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03/01/2004 Neoimperialismo (www.disinformazione.it)

Ricerca personalizzata
di Ignacio Ramonet, «Le Monde Diplomatique», Paris, n. 590
(traduzione dal francese di José F. Padova) – tratto da www.osservatoriomonopoli.it


«È un grande giorno per l’Iraq!» ha dichiarato il generale americano Jay Garner sbarcando a Bagdad bombardata e saccheggiata, come se la sua augusta apparizione significasse la fine miracolosa dei mille e un flagelli che fanno soffrire l’antica Mesopotamia. Ciò che più sbalordisce non è tanto l’indecenza del proponimento quanto il modo apatico, rassegnato, con il quale i grandi mezzi di comunicazione hanno riferito circa l’insediamento di colui che bisogna proprio definire «il proconsole degli Stati Uniti». Come se non ci fosse più alcun diritto internazionale. Come se si fosse ritornati all’epoca dei mandati (1). Come se in fin dei conti fosse normale che Washington designi un ufficiale superiore (in pensione) delle forse armate americane per governare uno Stato sovrano…
Presa senza neppure consultare i membri fantasma della «coalizione», questa decisione di nominare un ufficiale superiore per gestire un Paese vinto ricorda spiacevolmente le antiche pratiche del tempo degli imperi coloniali. Come non pensare a Clive che governa l’India, a Lord Kitchener che comanda in Sud Africa o a Lyautey che amministra il Marocco? E dire che si credeva questi abusi fossero condannati per sempre dalla morale politica e dalla storia.
Tutto questo non c’entra, ci si dice, occorre piuttosto confrontare questa «transizione in Iraq» con l’esperienza del generale Douglas McArthur in Giappone dopo il 1945.
Non è ancora più inquietante? Non c’erano volute le distruzioni atomiche delle città di Hiroshima e di Nagasaki, insomma quasi un’Apocalisse, perché l’America decidesse di nominare un generale quale amministratore di una potenza rivale vinta? In un’epoca nella quale l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) non era ancora in funzione.
Adesso l’ONU esiste, almeno in teoria (2). E l’invasione dell’Iraq da parte delle forze americane (con i loro complementi britannici) non conclude in nessun modo una qualsiasi terza o quarta guerra mondiale… A meno che il presidente George W. Bush e il suo entourage non considerino gli attentati dell’ 11 settembre 2001 come l’equivalente di un conflitto mondiale…
Certo il generale Garner ha fatto capire che questa occupazione non sarebbe eterna: «Resteremo per il tempo necessario, ha affermato, e partiremo il più rapidamente possibile (3)». Ma la storia ci insegna che questo «tempo che ci vorrà» può durare a lungo. Dopo aver invaso le Filippine e Porto Rico nel 1898, con il pretesto altruista di “liberare” quei territori e le loro popolazioni dal giogo coloniale, gli Stati Uniti passarono molto in fretta a sostituire l’antica potenza dominante. Dopo aver represso i resistenti nazionalisti, non lasciarono le Filippine che nel 1946, continuando sempre ad intervenire negli affari del nuovo Stato e sostenendo, ad ogni elezione presidenziale, il candidato di loro scelta, fra cui il dittatore Ferdinando Marcos, che rimase al potere dal 1965 al 1986… E continuano ad occupare Porto Rico… Perfino in Giappone e in Germania, cinquant’anni dopo la fine della guerra, la presenza militare americana resta imponente.
Vedendo sbarcare a Bagdad questo generale Garner e il suo gruppo di 450 amministratori, non ci si poteva impedire di pensare che gli Stati Uniti, in questa fase neo imperiale, riprendevano a loro carico quello che Rudyard Kipling ha chiamato «il fardello dell’uomo bianco». O che le grandi potenze, dal 1918, qualificavano come «missione sacra di civilizzazione», riferendosi a popoli incapaci «di dirigere sé stessi nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno (4)».
Il neo imperialismo degli Stati Uniti rinnova la concezione romana di un dominio morale – fondato sulla convinzione che libero scambio, mondializzazione e diffusione della civiltà occidentale vanno bene per tutti -ma anche militare e mediatico, esercitato su popoli considerati più o meno come inferiori (5). Dopo il rovesciamento dell’odiosa dittatura, Washington ha promesso di stabilire in Iraq una democrazia esemplare, la cui influenza, sotto l’impulso del nuovo Impero, porterà alla caduta di tutti i regimi autocratici della regione. Ivi compreso, assicura James Woolsey (6), ex direttore della CIA e vicino al presidente Bush, quelli dell’Arabia Saudita e dell’Egitto…
È credibile una simile promessa? Evidentemente no. Donald Rumsfeld, ministro della Difesa, si è d’altra parte affrettato a precisare che «Washington rifiuterà di riconoscere un regime islamico in Iraq, anche se fosse il desiderio della maggioranza degli iracheni e riflettesse il risultato delle urne (7)». È una vecchia lezione della storia: l’Impero impone la sua legge al vinto.
Tuttavia ce n’è un’altra: chi di Impero vive di Impero perisce.

(1) Inventato alla fine della guerra 1914-18, il regime del «mandato» sostituì quello del «protettorato», termine considerato dal presidente americano Woodrow Wilson come troppo colonialista…
(2) Anche se alcuni dei «falchi» più fanatici di Washington, quali Richard Perle, ne annunciano già la «caduta».
(3) El Pais, Madrid, 22 aprile 2003
(4) Cfr. Yves Lacoste, Dictionnaire de géopolitique, Flammarion, Paris, 1993, p. 964
(5) Riguardo a ciò l’atteggiamento di Francia e Germania, che si oppoenvao alla guerra contro l’Iraq, ha permesso di evitare che, in seno alle opinioni pubbliche arabe questo conflitto apparisse come l’espressione di uno «scontro di civiltà».
(6) International Herald Tribune, Paris, 8 avril 2003
(7) El Pais, op. cit.

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