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24/11/2005 Tfr, impariamo dalla Svezia (Tito Boeri e Agar Brugiavini, www.lavoce.info)

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    Sono pochi i lavoratori oggi intenzionati a trasferire il Tfr ai fondi pensione. Allo stato attuale sembrerebbe non più di uno su cinque. Come documentato da una recente indagine dell’Isae anche gli indecisi sono in larga parte a conoscenza del principio del silenzio-assenso; è difficile perciò che aderiscano tacitamente ai fondi pensione. Il decreto che il Governo deve varare al Consiglio dei ministri del 10 novembre, pena la decadenza delle delega concessagli dal Parlamento, dovrà riuscire a convincerli. Ma la bozza di decreto attuativo presentata dal Roberto Maroni al Consiglio dei ministri del 5 ottobre, e oggi difesa a spada tratta dal ministro, ha un solo fine: chiudere in qualche modo la partita prima delle elezioni, anche a costo di garantire a banche, imprese e sindacati concessioni che dovranno essere pagate a caro prezzo dai contribuenti. Si lasciano in secondo piano le esigenze dei lavoratori che sono innanzitutto quelle di poter avere a disposizione un’ampia offerta di schemi previdenziali, con bassi costi amministrativi, nell’ambito della quale scegliere sapendo di poter un domani cambiare idea senza venire per questo penalizzati.

    La portabilità come incentivo a trasferire il tfr ai fondi pensione

    È questo dell’assenza di penalità quando si cambia idea una condizione essenziale perché il trasferimento del Tfr ai fondi pensione sia un successo. Se ci sono costi elevati nello spostare il Tfr da un fondo all’altro, può risultare conveniente per il lavoratore tenere tutto presso l’azienda, sperando di poter poi scegliere in modo più oculato in futuro, quando si avrà un quadro più preciso dell’offerta disponibile. Per questo imporre che i conferimenti dei datori di lavoro, stabiliti nell’ambito della contrattazione collettiva, siano ancorati ai soli fondi chiusi (si veda Ichino e Tursi) è un errore. Se il sindacato vuole stimolare flussi verso i fondi contrattuali deve mettere a frutto i vantaggi che questi hanno rispetto ai fondi individuali in termini di i) bassi costi amministrativi e ii) fiducia nei confronti di chi li gestisce.
    Oggi i lavoratori si trovano a dover scegliere in condizioni di razionalità limitata, sapendo poco sui rendimenti del Tfr, quelli della previdenza pubblica e, ancor meno, quelli dei fondi pensione. Chiedono di poter delegare queste scelte a qualcuno di cui si possano fidare, avendo la possibilità un domani di poter cambiare idea. Per questo è essenziale che il sindacato sia della partita , ma è altrettanto importante che sappia guadagnarsi fino in fondo questa fiducia "sul campo", non imponendo ai lavoratori vincoli che contrastano con la delega loro accordata. Questi vincoli potrebbero un domani ritorcersi contro lo stesso sindacato.

    Compensazioni eccessive alle imprese

    Oltre a limitare la portabilità dei conferimenti tra diversi fondi pensione, la delega fa gravare sui contribuenti futuri oneri crescenti. A regime 600 milioni all’anno dovranno essere destinati a misure di compensazione alle imprese coinvolte nello smobilizzo del Tfr.
    Basta fare due calcoli per capire che i costi derivanti dallo smobilizzo sono molto più bassi. Con un tasso di inflazione al 2,2 per cento, il Tfr comporta un rendimento del 3,15 per cento. Le imprese hanno oggi accesso al credito bancario a tassi di poco superiori al 5 per cento. Quindi, tenendo conto del fatto che i maggiori oneri per le imprese siano pari a circa il 2 per cento del capitale smobilizzato verso il Tfr, e anche prendendo per buone le stime del Governo che (ottimisticamente) prevedono che a regime il 35 per cento (per i lavoratori senior) e il 55 per cento (per gli assunti dal 1996) del flusso di Tfr venga trasferito ai fondi pensione, si ottengono oneri per le imprese non superiori ai 60 milioni il primo anno, 130 il secondo anno e 200 nel 2008, dunque un terzo di quanto stabilito dal decreto Maroni.
    A cosa si deve questa differenza? Al fatto che il Governo prevede due tipi di misure di compensazione: sconti contributivi e l’istituzione di un fondo di garanzia sui prestiti bancari. Il Governo ha, infatti, stretto un accordo con l’Abi per garantire alle imprese accesso al credito al tasso massimo del 4,16 per cento, coprendo le banche dal rischio di default sul 100 per cento del credito erogato. Il fondo di garanzia verrà alimentato da contributi pubblici nella misura dell’11 per cento dei flussi di Tfr, molto di più di quanto parrebbe necessario alla luce dei normali tassi di sofferenza. Forse, si sono voluti scontare gli effetti perversi che la costituzione di questo fondo potrà avere sulla concessione di prestiti bancari (apertura di linee di credito anche ad imprese con un alto rischio di default, in virtù della garanzia dello stato). Se così fosse, sarebbe paradossale. Inoltre, l’operazione prefigura una possibile violazione delle norme Unione europea sugli aiuti di Stato.

     

    Le vere garanzie dello Stato

    Il ruolo dello Stato in questa operazione non deve essere quello di offrire garanzie in termini di costi massimi dell’indebitamento a imprese e banche. Non è neanche giusto che si offrano garanzie ai lavoratori in termini di rendimenti minimi. Sarebbero troppo costose e, spostando tutto il rischio sullo Stato, avrebbero effetti perversi sulle scelte di lavoratori, imprese e gestori dei fondi. Né lo Stato può essere il gestore diretto del risparmio privato previdenziale perché è troppo forte il rischio di manipolazione "politica" del risparmio accumulato e del suo collocamento.
    Lo Stato deve, invece, offrire garanzie in termini di informazioni minime ai sottoscrittori dei fondi pensione. Si tratta di fornire il bene pubblico informazione e educazione finanziaria evitando che l’operazione trasferimento del Tfr ai fondi pensione si trasformi in un raggiro di milioni di lavoratori. Il sindacato ha tutto da guadagnare da una maggiore informazione offerta ai contribuenti. Apparirebbero, infatti, evidenti a tutti i vantaggi in termini di costi amministrativi dei fondi contrattuali rispetto ai piani pensionistici individuali (Pip). Questi oggi impongono ai sottoscrittori dei costi medi di "caricamento" equivalenti ad una commissione annua del 2,4 per cento circa. (1) Per un orizzonte temporale lungo, questo costo può raggiungere fino a metà del montante conseguibile. E prendendo i dati delle relazioni Covip sul triennio 2001-4, è possibile stimare che i costi posti a carico dei sottoscrittori dei Pip siano stati in media pari al 15 per cento dei versamenti effettuati, un’enormità.

    Lo stato deve raccogliere e dirottare i flussi

    Come garantire informazioni adeguate ai contribuenti? Si può prendere come esempio la Svezia, raccogliendo il Tfr smobilizzato attraverso l’Inps e poi trasferendo queste risorse a fondi pensione scelti dal lavoratore, nell’ambito di una gamma di gestori privati accreditati. L’Inps dovrebbe poi offrire rendiconti sull’andamento delle gestioni patrimoniali assieme all’andamento della previdenza di base, mandando almeno una volta all’anno un "estratto conto previdenziale" a casa del contribuente (con aggiornamenti continui su Internet). L’estratto conto dovrebbe evidenziare la struttura dei costi di gestione e identificare benchmark adeguati per valutare la loro performance. Tutto questo permetterebbe e incentiverebbe al tempo stesso una vigilanza molto stringente sul comportamento dei fondi pensione e, quindi, pur in assenza di garanzia pubblica e in piena competitività, si potrebbe evitare il rischio di mis-selling, di un raggiro dei contribuenti come quello verificatosi nel caso inglese.


    (1) Elsa Fornero, Carolina Fugazza e Giacomo Ponzetto "Analisi comparativa dell’onerosità dei prodotti previdenziali individuali", 2003 CERP Argomenti di discussione 6/03

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