fonte di piacere fisico da tempo colpevolizzato dall'ideologia la celebrazione della vita attiva.

    Nella prima metà del Quattrocento si afferma un Umanesimo civile. Durante questi anni gli umanisti partecipano attivamente alla gestione della politica di Firenze - nelle altre città non è possibile, vista l'affermazione delle signorie. Invece, nella seconda metà del secolo - quando s'impone la signoria dei Medici - prende vita un Umanesimo filosofico. Al secondo filone di questo movimento culturale appartiene Giovanni Pico della Mirandola. 
    Giovanni nasce da famiglia principesca nel castello dei signori di Mirandola e Concordia, a Modena, nel 1463. Rivela precocemente una straordinaria capacità di apprendere. Studia diritto canonico a Bologna, ma a quattordici anni lo abbandona per filosofia e lingue. Una carriera folgorante lo porta a Firenze, Padova, Parigi e Firenze.

    Scrive Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae (1486), in cui espone il suo pensiero filosofico costituito da 900 tesi tratte da fonti eterogenee. Prepara l’opera per un convegno che vuole organizzare con i dotti dell'epoca. Il suo scopo è quello di giungere ad una universale concordia fra tutte le filosofie e religioni. Progetto che, però, va in fumo a causa dell'intervento di Papa Innocenzo VIII. Infatti, una Commissione nominata apposta dal pontefice per giudicare le tesi pichiane arriva alla conclusione che sette sono offensive o eretiche e sei infondate. 
    Innocenzo, per non sbagliarsi, vieta la stampa e la lettura di tutte. Il filosofo difende la sua posizione, ma è costretto a fuggire in Francia per evitare la persecuzione ecclesiastica. Il papa, una volta avuta la notizia dell'allontanamento di Pico, diffonde la notizia della condanna delle sue tesi e ne ordina l'arresto - cosa che avviene dalle parti di Lione. La prigionia, grazie alle sue amicizie fiorentine, dura solo un mese.

    Su invito di Lorenzo de Medici detto il Magnifico, si stabilisce definitivamente a Firenze.
    Denuncia il degrado a cui è giunto l'umanesimo a lui contemporaneo. Il suo saggio De hominis dignitate (la dignità dell'uomo) è considerato un manifesto dell'Umanesimo. Pico immagina che Dio, dopo aver creato il mondo e i suoi abitanti, pensa di dar vita all'uomo - culmine della sua opera - senza destinargli un ambiente preciso. E’ l'uomo, completamente libero di scegliere, che deve trovarsi una collocazione di proprio gradimento. Scrive: “Perciò assunse l'uomo come opera di natura indefinita e postolo nel centro dell'universo così gli parlò: "Né determinata sede, né un aspetto tuo peculiare, né alcuna prerogativa tua propria ti diedi, o Adamo, affinché quella sede, quell'aspetto, quelle prerogative che tu stesso avrai desiderato, secondo il tuo volere e la tua libera persuasione tu abbia e possieda. La definita natura degli altri esseri è costretta entro leggi da me stabilite, immutabili; tu, non costretto da nessun limitato confine, definirai la tua stessa natura secondo la tua libera volontà, nel cui potere ti ho posto.
    Ti ho collocato al centro dell'universo affinché più comodamente, guardandoti attorno, tu veda ciò che esiste in esso. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché tu, quasi libero e sovrano creatore di te stesso, ti plasmi secondo la forma che preferirai. Potrai degenerare verso gli esseri inferiori, che sono i bruti, potrai, seguendo l'impulso dell'anima tua, rigenerarti nelle cose superiori, cioè in quelle divine".

    Ad un mondo naturale governato da leggi immutabili stabilite da Dio si contrappone l'essere umano, che ha facoltà di decidere se scadere a livello dei bruti oppure fondere il proprio spirito con quello divino. Per Pico della Mirandola l'uomo non ha una sua natura, ma può realizzarla con l'azione. Quindi, può crescere. migliorare, trasformare il mondo e se stesso senza limiti. E insieme l'evoluzione umana.
    Negli ultimi anni della sua breve vita si scaglia contro gli astrologi che fanno derivare gli eventi dagli influssi astrali. Qui Pico vede distrutta ogni possibile libertà umana da lui sempre sostenuta. Probabilmente la stessa cosa che provo io quando faccio zapping sulle TV locali. Per contro è favorevole alla magia, nella quale vede per l'uomo uno strumento di controllo della natura.
    Nel 1493 papa Alessandro VI, succeduto a Innocenzo VIII, assolve Pico da ogni nota di eresia.
    Dopo tredici giorni di febbri misteriose e dolorose - per cui si parlerà di un possibile avvelenamento Giovanni Pico muore nel convento fiorentino di San Marco. E’ il 1494.
    Poco prima della sua morte si era avvicinato alla predicazione di Girolamo Savonarola.
    Curiosità: la sua memoria era tale che dopo la lettura di un poema poteva recitarlo anche cominciando dal suo ultimo versetto.

    Nel 1492, in una lettera a suo nipote, ha scritto: "Quante molestie, ansie, affanni si trovino per ottenere il favore dei principi, per conciliarsi la benevolenza dei pari, per andare a caccia di onori, son cose che meglio io posso imparare da te che non insegnarti, io che fin da ragazzo ho appreso a vivere contento dei miei libri, del mio riposo e, standomene appartato, non sospiro e non cerco nulla fuori di me


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