TuttoTrading.it

05/01/2007 Chi vuole mandare le donne in pensione più tardi (Giuliano Cazzola, www.lavoce.info)

Ricerca personalizzata
GIOCHI GIOCATTOLI
Articoli da regalo
Attività creative
Bambole e accessori
Bestseller generali
Burattini e tetrini
Calendari dell' avvento
Collezionabili
Costruzioni
Elettronica per bambini
Giocattoli da collezione
Giocattoli prima infanzia
Elettronica per bambini
GIOCHI GIOCATTOLI
Giocattoli da collezione
Giocattoli prima infanzia
Giochi di imitazione
Giochi da tavola
Giochi educativi
Modellismi
Peluche
Personaggi Giocattolo
Puzzle
Sport Giochi Aperto
Strumenti Musicali
Veicoli

Nell’ambito del dibattito senza fine (e, sovente, pure senza capo né coda) che accompagna l’affaire pensioni, ha fatto capolino una proposta che non ha alcuna concreta possibilità di trovare posto in una legge di riordino (vista la posizione contraria dei sindacati), ma che merita alcune considerazioni ulteriori rispetto a quelle svolte fino ad ora. Si tratta dell’elevazione graduale dell’età pensionabile di vecchiaia delle donne, in vista dell’equiparazione alle regole previste per gli uomini. L’ipotesi, insieme a tante altre, è contenuta in un documento riservato predisposto dall’Inps ed inviato al ministro del Lavoro allo scopo di suggerire un pacchetto di misure compensative del c.d. superamento dello "scalone" (la norma che prevede l’elevazione - da 57 a 60 anni - dell’età minima per conseguire il trattamento di anzianità a partire dal 1° gennaio 2008) che, a regime nel 2011, è in grado di procurare una riduzione di spesa pari a 9 miliardi di euro. Così, il graduale incremento (da 60 a 62-63 anni) del requisito anagrafico di vecchiaia delle donne, in un mix con altri provvedimenti, sarebbe in grado di recuperare parte del minor risparmio derivante dal ripristino del limite di 57 anni (le cronache di palazzo sostengono che la Cgil era disponibile ad arrivare a 58, ma prima delle proteste dei lavoratori Fiat) per il trattamento di anzianità, magari accompagnato da un (inutile ed inefficace, ad avviso di chi scrive) sistema di incentivazione.

____________________________________________________________________

Possibili nuovi requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia delle donne (dipendenti ed autonomi)

 

Dal 1° gennaio 2008 al 31.12.2013 61 anni

Dal 1° gennaio 2014 62 anni

 

____________________________________________________________________

Effetti dell’ipotesi di innalzamento graduale a 62 anni del requisito minimo di età per la pensione di vecchiaia delle donne (importi in milioni di euro correnti)

FPLD e Gestioni lavoratori autonomi (rate di pensione)

 

2008

2009

2010

2011

2012

2013

2014

2015

2020

2025

2030

2035*

2040*

2045*

2050*

- 488

- 974

- 959

-990

- 963

- 973

-1.587

-2.187

-2.480

-2.856

-1.671

+1.450

+4.601

+4.773

+3.192

*l’inversione di tendenza è da attribuire agli effetti della maggiore età pensionabile nel calcolo contributivo

____________________________________________________________________

 

2. In astratto, l’elevazione del requisito anagrafico per le lavoratrici potrebbe sembrare corretta in considerazione dell’aspettativa di vita delle donne che è maggiore di quella degli uomini. Nella maggioranza dei sistemi europei l’età pensionabile è ormai equiparata per uomini e donne. Nel modello contributivo, prefigurato dalla riforma Dini del 1995, il problema era stato risolto con un’unica scala di pensionamento flessibile in un range compreso tra 57 e 65 anni, a cui corrispondevano dei coefficienti di trasformazione finalizzati (anche attraverso la revisione periodica) ad incentivare la permanenza al lavoro e a penalizzare l’esodo prematuro. La legge n.243/2004 ha in parte manomesso tale impostazione, che il Governo Prodi intende ripristinare. Il problema, però, si pone nel prossimo decennio durante il quale i nuovi pensionati di anzianità si avvarranno ancora delle regole del metodo retributivo, con i vantaggi che ne derivano. Secondo le valutazioni della Commissione Brambilla che nel 2001 ha compiuto il monitoraggio della legge Dini, un lavoratore dipendente privato che vada in pensione di anzianità a 58 anni l’anno prossimo, avrà coperto col proprio montante contributivo soltanto 15,4 anni rispetto ad tempo di vita residua (e di riscossione dell’assegno pensionistico) di 25,3 anni. Nel caso di un lavoratore autonomo di quella stessa età, la differenza è quasi di 20 anni. Nel 2015 lo scostamento sarà rispettivamente di 8,1 e di 13,8 anni. E’ su quanto rimane della fase di transizione, allora, che occorre agire. Del resto è su questo punto che si concentra tutta l’asprezza del dibattito politico e sindacale. Chi scrive è dell’avviso che un intervento sull’età di vecchiaia delle donne in cambio di un ripristino dei 57 anni per l’anzianità, sarebbe un errore. E non certamente a causa dei soliti ragionamenti (peraltro non privi di fondamento) che si fanno in questi casi e che riguardano la particolare condizione della donna nel lavoro e nella famiglia. Una norma siffatta introdurrebbe soltanto un tasso di iniquità più elevato nel sistema unicamente da un punto di vista previdenziale, almeno nel settore privato dipendente e autonomo, dove è assolutamente minoritario il numero delle lavoratrici in grado di maturare, in conseguenza delle loro storie lavorative, i requisiti contributivi (35 anni di versamenti) indispensabili per aver diritto alla pensione di anzianità. E’ più agevole per le donne varcare la soglia dei 60 anni di età ed accedere al trattamento di vecchiaia (per il quale bastano 20 anni di contributi). Senza innalzare i limiti dell’anzianità, dunque, si determinerebbe il paradosso per cui gli uomini andrebbero in pensione a 57-58 anni (potendo raggiungere, entro quella soglia, i relativi requisiti contributivi), mentre le donne dovrebbero attendere i 62-63.

 

3. Nel FPLD -Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti- (al netto degli ex fondi incorporati) le pensioni anticipate vigenti nel 2006, in numero di 1.482.811, sono erogate agli uomini mentre 313.558 vengono corrisposte alle donne. Tra gli ex gestioni incorporate è clamoroso il dato dell’anzianità dell’ex Inpdai: 57.736 maschi e 1.213 femmine. Nel caso degli artigiani si tratta di 468.708 prestazioni di anzianità riservate agli uomini contro appena 37.021 alle donne. Nella gestione dei commercianti vi sono 221.750 trattamenti di anzianità per i maschi e 46.601 per le femmine. Per i coltivatori diretti i rapporti di genere sono meno squilibrati (324.995 maschi e 151.725 femmine), ma pur sempre evidenti. In generale, non è solo una questione di stock: anno dopo anno le nuove pensioni liquidate alle lavoratrici sono circa un quarto di quelle degli uomini, se non ancora meno. Tutto il contrario accade nel caso della vecchiaia dove hanno una netta prevalenza i trattamenti al femminile. Nel FPLD sono 2.243.839 le pensioni di vecchiaia corrisposte a donne contro 1.509.225 a uomini (sono inclusi i prepensionamenti). Nella gestione dei coltivatori 478.023 trattamenti riguardano le donne contro 142.621 riservate agli uomini. Negli artigiani sono rispettivamente 232.735 contro 190.375 e negli esercenti attività commerciali 386.211 contro 183.613.

 

INPS: Pensioni vigenti al 1° gennaio 2006

Fondo pensioni lavoratori dipendenti

  Maschi Femmine Totale
Vecchiaia e prepensionamenti 1.509.225 (40,2%) 2.243.839 (59,8%) 3.753.064
Anzianità 1.482.811 (82,5%) 313.558 (17,5%) 1.796.369

 

Coltivatori diretti (Cdcm)

  Maschi Femmine Totale
Vecchiaia 142.621 478.023 620.644
Anzianità 324.995 151.725 476.720

Artigiani

  Maschi Femmine Totale
Vecchiaia 190.375 232.735 423.110
Anzianità 468.708 37.021 505.729

Commercianti

  Maschi Femmine Totale
Vecchiaia 183.613 386.211 569.824
Anzianità 221.750 46.601 268.351

 

Fonte: Indicazioni di carattere statistico (allegate al Bilancio preventivo Inps per il 2007)

 

4. Che fare, dunque ? La via da seguire sembra essere una sola, anche nel caso in cui il Governo insista per rivedere lo "scalone". Sia pure raggiungendoli in un arco di tempo più lungo devono restare confermati i limiti finali per l’età minima, previsti dalla riforma Maroni: 61/62 per i dipendenti e 62/63 per gli autonomi. In questo modo si risolverebbe anche la questione dell’età delle donne. Del resto, il Governo ha rovesciato la frittata: i minori tagli di spesa derivanti dal "superamento" dello scalone sono stati recuperati sul lato delle entrate. Dalla sventagliata di incrementi contributivi, stabiliti nella Finanziaria, entreranno, nel 2007, nelle casse del sistema pensionistico la bellezza di 5,5 miliardi (e rotti) in più.

  • Archivio TFR
  • Ricerca personalizzata
    LIBRI
    Adolescenti Ragazzi
    Arte Musica
    Bestseller Generali
    Biografie
    Consultazione ed Informaz.
    Diritto
    Economia e Business
    Fantascienza
    Fantasy
    Fumetti e
    Gialli e Thriller
    Hobbi e Tempo Libero
    Horror
    Humor
    Informatica e Internet
    Letteratura
    Libri altre lingue
    Libri inglese
    Libri bambini
    Lingue linguistica
    Narrativa
    Politica
    Religione
    Romanzi rosa
    Salute Benessere
    Scienze Medicina
    Self-Help
    Società Scienze Sociali
    Sport
    Storia
    Viaggi

     Questo sito
  • Home
  • Mappa sito
  • Contatti
    VAI ALLA MAPPA DEL SITO