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11/08/2011 Osservazioni al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani per la regione Campania (webmaster, http://movimento.napoli.it/5-stelle/)

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Considerazioni:

I.     Il Piano pone il problema dei costi di una raccolta differenziata domiciliare, di cui si teme la lievitazione. Da uno studio di Federambiente presentato alla Fiera di Ecomondo (2003) si mostra che vi è una diminuzione dei costi dei sistemi domiciliari con il superamento della % di RD del 40 % (A. Tornavacca,  M. Ricci, C. Francia, A. Stifanelli, 2003). Un ulteriore studio dell’Ecoistituto Di Faenza, che ha analizzato i dati ufficiali di 1.813 comuni della Lomabrdia e del Veneto, rivela che il costo medio del servizio con raccolta domiciliare secco/umido non solo è discretamente inferiore al corrispondente con raccolta stradale, ma addirittura è inferiore anche al servizio con raccolta senza separazione, con qualsiasi metodo venga eseguita. Inoltre afferma che il sistema di raccolta domiciliare con separazione secco/umido sotto l’aspetto economico conviene sempre, a prescindere dalla grandezza dei comuni, in rapporto a tutti gli altri sistemi, mentre la raccolta stradale tende a diventare sempre più economicamente insostenibile quanto maggiore è la grandezza dei comuni. (Comitato Scientifico dell’Ecoistituto di Faenza, 2007).

Si propone di:

A) togliere da PRGRU tutte le ambiguità relative alla raccolta minimale ed in particolare di precisare che, in ogni caso, è fortemente sconsigliato il ricorso al BRING SYSTEM mediante containers o campane prive di sorveglianza e controllo.

B) precisare le percentuali di residuo umido che si prevede siano contenute nel rifiuto residuale (secco).

Osservazione n. 5

Capitolo 6.4.1.1 – Calcolo degli indici RD, RR e RR’

A pagina 88, rigo 20, si stabilisce come obiettivo del PRGRU un indice RR’ del 70% e un indice  RR del 40%, affermando che l’indice RR non è stato fissato a valori più elevati poiché, con scenari con indici di raccolta differenziata (RD) superiori al 35%, il contributo della frazione umida sull’indice RR cresce di più rispetto a quello dei materiali riciclabili.

Considerazioni:

I.       la definizione per l’indice RR stabilita a pagina 85 non trova un’esatta corrispondenza con quanto riportato nel quadro di sintesi riportato a pagina 294. Tale discrepanza è motivo di confusione e potrebbe portare a due risultati differenti.

II.     L’obiettivo di RR del 40% risulta in contraddizione con il DOCUMENTO PROGRAMMATICO al PRGRU, in cui, a pagina 18, si stabilisce per l’indice RR come obiettivo la formula RR= 0,8*RD, entro 5 anni. Pertanto, nel caso di RD al 65% il valore RR sarebbe il 52%, contemplando una correlazione positiva tra  l’aumento di RR e quello della raccolta differenziata. Inoltre si fa notare che in tale sezione si riporta solo una formula, mentre manca tra gli obiettivi il valore assoluto di RR che si intende raggiungere.

Si propone di:

A) eliminare dal PRGRU ogni ambiguità riferita alla determinazione dell’indice RR, considerando come obiettivo minimo per l’indice RR il 52%.

B) definire all’interno del quadro di sintesi di pagina 294 anche la formula per calcolare l’indice RR’.

Osservazione n. 6

Capitolo 6.6 – Valutazioni economiche sulla fase della raccolta dei rifiuti urbani

A pagina 98, rigo 7, viene determinato il costo per la raccolta dei rifiuti al netto dei costi di smaltimento (Cts e Ctr) in euro/t da utilizzare per la successiva stima della tariffa dell’intero ciclo di gestione dello scenario supposto dal piano. Tale valore viene ottenuto utilizzando i dati ISTAT e ISPRA riferiti a euro/ab*anno, aumentati di circa il 10%. In conclusione si propone di utilizzare un valore di 222,53 euro/t per le successive stime.

Considerazioni:

I.       Non è chiaro il motivo per il quale si è scelto di prendere come riferimento i dati della regione Campania che, all’epoca (2007), aveva una RD del 13,5%, con costi di gestione dei rifiuti più alti a causa della mancanza di impianti e delle continue emergenze. A tal proposito si fa presente che nel rapporto ISPRA sui rifiuti (ed. 2010, pag. 224, tabella 5.10) il costo medio italiano per Kg di rifiuto per lo smaltimento del rifiuto differenziato, al netto dei costi Ctr, è la metà di quello della Campania. Dal rapporto ISPRA questa discrepanza viene attribuita al mancato conseguimento di economie di scala nella gestione della raccolta differenziata a causa delle basse percentuali realizzate nei comuni del Sud Italia.

II.     Il Piano non considera che il maggior costo della RD è compensato dal minor costo delle fasi a valle della raccolta differenziata (recupero e smaltimento), per cui il costo del recupero di materia dai rifiuti (tramite raccolta selettiva con porta a porta e successivo riciclaggio) è minore del costo complessivo di raccolta indifferenziata e fasi a valle di questa. Infatti nelle regioni ove le percentuali di RD si avvicinano agli obiettivi definiti dal PRGRU il costo totale per kg della gestione dei rifiuti risulta costantemente e sensibilmente inferiore a quello campano.

III.   Inoltre bisogna considerare che, all’aumentare delle percentuali di RD, si realizzano economie di scala che consentono di abbattere anche il costo di raccolta dei rifiuti differenziati (inferiore ai 14 centesimi di euro per kg nelle regioni dove si raggiungono percentuali consistenti di RD, come quelle del Centro e Nord Italia). Per questo motivo appare fuorviante che il Piano della Regione Campania suggerisca un modello di gestione della raccolta anziché un altro fondandolo su valutazioni economiche dei costi che non sembrano corrette, perché non tengono conto delle economie di scala e perché, concentrandosi solo sui costi di raccolta, non tengono conto dell’effetto complessivo che il raggiungimento di elevati livelli di RD (sia in termini quantitativi che qualitativi) ha sulla riduzione dei costi totali di gestione dei rifiuti.

Si propone di:

A) calcolare i costi partendo dai dati delle regioni che hanno percentuali di raccolta differenziata quali quelli indicati nel PRGRU.

Osservazione n. 7

Capitolo 7.10 – Considerazioni conclusive

A pagina 173, rigo 48, si afferma che un cambiamento verso scenari di conversione energetica dei rifiuti comporta un ulteriore importante beneficio: i costituenti tossici dei rifiuti organici sono completamente distrutti e mineralizzati mentre i composti inorganici sono concentrati nei residui della termovalorizzazione. L’esempio del cadmio, riportato in dettaglio per tutti gli scenari esaminati, mostra che la termovalorizzazione consente di concentrare i materiali pericolosi in limitati ammontari di residui del sistema di controllo dell’inquinamento atmosferico.

Considerazioni:

I.       Questa affermazione suggerisce che l’inquinamento atmosferico da gas di scarico operato dal termovalorizzatore sia trascurabile, ma ciò non è assolutamente vero (S. Cernuschi, M. Giugliano e S. Consonni, 2010).

II.     I gas di scarico degli inceneritori sono un’importante fonte di particolato fine e ultrafine (secondo l’APAT contribuisce per il 5-7% alle emissioni totali di PM10 in Italia). A tal proposito bisogna considerare che la massa di particolato emesso per metro cubo di effluente è una misura doppiamente fuorviante e dà una falsa impressione di sicurezza. Infatti le polveri più grossolane sono quelle meno pericolose e più pesanti, mentre quelle più pericolose sono quelle più leggere. Inoltre la concentrazione di inquinanti per metro cubo di effluente non dà ragione della quantità di inquinanti immessa nell’ambiente. Consideriamo come esempio l’inceneritore di ultima generazione Silla 2 del Piemonte. L´azienda che l`ha costruito si vanta di avere ridotto le emissioni a soli 0,14 mg/mc di fumi per le polveri, 139 mg/mc per NOx, 8,2 mg/mc per CO, 230 g/mc di CO2, 0,0003 mg/mc per il cadmio, 0,001 mg/mc per il mercurio e 0,0147 nanogrammi/mc per le diossine. Tutti valori sensibilmente sotto i limiti di legge. Poiché un inceneritore emette circa 6000 metri cubi di fumi per tonnellata di rifiuti bruciata, un inceneritore da 600.000 tonnellate di rifiuti produrrà ogni anno 3,6 miliardi di metri cubi di fumi. Moltiplicando la concentrazione per metro cubo dei vari inquinanti per 3,6 miliardi si hanno i seguenti valori:

  • polveri 504 Kg/anno
  • NOx 499.320 Kg/anno
  • CO 29.520 Kg/anno
  • CO2 840.000.000 Kg/anno
  • cadmio 1,1 Kg/anno
  • mercurio 3,6 Kg/anno
  • diossine 0,1 g/anno.

Tali quantitativi danno un contributo estremamente rilevante all’inquinamento dell’ambiente e spiegano perché tali impianti sono considerati industrie insalubri di prima categoria.

Si propone di:

A) considerare nell’elaborazione del PRGRU i rischi per la salute e per l’ambiente legati all’emissione in atmosfera dei gas di scarico e allo smaltimento delle ceneri sottili e degli altri sottoprodotti del processo.

In tale analisi si chiede di considerare gli inquinanti anche in valori assoluti per anno (t/anno), in modo da avere una visione chiara del potenziale inquinante scaturito dall’incenerimento riferito a  30 anni di funzionamento.

Osservazione n. 8

Capitolo 7.2 – Definizione dei possibili scenari futuri di gestione

A pagina 102, rigo 16, si afferma che nella scelta degli scenari da considerare sono stati esclusi tutti quei processi che non consentono di rispettare i punti n. 1, 2, 3 e 4 come specificati a pagina 101. A tale pagina, al punto 4, viene precisato che il recupero energetico consente di separare le componenti inorganiche (cloro, bromo, cadmio, piombo, ecc) consentendo un loro riutilizzo o inertizzazione ed evitando che si disperdano in ambiente o si accumulino in prodotti come quelli riciclati, raggiungendo concentrazioni pericolose.

Considerazioni:

I.       Tale assunto, essendo posto a pagina 102 in modo vincolante per la scelta dei processi, è in contraddizione con l’art. 4 comma 1 della direttiva 2008/98/CE, dove il riciclaggio viene considerato “prioritario rispetto all’incenerimento”. Inoltre, può rappresentare un disincentivo all’obiettivo della prevenzione, inteso come riduzione del contenuto di sostanze pericolose in materiali e prodotti (art. 3 comma 12, 2008/98/CE), in quanto, una volta realizzati gli inceneritori, sarà economicamente, gestionalmente e strategicamente poco vantaggioso investire in detta prevenzione.

II.     Infine tale assunto (che il recupero energetico con l’incenerimento sia la soluzione più vantaggiosa tanto per la life cycle chain, quanto per la protezione della salute umana e dell’ambiente) non è suffragato da evidenze scientifiche. Vi sono anzi numerosi studi che dimostrano che gli impianti di incenerimento producono grandi quantità di polveri fini ed ultrafini, che su tali polveri si depositano metalli e che, in tale maniera, viene potenziata l’azione patogena di detti metalli. Gli studi, inoltre, dimostrano che i filtri non riescono ad intercettare in maniera efficace le polveri più fini (per esempio i filtri a manica rimuovono solo dal 5 al 30% del PM2,5 e praticamente niente del PM0,1 (“The Health Effects of Waste Incinerators”, 4th Report of the British Society for Ecological Medicine. December 2005).

Si propone di:

A) rivedere le affermazioni sopra riportate in quanto, oltre ad essere in contraddizione con la direttiva 2008/98/CE, sono contraddette da numerose ricerche scientifiche.

Osservazione n. 9

Capitolo 7.5.4 – Trattamento termico del CDR e della frazione secca non riciclabile

Considerazioni:

I.   Si fa presente che l’incenerimento può essere preferibile alla discarica solo se è nettamente positivo il bilancio di energia fra quella recuperata ed utilizzata per usi esterni all’impianto e l’energia complessiva consumata per produrla.

Occorre quindi fare un bilancio energetico che comprenda tutte le operazioni legate direttamente o indirettamente all’impianto, correlandolo al contenuto energetico di partenza.

L’impianto consuma sia energia elettrica, sia energia termica, ricavate o dalla rete esterna di distribuzione dell’energia elettrica o da altre fonti di energia o dalla stessa energia prodotta.

Non solo, ma la costruzione dell’impianto di incenerimento comporta consumo di energia, come consuma energia l’eliminazione delle scorie e dei mezzi utilizzati a servizio dell’impianto.

Per vedere pertanto se l’incenerimento conviene, almeno sotto l’aspetto energetico, occorre che da tutta l’energia prodotta nell’intero ciclo di vita dell’impianto sia sottratta tutta l’energia consumata direttamente o indirettamente nello stesso ciclo di vita.

Sostanzialmente da una parte va calcolata:

  • l’energia elettrica prodotta ed immessa in rete
  • l’energia termica prodotta ed effettivamente utilizzata per usi esterni all’impianto
  • dall’altra va calcolata:
  • l’energia elettrica presa dalla rete esterna
  • l’energia termica introdotta dall’esterno sotto forma di carburanti o in altro modo
  • l’energia consumata per il trattamento e lo smaltimento degli scarti liquidi, solidi o gassosi derivati dall’impianto
  • l’energia consumata per costruire l’impianto
  • l’energia per demolire e smaltire l’impianto a fine vita utile
  • l’energia consumata per produrre i mezzi utilizzati a servizio dell’impianto (es. macchine per il trasporto in discarica delle ceneri) e per demolire e smaltire tali mezzi.

Il bilancio energetico legato all’incenerimento va poi rapportato al bilancio delle altre forme di trattamento, recupero e smaltimento per poter dare un giudizio di efficienza energetica.

Va da sé che se il bilancio energetico è negativo, almeno sotto l’aspetto energetico lo smaltimento tramite incenerimento perde qualsiasi motivazione, perché viene a cadere la base su cui è costruito e sostenuto: il recupero energetico.

Ma anche se tale bilancio dovesse essere basso e in particolare dovesse essere basso il rendimento energetico netto (per esempio sotto il 10%), conviene rivolgere gli sforzi verso altri metodi di gestione dei rifiuti che presentino aspetti di maggiore efficienza sotto il profilo ambientale.

Due recenti studi commissionati dal WWF del Veneto hanno messo a confronto fra loro l’efficacia energetica della riduzione, del riuso, del riciclaggio di materia, dell’incenerimento e dello smaltimento in discarica in rapporto al recupero dell’energia contenuta nei rifiuti, evidenziando che:

- il rifiuto non prodotto è sicuramente quello a maggiore efficienza energetica, perché viene evitato il 100% del consumo energetico per produrlo;

- del rifiuto riutilizzato si calcola un recupero energetico corrispondente a circa l’85%;

- il risparmio energetico derivante dal riciclaggio di materia è calcolato attorno al 45%;

- il recupero attraverso gli inceneritori a griglia di ultimo modello risulta essere al 7%;

- lo smaltimento in discarica non permette recupero, a meno della captazione di biogas.

In un secondo studio svolto su inceneritori di nuova tecnologia il recupero energetico sale al 9%.

Questi studi hanno un limite: tra i consumi energetici non vengono compresi quelli relativi alla costruzione degli impianti.

Il miglior recupero energetico consiste nella prevenzione e, a seguire, nel riuso e nel riciclaggio di materia. Il recupero energetico dell’incenerimento viene molto dopo e privilegiarlo rispetto a prevenzione, riuso e riciclaggio costituisce un vero e proprio spreco energetico.

Prevenzione, riuso e riciclo, pertanto, vanno potenziati al massimo per poter ottenere il massimo rendimento energetico.



  • 11/08/2011 Osservazioni al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani per la regione Campania PARTE I
  • 11/08/2011 Osservazioni al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani per la regione Campania PARTE III
  • 11/08/2011 Osservazioni al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani per la regione Campania PARTE IV

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