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12/03/2007 Contributivo tuttora incompreso (Sandro Gronchi, http://www.lavoce.info)

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La scelta che, da inizio anno, i lavoratori dipendenti del settore privato devono affrontare, è più articolata di quanto possa sembrare.
Per i lavoratori non iscritti a fondi pensione, e sono la stragrande maggioranza, circa 11 milioni su 12, le possibilità tra cui optare sono almeno quattro:

1) lasciare il Tfr in azienda;
2) versare il solo Tfr a una forma pensionistica complementare opportunamente scelta (conferimento esplicito);
3) aderire al fondo pensione contrattuale versando il Tfr e la propria quota contributiva;
4) non esprimersi e quindi conferire il Tfr in modo tacito dal 1° luglio 2007 al fondo pensione di riferimento: un fondo contrattuale o, in mancanza, il Fondo residuale a capitalizzazione chiamato FondInps.

I quattro casi


 
 

 

Senza revisione dei coefficienti, il modello contributivo non avrebbe più ragion d’essere. Ciò nonostante, si sta facendo molta fatica per portare a casa la prima revisione, vitale per la praticabilità delle successive. È possibile che, alla fine, ci si riesca con molte contropartite fra cui l’adeguamento delle pensioni in essere. Ma lo scambio fra revisione e adeguamento non può essere ridotto ai termini semplicisticamente ipotizzati.

 

Prima pensione versus indicizzazione

 

In ogni sistema pensionistico si pone, a parità di spesa, la scelta del profilo temporale della rendita. I profili piatti possono permettersi partenze più alte. Come dire: indicizzazioni più avare, ad esempio che garantiscono il recupero parziale o totale dell’inflazione, fanno spazio a tassi di sostituzione (prima pensione/ultimo salario) più generosi.
Tuttavia, i profili piatti sono rischiosi per l’equilibrio finanziario dei sistemi a ripartizione in quanto generano pensioni d’annata, cioè differenziate per anno di decorrenza. Col tempo, il fenomeno può assumere dimensioni originariamente insospettate dal sindacato in sede negoziale e indurre quest’ultimo a ‘recedere dal contratto’ rivendicando adeguamenti. Perciò i governi dovrebbero propendere per ‘accordi’ in cui il trade-off fra l’indicizzazione e il tasso di sostituzione sia risolto a favore della prima.
In ‘ambiente contributivo’ i profili possono essere disegnati in modo rigoroso. Per spiegare come, occorre ricordare che il sistema a ripartizione è ivi concepito come una banca virtuale che a ciascun lavoratore intesta un conto corrente personale in cui vengono prima depositati i contributi e poi prelevate le pensioni. I prelievi sono ammessi nel limite dei depositi (aumentati degli interessi) così da garantire la corrispettività. È dimostrato che quest’ultima si tira dietro la sostenibilità e cioè garantisce l’uguaglianza (tendenziale) fra la somma dei contributi depositati in un anno dai lavoratori e la somma delle pensioni nello stesso anno prelevate dai pensionati. In realtà, il teorema vale a una condizione tanto sufficiente quanto necessaria: che la banca virtuale remuneri i conti personali con un interesse uguale alla crescita economica. Perciò è chiamata ‘interesse sostenibile’.
Il modello contributivo accredita l’interesse sostenibile sia ai lavoratori (i cui saldi di conto corrente crescono in ragione dei contributi depositati) sia ai pensionati (i cui saldi calano in ragione delle pensioni prelevate). Per i lavoratori, l’accredito non produce effetti visibili prima del pensionamento: solo allora determina un montante contributivo (saldo finale) superiore alla somma dei contributi consentendo la liquidazione di una pensione più generosa. Per i pensionati, invece, l’accredito dell’interesse sostenibile produce effetti immediati sotto forma di indicizzazione della rendita in godimento.
Tutto ciò premesso, parte dell’interesse sostenibile spettante dopo il pensionamento può essere ‘pagato in anticipo’. Quando questo non accada, il coefficiente di conversione è, mi sia consentita l’approssimazione, il reciproco della durata della rendita. Infatti, la pensione deve risultare dalla divisione del montante contributivo per gli anni che restano da vivere al pensionato e al suo superstite. Nel caso di specie, invece, il coefficiente è maggiore per dar conto che, sugli stessi anni, va spalmato non solo il montante ma anche l’interesse prepagato. La corrispettività e il pareggio di bilancio restano impregiudicati se l’anticipazione è poi dedotta dalla indicizzazione (per non pagarla due volte). In conclusione, l’anticipazione di una parte dell’interesse sostenibile spettante al pensionato si configura come lo strumento per governare il profilo temporale della rendita: anticipazioni maggiori generano pensioni inizialmente più elevate ma a crescita più lenta.

 

La scelta svedese e l’errore italiano

 

La scelta del profilo può essere fatta centralmente dal legislatore, oppure demandata ai lavoratori. La riforma italiana accolse la prima opzione. In particolare fu scelto, sia pure in forma reticente e confusa, di prepagare 1,5 punti allo scopo di garantire pensioni contributive non troppo diverse da quelle retributive. Con le stesse finalità, la riforma contributiva svedese, entrata in vigore nel 1998, decise di prepagare 1,6 punti.
Pur in presenza di scelte analoghe, solo l’Italia dimenticò di adottare un’indicizzazione coerente. Infatti, alle pensioni contributive fu estesa l’indicizzazione ai prezzi in essere per quelle retributive. La correzione dell’errore implicherebbe, nel periodo transitorio, l’adozione di una ‘indicizzazione duale’, cioè la coesistenza di due diverse indicizzazioni: l’una (interesse sostenibile diminuito di 1,5 punti) riservata alle pensioni contributive, compresa la componente contributiva delle pensioni miste; e l’altra (inflazione) riservata alle pensioni retributive, compresa la componente retributiva delle pensioni miste.
L’insostenibilità sociale del doppio regime è l’obiezione che, nel 1995, fu sollevata da esponenti del governo quando, da consulente, indicai la necessità che le pensioni contributive avessero un appropriato regime di indicizzazione. Due anni dopo lo stesso problema si pose in Svezia dove fu ragionevolmente risolto con una scelta opposta a quella italiana: l’indicizzazione propria delle pensioni contributive, pari all’interesse sostenibile diminuito di 1,6 punti, fu estesa a quelle retributive così da evitare che, dopo il periodo transitorio, il sistema riformato resti dotato di un’indicizzazione estranea alle sue logiche. L’Italia dovrebbe ugualmente evitare un esito così paradossale anche valutando, in alternativa alla soluzione svedese, la possibilità di dualizzare l’indicizzazione. L’attuale fase congiunturale potrebbe favorire lo scopo, visto che l’indicizzazione ‛contributiva’ supererebbe l’inflazione.

 

L’odierna richiesta

 

Nello scenario descritto, viene calata la richiesta di adeguare le pensioni in essere che, sganciate dai salari nel 1992, si sono tanto più impoverite rispetto ad essi (nonostante la moderazione salariale) quanto più lontana nel tempo è la loro decorrenza. L’adeguamento a beneficio delle pensioni di oggi sembra curiosamente richiesto in contropartita della revisione dei coefficienti, destinata a tagliare ulteriormente le pensioni di domani.
Sebbene riduttiva rispetto alla complessità delle questioni ricordate, la richiesta di adeguamento è almeno istruttiva dimostrando, ancora una volta, che le pensioni d’annata sono socialmente intollerabili. Lo sono perfino nell’attuale fase di cambiamento in cui anche quelle di più lontana decorrenza restano privilegiate rispetto alle pensioni che, in un futuro ormai prossimo, saranno liquidate con la formula contributiva. Di tale intolleranza si dovrebbe prendere atto. In ambiente contributivo lo si può fare in un modo soltanto: riducendo, o azzerando, gli 1,5 punti attualmente anticipati. La conseguenza sarebbe una seconda riduzione dei coefficienti più rilevante di quella, ancora pendente, deputata a dar conto dell’accresciuta longevità.

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