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  • 24/02/2009 Ombre sulla previdenza (Elsa Fornero, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il presidente di Confindustria chiede al governo di lasciare il Tfr dei lavoratori presso le imprese, apparentemente una proposta ragionevole in tempi di stretta creditizia. Ancor più grave è la sospensione del metodo contributivo decisa per i dipendenti della Camera. Due fatti che lanciano un messaggio sbagliato, con il rischio di allontanare i lavoratori dai fondi pensione e, di conseguenza, da una decorosa integrazione alla pensione pubblica. Il pericolo è un ripudio del metodo contributivo, l'unico compatibile con la sostenibilità finanziaria del sistema.

    Due fatti recenti, apparentemente di scarso peso e tra loro scollegati, ma in realtà importanti e interconnessi, gettano ombre pesanti sul futuro del nostro sistema pensionistico.
    Il primo è la richiesta avanzata al governo dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, di lasciare il Tfr presso le imprese, in un momento in cui hanno gravi difficoltà a ottenere credito. Il secondo, più inquietante, è la sospensione del metodo contributivo di calcolo delle pensioni per i dipendenti della Camera. (1).

    SE IL TFR TORNA IN AZIENDA

    Cominciamo dalla proposta Marcegaglia. Scaturisce da un provvedimento della legge Finanziaria per il 2007 sul trasferimento del (flusso di) Tfr a fondo pensione mediante la clausola del silenzio-assenso. In base a questa clausola, che si applicò nel primo semestre di quell’anno, se il lavoratore intendeva evitare il trasferimento del Tfr doveva dichiararlo espressamente. Altrimenti, cioè in caso di silenzio del lavoratore, il Tfr sarebbe stato devoluto a un fondo pensione occupazionale o, in sua mancanza, di altro tipo. In quell’occasione, forse anche per evitare pressioni sui dipendenti, fu altresì deciso di sottrarre in ogni caso il Tfr alla disponibilità delle imprese – con l’eccezione di quelle con meno di 50 dipendenti – e di devolverlo invece all’Inps, presso il quale venne istituito un apposito Fondo, deputato proprio alla gestione del trattamento di fine rapporto dei dipendenti del settore privato. Qualcuno osservò, forse senza eccessiva malizia, che in ogni caso i flussi di cassa dell’Inps, e quindi indirettamente del Tesoro, ne avrebbero tratto sicuro giovamento, essendo il Tfr considerato un’entrata e non registrandosi invece, per effetto della gestione a ripartizione, il debito futuro nei confronti dei lavoratori. 
    Sono queste le risorse finanziarie, stimabili in 5-6 miliardi di euro, che il presidente di Confindustria chiede siano ora “restituite” alle imprese. Tra i due “litiganti” normalmente il terzo gode; non in questo caso, però. Il “terzo” è il lavoratore che, attraverso la devoluzione del Tfr, dovrebbe alimentare il proprio risparmio pensionistico, destinato all’età anziana.
    Certo, oggi, in piena crisi finanziaria nessuno osa promuovere i fondi pensione e il tasso di rendimento garantito dal Tfr non è facilmente replicabile dai mercati finanziari. L’ottica del risparmio previdenziale, però, non è, e non può essere, quella del breve periodo. Meno che mai quella di un breve periodo dominato dalla crisi e dalla sfiducia. In questo senso, la proposta Marcegaglia sottende un messaggio sbagliato, ossia che il Tfr sia destinato a rimanere tale e che quindi la prospettiva previdenziale sia da dimenticare, almeno per il momento (e fino a quando?). Si rovescia cioè l’impostazione corretta, che è quella della gestione del risparmio di lungo termine, per concentrarsi sull’utilizzatore di breve periodo dei fondi.
    Questo messaggio rischia di allontanare ulteriormente i lavoratori dai fondi pensione e, di conseguenza, di lasciarli esposti al rischio di una inadeguata accumulazione per l’età anziana. A oggi sono ancora relativamente pochi i lavoratori che aderiscono ai fondi, e quelli che lo fanno contribuiscono in misura insufficiente a precostituirsi una decorosa integrazione alla pensione pubblica. Anziché mandare messaggi negativi sarebbe opportuno affrontare il tema di come rafforzare le protezioni a favore dei lavoratori nel comparto dei fondi pensione, che la crisi finanziaria rende non meno, ma anzi più necessari. È urgente che se ne affrontino i rischi, oggi generalmente addossati agli stessi lavoratori, perché la formula del contributo definito adottata dalla previdenza complementare del nostro paese non prevede garanzie di sorta. Occorrerebbe discutere di come mitigare i rischi, ben sapendo che le garanzie costano, sia che siano offerte dal mercato (nel qual caso si riduce il rendimento netto), sia che siano pubbliche, nel qual caso il loro onere ricade sulla collettività.

    METODO ED ECCEZIONI

    Ancor più negativo è il secondo fatto, ossia la sospensione del metodo contributivo per i dipendenti della Camera. A parte gli aspetti giuridici (di costituzionalità?) sulla disparità di trattamento, il provvedimento assesta un colpo devastante alla riforma del 1995 e al metodo contributivo che ne era l’elemento fondante. Il metodo non fu infatti introdotto per “fare cassa”, riducendo l’importo delle pensioni, ma per porre fine al vecchio vizio di scaricare oneri sulle generazioni future e per abolire gli inaccettabili privilegi del vecchio sistema retributivo, attraverso l’ancoraggio a un principio di uniformità nel calcolo delle pensioni. Anche questo provvedimento, quasi insignificante in cifra assoluta, sottende però una pericolosa lesione del metodo contributivo, aprendo la strada ad altre eccezioni e forse a un vero e proprio ripudio. Il contributivo rimane però l’unico metodo veramente compatibile con la sostenibilità finanziaria del sistema, e perciò con la stabilizzazione del debito implicito rappresentato dalla ripartizione. Che si creino, a opera del Parlamento, isole di privilegio è inaccettabile in sé, ma il danno in questo caso potrebbe essere davvero incalcolabile, se dovesse condurre a ripudiare nei fatti una riforma partita ormai tre lustri or sono e non ancora concretamente applicata. Torneremmo a una logica redistributiva, fatta non tanto per proteggere i più deboli, ma per concedere vantaggi ai più fortunati, e ciò aprirebbe la strada a pericolose rincorse.
    Vi sono molte correzioni che si potrebbero utilmente apportare per migliorare il sistema previdenziale, sia nella componente pubblica sia in quella complementare privata. Proporre invece misure che potrebbero rappresentare un’involuzione, anche se apparentemente ragionevoli come nel caso della proposta di Confindustria, è davvero poco saggio.

    (1) Il fatto è citato in un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di venerdì 19 febbraio 2009.

    http://www.lavoce.info

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