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11/07/2005 L'uovo del Tfr e la gallina dei fondi pensione (Maria Cozzolino, Michele Raitano, www.lavoce.info)

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    diffusione dei fondi pensione appaiono tuttora limitate e insufficienti a garantire un secondo livello di copertura adeguato: nell’ultimo rapporto la Covip riporta un tasso di adesione di appena il 14,5 per cento.

    Quanto costa l’attesa

    La legge delega approvata nell’estate del 2004 stabilisce che i lavoratori aderiscano ai fondi pensione, destinandovi l’intero flusso di Tfr, a meno che non richiedano esplicitamente di mantenerlo presso l’impresa (cosiddetto principio del "silenzio-assenso").
    Si tratta di una misura rilevante, che potrebbe convogliare verso i fondi pensione fino a circa dieci miliardi all’anno.  Tempi e modalità specifiche per il funzionamento del silenzio-assenso e modifiche alle regole vigenti sulla previdenza complementare, in particolare quelle fiscali e di governance, sono stati tuttavia definiti solo con il decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri il 1°luglio
    Il decreto stabilisce che entro giugno 2006 il lavoratore dovrà manifestare la volontà di mantenere il Tfr o dichiarare la forma complementare al quale destinarlo. Mentre l’adesione al fondo è irreversibile, chi sceglie per ora il Tfr, potrà successivamente modificare la propria decisione. Di fatto, il prossimo giugno non è dunque una data ultima vincolante per l’opzione. Ma l’attesa costa, anche se poco e non per tutti. L’aliquota con la quale verranno tassate le prestazioni (fissata al 15 per cento) viene, infatti, ridotta se si partecipa al fondo per più di quindici anni: di 0,3 punti percentuali per ogni anno di anzianità aggiuntivo. Il costo dell’attesa è allora nullo per i lavoratori con età elevate (50 anni e più), che non hanno un orizzonte temporale di vita lavorativa sufficiente per maturare più di quindici anni di adesione; le attese lunghe costano (fino a un massimo di 6 punti percentuali di aliquota) per i più giovani.
    Rispetto al precedente regime fiscale, progressivo, il nuovo comporta una forte regressività. Il vantaggio aumenta al crescere del reddito percepito: l’aliquota del 15 per cento va confrontata con le aliquote marginali effettive, prima applicate alle prestazioni, che vanno dal 30 al 43 per cento, a seconda dello scaglione Irpef di appartenenza.

    Una questione di credibilità

    Si tratta di un beneficio fiscale consistente che potrebbe spingere molti a optare per i fondi pensione. Ma l’incentivo riguarda principalmente la fase delle prestazioni, e dunque si basa su una promessa per il futuro, mentre l’opzione fondo è irrevocabile fin da subito. La scelta quindi sarà fortemente condizionata dalla credibilità della promessa, che purtroppo è compromessa dalla storia fiscale del nostro paese. Credibilità e aspettative sono già emerse come elementi importanti per spiegare la preferenza per il Tfr. Un’indagine Isae , effettuata nei quattro mesi successivi all’approvazione della legge delega (settembre-dicembre 2004), mostra che la netta maggioranza dei lavoratori è incerta sull’opzione (ben il 44 per cento dichiara di non essere ancora in grado di decidere) o intende mantenere il Tfr presso le imprese (il 42,2 per cento). Solo il 13,8 per cento degli intervistati dichiara di voler trasferire risorse ai fondi. (1)
    L’opzione a favore del Tfr è motivata dalla preferenza per forme di risparmio meno rischiose e più liquide. L’81 per cento di coloro che opterebbero per il Tfr giustifica la scelta con la possibilità di ricevere immediatamente l’intero montante accumulato (44,9 per cento) e la garanzia di un rendimento più sicuro (36,1 per cento).
    L’incertezza dei lavoratori è determinata in gran parte dall’assenza di informazioni che permettano di valutare la convenienza di una forma di risparmio rispetto all’altra e dall’atteggiamento di attesa dei sindacati. L’approvazione definitiva del decreto dovrebbe ridurla e indurre molti a una scelta definitiva.

    Rischi diversi

    Oltre che per un diverso trattamento fiscale, le due forme di investimento differiscono anche per profilo di rischio e rendimento e grado di liquidità. Nel caso del Tfr, il rendimento è stabilito per legge, l’aleatorietà è legata alla copertura parziale dall’inflazione, la prestazione viene interamente percepita sotto forma di capitale e il credito maturato è titolo privilegiato e garantito con un fondo Inps. Nel caso dei fondi pensione, il risparmio è soggetto alla volatilità dei mercati finanziari, al pensionamento si è vincolati a ricevere parte del beneficio come rendita e la tutela è quella generale prevista dalla normativa sul risparmio. Per rendere più attraenti canali di investimento alternativi al Tfr sembra dunque necessario agire proprio sul grado di rischio associato ai fondi e sul livello di fiducia degli operatori, considerando soprattutto gli aspetti più direttamente connessi alla tutela del risparmio. I crack finanziari hanno presumibilmente influito sul rischio attribuito ai mercati dei capitali e, di conseguenza, sulla valutazione che i lavoratori danno del rischio relativo tra le due forme di destinazione del Tfr.
    Una buona regolamentazione dei mercati finanziari e, in particolare, la sua efficacia nel garantire la tutela dei piccoli risparmiatori appare, dunque, una condizione necessaria per favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

    (1) Maria Cozzolino e Michele Raitano, "Il futuro dei fondi pensione: opportunità e scelte sulla destinazione del Tfr", in corso di pubblicazione in Documenti di Lavoro Isae, 2005


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