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  • 29/07/2004 La riforma delle pensioni e la malattia dell’ultima sigaretta ( Riccardo Faini, www.lavoce.info)

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    Abbiamo l’ennesima riforma delle pensioni. Poteva essere l’ultima della serie, ma non lo sarà. Come nella Coscienza di Zeno, sembra che chi governa abbia "la malattia dell’ultima sigaretta". Dichiara sempre che sarà l’ultima e se la fuma con grande voluttà, sapendo in cuor suo che non e’ così, che non sarà davvero l’ultima.

     

    Abbiamo già espresso su questo sito un giudizio sulla riforma Maroni-Tremonti, evidenziando le sue iniquità, chiarendo che non è una riforma strutturale, dunque non definitiva e che rischia di far lievitare la spesa previdenziale da qui al 2008 per via di fughe anticipate verso le anzianità. Il rischio di fughe è stato confermato da un sondaggio recente sulle determinanti le scelte di pensionamento (vedi Fasani), dall’andamento delle domande di pensionamento d’anzianità nell’ultimo anno e dalle voci ricorrenti di una chiusura delle finestre verso le anzianità nel 2005, che rende sempre meno credibile quella "certificazione dei diritti acquisiti" che si è voluta introdurre nella delega proprio per evitare le fughe.

     

    I lati positivi della riforma sono due: i) l'avere per il momento scongiurato un ulteriore downgrading del nostro debito pubblico e ii) lo stimolo offerto al decollo della previdenza integrativa, con il trasferimento del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) ai fondi pensione.

     

    La strada del decollo della previdenza integrativa passa attraverso i regolamenti attuativi della legge delega. Ed è un sentiero minato. Il primo ostacolo da superare è l’idea di trasferire il Tfr a gestione separata presso l’Inps, che potrebbe essere inserita nella prossima Finanziaria. Sarebbe una scelta diametralmente contraria all’idea di far decollare la previdenza integrativa. Vediamo perché.

     

    Cosa prevede la legge delega

     

    Il Tfr ha oggi una duplice funzione: da una parte, è una fonte di finanziamento per le imprese a basso costo (in periodi di inflazione superiore al 6 per cento, per fortuna un lontano ricordo, il Tfr offre un rendimento reale negativo ai lavoratori); dall’altra, si tratta di un ammortizzatore sociale, di una somma di cui poter fruire per fronteggiare congiunture negative, per esigenze di liquidita’ (ad esempio per comprare una casa a sè o ai propri figli) oppure verso la fine della propria carriera. La riforma ora approvata propone che il Tfr diventi uno strumento di previdenza integrativa, un accantonamento per la vecchiaia che possa fornire al lavoratore rendimenti da capitale gestito, anziché fissati per legge, dunque potenzialmente superiori a quelli oggi offerti dal sistema pensionistico pubblico. Giusto perché sono, dopotutto, soldi dei lavoratori. Per facilitare il passaggio del Tfr ai fondi pensione si introduce il meccanismo del silenzio assenso: a chi non dichiara di voler fare altrimenti, i nuovi accantonamenti di Tfr vengono automaticamente dirottati verso i fondi pensione.

    Perché il Tfr all’Inps è una cattiva idea

     

    Si parla ora di trasferire i flussi di Tfr rimasti presso le imprese all’Inps. L’obiettivo e’ palese: migliorare i conti pubblici, il flusso di Tfr dovrebbe essere infatti contabilizzato come un’entrata per la pubblica amministrazione. Per farne cosa? Non è chiaro.

    Secondo l’emendamento depositato in Parlamento (e poi ritirato) da due parlamentari di Forza Italia (Ferrara e Malan), l’Inps continuerà ad applicare le regole (dunque offrire i rendimenti) oggi previsti per il Tfr gestito dalle imprese. Si noti che l’Inps non ha oggi la struttura per gestire uno strumento liquido come il Tfr: bisognerà creare un’amministrazione ad hoc. Vediamo i costi dell’operazione: alti per le imprese, soprattutto di medie dimensioni, che rinunciano a una fonte importante di finanziamento; non indifferenti per i lavoratori che potrebbero trovarsi con accantonamenti meno liquidi, anche se un po’ più sicuri (oggi, in caso di fallimento di un’impresa, i lavoratori vengono considerati come i primi creditori e c'è un fondo presso il Tesoro che copre i lavoratori contro l'eventualità di perdere il Tfr, ma non si sa mai). In piu’, questa misura sarebbe la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia. E il beneficio per i conti pubblici? Significativo nel breve periodo (tre decimi di punto di PIL stimando che 1/3 del flusso non venga dirottato ai fondi pensione), ma negativo nel medio periodo in quanto si creerebbe un "debito implicito": le liquidazioni, prima o poi, dovranno essere pagate offrendo un rendimento che oggi è solo lievemente più basso di quello offerto da titoli pubblici relativamente liquidi, come i Bot. La riforma prevede inoltre non meglio definite "misure di compensazione indiretta per le imprese" il cui Tfr venisse dirottato ai fondi pensione. Queste agevolazioni andrebbero in questo caso generalizzate a tutte le imprese, riducendo i vantaggi per le casse dello Stato dell’operazione (ma anche i costi per le imprese).

     

    Un Fondo inquietante

     

    La seconda ipotesi allo studio è quella di dirottare i flussi arrivati all’Inps presso un mega-fondo a capitalizzazione che li investirebbe sui mercati finanziari. In questo modo l’Inps si accollerebbe il rischio dell’investimento, ottenendo la differenza fra il rendimento attuale del Tfr e il rendimento di mercato, secondo le linee della riforma a suo tempo proposta da Franco Modigliani. Vi sarebbero, in questo caso, gli stessi costi delle imprese e una sicura perdita di liquidità per i lavoratori (parzialmente compensata anche in questo da maggiori garanzie). Al posto dei fondi pensione privati avremmo però una creatura di natura pubblica dalla governance incerta e che potrebbe invece interferire pesantemente sulla governance delle imprese (nel giro di qualche anno gestirebbe il 10 per cento del Pil). Sul piano dei conti pubblici, si otterebbe anche qui una riduzione dell’indebitamento, ma non del debito pubblico. Infatti, l’Inps (o lo Stato) dovrebbe comunque emettere strumenti di debito per finanziare la creazione di questo fondo a capitalizzazione.

     

    C’è un ulteriore problema in questa operazione. Incentiva i Governi a scoraggiare il trasferimento del Tfr in fondi pensione da parte del lavoratore. Insomma esattamente l’opposto del principio responsabilizzante che si vorrebbe instillare nei contribuenti. Non ci stupiremmo se un domani si decidesse di applicare il silenzio-assenso al contrario: se non dici nulla, il tuo Tfr finisce all’Inps.

     

    Qualunque sia la strada scelta, rimane il fatto che il trasferimento del Tfr all’INPS porta un sollievo solo di breve periodo alla finanza pubblica. E’ una misura che invece pesera’ sui conti pubblici nel futuro quando l’INPS dovra’ erogare nuove e piu’ elevate pensioni. Ancora una volta quindi si cerca di risolvere i problemi della finanza pubblica scaricando i costi sulle gestioni future. Il nuovo ministro dell’economia che molto ha fatto nei giorni scorsi per imprimere una svolta alla gestione della politica fiscale dovrebbe essere il primo ad opporsi a questo tipo di misure.

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