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24/11/2004 Una Bussola nella Jungla dei Fondi (Carlo Favero, www.lavoce.info)

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    Il risparmiatore investe in fondi azionari nell’ambito della decisione globale di allocazione del suo capitale. Per decidere in maniera ottimale, è fondamentale capire rischi e opportunità offerte dai vari fondi.

    Centomila euro da investire

    Supponiamo che un investitore, dopo aver considerato il suo tenore di vita, le sue prospettive per il futuro, il suo reddito da lavoro, le sue proprietà immobiliari, abbia deciso di impiegare centomila euro in un fondo azionario europeo che investa in azioni a larga capitalizzazione.
    Si noti che questa scelta ci proietta immediatamente a uno stadio molto avanzato del processo di allocazione di portafoglio e quindi delimita in maniera precisa, ma notevole, il campo di interesse del nostro contributo.
    Quali sono gli elementi utili per scegliere tra gli innumerevoli fondi presenti sul mercato?
    Da dove cominciamo? La tentazione è quella di recarsi presso la propria banca e chiedere. Questa scelta è molto limitante: le banche italiane in generale hanno nel loro gruppo una società di gestione e offrono ai clienti esclusivamente i fondi gestiti dalle loro società. Per avere una valutazione più completa, gratuita (e disinteressata) è meglio partire consultando il sito www.morningstar.it che permette di analizzare comparativamente l’intero universo dei fondi di investimento presenti sul mercato.
    A titolo di esempio, se cliccate su "Fund Selector" e impostate tra i parametri di ricerca nel campo "Categoria Morningstar" "Azionario Euro Large Cap", lasciando liberi tutti gli altri parametri, vengono selezionati duecentonovantadue fondi.

    Cos’è il benchmark

    Il punto di partenza ovvio per la valutazione dei fondi sono i loro rendimenti e il loro rischio.
    Per facilitarne la valutazione da parte del potenziale acquirente, ogni fondo è obbligato a indicare con precisione un "benchmark", un paniere di riferimento, solitamente costituito da uno o più indici generali di mercato.
    Il suo ruolo fondamentale è indicare il rischio e il rendimento della cui responsabilità il gestore si sente sollevato nei confronti dell’acquirente. Ipotizziamo di aver investito in un fondo azionario europeo, che ha come benchmark l’indice generale dei mercati europei, per il periodo 2000-2005. In questo periodo il benchmark ha avuto l’andamento riportato nella figura 1.

    Dunque, nell’arco di tempo 2000-2005 il gestore si è sollevato dalle responsabilità delle perdite per un ammontare del 29 per cento. Dal suo punto di vista, il risultato della gestione è positivo a cominciare da perdite inferiori al 29 per cento.
    Il benchmark è utile per capire il rischio dell’investimento: il nostro investitore che ha 100mila euro nel fondo azionario accetta di tollerare fluttuazioni giornaliere fino al 3 per cento dell’ammontare totale investito. Tale è infatti la volatilità dei rendimenti giornalieri del benchmark.
    Ma c’è un fatto importante che non è comunemente percepito dagli investitori, ed è illustrato nella figura 2.

    Il rendimento totale dell’investimento azionario è ottenuto sommando alle variazioni dei prezzi i dividendi percepiti dal possessore delle azioni. Esistono però due tipi di indici: gli indici che considerano solo le variazioni di prezzo nel calcolare i rendimenti e gli indici che sommano alle variazioni di prezzo i dividendi (noti come "total return index"). Ovviamente i rendimenti calcolati sugli indici che includono i dividendi sono superiori a quelli sugli indici che li escludono.
    La figura 2 illustra come nel caso dell’indice europeo riferito al periodo 2000-2005 tale differenza sia pari circa al 10 per cento.
    La pratica comune dell’industria dei fondi in Italia è quella di escludere i dividendi dal benchmark. Il risultato è che un gestore che ha replicato esattamente il benchmark nel periodo 2000-2005 si presenta al cliente illustrando una performance migliore rispetto al benchmark pari a circa il 10 per cento.
    Incidentalmente, questa pratica "disinvolta" diventa ancor più tale se i fondi hanno commissioni di performance e se tali commissioni sono proporzionali all’eccesso di rendimento rispetto a un benchmark che non contiene i dividendi.
    Una volta compreso il ruolo del benchmark, è immediato analizzare la performance passata dei vari fondi considerando il rendimento dei fondi (al netto delle commissioni) e quello del benchmark. Il sito Morningstar considera per tutti i fondi della stessa categoria un benchmark comune, appunto l’indice Msci Euro.
    Tra i duecentonovantadue fondi considerati, negli ultimi cinque anni il rendimento più elevato registrato è stato pari al 31,5 per cento (con una deviazione standard del 13,2 per cento) mentre il rendimento più basso è stato del -61,4 per cento (con una deviazione standard del 13,9 per cento)
    A questo punto, la questione fondamentale diventa capire quanto la performance passata di ogni fondo in termini di rischio e rendimento è stata determinata dal caso piuttosto che da fattori sistematici legati all’abilità del gestore. Ciò determina la rilevanza del passato per la nostra scelta.
    Nessuno infatti desidera pagare commissioni di gestione a un gestore solo perché è stato fortunato, senza avere nessuna garanzia che potrà continuare a esserlo nel futuro. Ma di questo ci occuperemo in un prossimo articolo

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