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19/09/2008 Venti di deflazione - Banche e mediazione - Crisi finanziaria (http://www.lavoce.info)

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19/09/2008 Venti di deflazione (Francesco Daveri, http://www.lavoce.info)

I consumatori italiani si preoccupano molto dell'inflazione. Invece nei prossimi mesi il pericolo da cui l'Italia e l'economia mondiale in generale dovranno guardarsi potrebbe essere la riduzione generalizzata dei prezzi.

I venti deflazionistici soffiano sulla scia del rallentamento indotto dalle restrizioni del credito seguite alla crisi dei mutui che pian piano si sta trasmettendo a tutta l'economia americana prima e poi all'Europa. Ma di deflazioni non se ne sono più viste dopo gli anni Trenta. Ed è particolarmente difficile combattere un fenomeno che non si conosce.

I prezzi sono oggi alti come non mai e la gente si mette al riparo contro i rincari. Ma tra qualche mese le cose potrebbero essere molto diverse. Potrebbe essere la deflazione, la riduzione generalizzata dei prezzi, il pericolo da cui l’Italia, ma soprattutto l’economia mondiale, potrebbe dover guardarsi. E dovrà farlo in particolare perché di deflazioni non se ne sono mai viste dopo gli anni Trenta: è quindi particolarmente difficile combattere un fenomeno che non si conosce.

INFLAZIONE FINO A OGGI

Voli aerei: +41 per cento. Pasta: +26 per cento. Gasolio: +24 per cento. Pane +12 per cento. Ecco i rincari più elevati registrati in Italia nell’agosto 2008 rispetto allo stesso mese del 2007. Per fortuna, nello stesso periodo di tempo, i prezzi delle comunicazioni, che hanno un peso ormai elevato nella spesa degli italiani, sono scesi del 4 per cento e quelli dei servizi sanitari sono rimasti fermi. Facendo la media di tutti prodotti acquistati dagli italiani, viene fuori un tasso di inflazione dei prezzi al consumo pari al 4,1 per cento, uguale a quello registrato nel luglio 2008.

Contro questi numeri, i consumatori scendono in piazza per dire “no al carovita” e chiedono al governo il blocco di prezzi e tariffe fino al giugno 2009 e sanzioni per scuole e insegnanti che non rispettino i tetti di spesa ministeriali per i libri di testo. Contro il carovita, nel cortile del consorzio agrario di via Ripamonti a Milano, decolla il Farmer market che rimarrà aperto tutti i mercoledì fino a Natale. Lunghe file di macchine per accedere al parcheggio e code alle macchine distributrici di latte fresco “un litro, un euro” e alle bancarelle.

Tutto ciò, l’inflazione, le code, le richieste di mettere tetti agli aumenti dei prezzi, tra pochi mesi, potrebbe però essere solo un ricordo del passato.

LA DEFLAZIONE

Già a partire da luglio, infatti, su molti mercati è il vento della riduzione dei prezzi, della “deflazione”, a soffiare, non quello dell’inflazione.

Quella che osserviamo nei dati di oggi è una combinazione tra le tendenze del passato (gli aumenti dei prezzi fino a luglio) e la loro discesa da luglio a oggi. Il prezzo della benzina verde è, infatti, calato del 4 per cento in agosto rispetto a un mese prima.

Se però guardiamo al suo aumento su base annua (agosto 2008 su agosto 2007) troviamo un +10 per cento. Ed è questo +10 che fa scendere in piazza i consumatori.

Lo stesso per il gasolio: il +24 per cento su base annua agosto su agosto incorpora già la riduzione del prezzo del gasolio del 5 per cento dell’agosto 2008 rispetto al luglio 2008. Lo stesso vale per praticamente tutte le altre materie prime i cui mercati hanno fatto il giro di boa e hanno cominciato a mostrare andamenti decrescenti.

La riduzione dei prezzi degli alimentari si associa a quella dei valori azionari e del mercato immobiliare, che sono cominciate molto prima e che sono però pienamente in atto in questi giorni in cui un giorno fallisce una banca con un giro d’affari di centinaia di miliardi di dollari come Lehman Brothers e un altro giorno viene salvata dalla Fed, con un’iniezione di 85 miliardi di dollari, una società di assicurazione gigante come Aig (American International Group) di cui il cittadino medio non aveva mai sentito parlare.

I venti deflazionistici sono stati portati dal rallentamento indotto nell’economia mondiale dalle restrizioni del credito dovute alla crisi dei mutui, che pian piano si sta trasmettendo al resto dell’economia americana prima e poi all’Europa.

PERCHÉ  SAREBBE UNA BRUTTA BESTIA

Se si va su Wikipedia si trova la definizione di deflazione: “il processo di riduzione generalizzata del livello generale dei prezzi”. Ma la verità è che nessuno sa esattamente cosa voglia dire la parola “deflazione”.

Chi li ha mai visti scendere i prezzi di tanti mercati tutti insieme? Nessuno che non sia nato negli anni Venti e che quindi possa ricordare i tempi della Grande Depressione, la quale peraltro si manifestò più fortemente in America e in Inghilterra che in Italia. Nel secondo dopoguerra, a fianco di qualche prezzo che scendeva (come quello dei computer o dei semiconduttori negli ultimi venticinque anni) ce ne sono stati sempre tanti altri che salivano in modo da produrre un perenne aumento del livello generale dei prezzi.

Ma le cose cambiano o almeno potrebbero essere cambiate. E, infatti, Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, in questi giorni non ha parlato del pane e della pasta. Ha invece detto preoccupato: “Attenti alla deflazione”. Di per sé, in realtà, con i livelli dei prezzi della pasta, del pane e del latte di oggi, verrebbe da dire che un po’ di deflazione farebbe solo bene. Anzi, certamente ci lamentiamo che le riduzioni del prezzo del petrolio si trasferiscano troppo lentamente sul prezzo della benzina.

Di “deflazione” ne vorremmo vedere di più. Ma la deflazione non è la riduzione del prezzo del pane e della pasta: è la riduzione di tutti i prezzi, compreso quello del lavoro, per esempio. In una situazione in cui i produttori vedono scendere i prezzi di vendita dei loro beni, per rimanere competitivi, hanno bisogno che scenda il livello dei salari, come dicono gli economisti, in termini nominali, cioè che uno stipendio che ieri era di 1.000 euro scenda a 980 euro. Non basta che rimanga fermo a 1.000. A tutto ciò il nostro sistema di relazioni industriali e, si potrebbe dire, la nostra società non è minimamente preparato.

Fanno bene in questi giorni i governatori delle banche centrali a tentare di opporsi ai venti deflazionistici salvando qui e là le istituzioni bancarie il cui fallimento metterebbe nei guai troppi consumatori e risparmiatori ignari e incolpevoli. Perché, come insegna la storia dell’economia giapponese, in stagnazione e deflazione da quindici anni a questa parte, quando entri nella sua trappola , uscirne non è tanto facile.

19/09/2008 In banca la mediazione non basta (Salvatore Bragantini, http://www.lavoce.info)

Per Mediobanca e Bpm, i temi di governance e di strategia d'impresa si ostacolano a vicenda, insolubilmente cementati dal collante dei contrasti personali e di potere. Ora sembra sia arrivata l'agognata ricomposizione delle divergenze. Resta da vedere se e come, dopo l'accordo politico, sarà possibile gestire le due banche. E soprattutto nell'ambito di quale strategia. I tecnici fanno bene il loro lavoro, nell'ambito del mandato ricevuto, ma spetta a chi ha responsabilità di conduzione di imprese affiancare alla mediazione la soluzione dei nodi di fondo.

Diceva Albert Einstein che, sentendo avvicinarsi la morte, sarebbe tornato in Svizzera, “perché là tutto avviene dieci anni dopo”. Trascurava l’Italia: mentre nel mondo crollano giganti finanziari, noi pensiamo che la mediazione sistemi tutto. Essa è sì condizione a volte necessaria, mai comunque sufficiente.

Lo ricordano i casi di Mediobanca e Banca Popolare di Milano, in cui i temi di governance e di strategia d’impresa si ostacolano a vicenda intrecciandosi, insolubilmente cementati come sono dal collante dei contrasti personali e di potere. La competenza di Piergaetano Marchetti sembra stia giungendo all’agognato risultato di ricomporre, in ambedue i casi le divergenze. Resta da vedere se e come, dopo l’accordo “politico”, sarà possibile gestire le due banche, le quali sono pur sempre anzitutto delle imprese, e soprattutto nell’ambito di quale strategia ciò possa avvenire.

IL CASO MEDIOBANCA

In Mediobanca il presidente del consiglio di sorveglianza, Cesare Geronzi, è probabilmente soddisfatto: porta a casa la fine della governance duale nella quale si sentiva ingabbiato, e il ritorno a quella tradizionale. Va tuttavia detto che i suoi poteri, almeno formalmente, dovranno essere limitati, perché le nuove norme di Banca d’Italia prescrivono per il presidente di una banca, quale che ne sia la governance, un ruolo non esecutivo.

A Mediobanca, si diceva ai suoi dì, Enrico Cuccia avrebbe comandato anche da commesso... A sua volta il management operativo, che esprimeva nel duale il consiglio di gestione e che con l’abbandono di questo temeva di vedersi ridimensionato, strappa invece la riconferma in pieno sia nel cda (che consterà di ben ventidue componenti: se non fossero, come prevedibilmente saranno, mediamente anzianotti, potrebbero venirne fuori due squadre di calcio, un derby permanente) sia nel comitato esecutivo.

In tale ultimo organo entreranno appunto i cinque dirigenti oggi presenti nel consiglio di gestione, più il presidente Geronzi e tre rappresentanti del patto di sindacato. I manager, quindi, saranno in maggioranza nel comitato esecutivo, ma non, ovviamente, nel Cda. In nessuna banca italiana il management è in maggioranza nel comitato esecutivo, dal che si vede che il ritorno alla governance tradizionale nasconde grosse novità.

C’è qualcosa di paradossale nella vicenda: fra tutte le banche che hanno optato per il duale, solo Mediobanca aveva interpretato fino in fondo e coerentemente lo spirito di tale sistema, basato sulla netta separazione, in termini di poteri e connesse responsabilità, fra gestione e sorveglianza.

Il paradosso sta nel fatto che è proprio questa circostanza a essere la causa del ritorno all’antico. Nel duale, il consiglio di gestione può (anzi deve) prendere in autonomia decisioni anche di rilievo, senza chiedere il preventivo permesso al consiglio di sorveglianza. Era questa autonomia gestionale a non andare a genio ai soci più vocalmente critici e al presidente; da qui il loro rigetto del sistema duale.

Una volta mutata la governance, la netta separazione verrà meno. Ne discende che la sostanza della partita si sta giocando, ma ancor più si giocherà, sulla gestione delle partecipazioni “strategiche” di Mediobanca, cioè Generali, Rcs e Telecom. Lo dimostra la querelle dell’ultima ora su numero e composizione del comitato che, nell’ambito del cda, si occuperà delle nomine nelle partecipate. Verosimile che la gestione strategica debba far capo al plenum del consiglio di amministrazione.

E non stupisca il termine mutuato dal linguaggio politico, qui siamo in pieno nei riti del manuale Cencelli, che d’altronde di nomine si occupava a tempo pieno. Ma non è facile capire come si possa chiedere al management di attuare, nel comitato esecutivo o nella gestione quotidiana, una strategia che, in ipotesi, non abbia condiviso e abbia quindi subito. Facile perciò prevedere che la storia sia lungi dall’essere finita.

Una banca non è un partito politico, tanto meno un governo di coalizione, si devono prendere ogni giorno decisioni operative, e conta molto più prendere quelle giuste, e attuarle in fretta senza tentennamenti, piuttosto che essere duttili e versati nelle astuzie di una permanente mediazione fra parti contrapposte. È probabile, invece, che domani incominci una guerra di trincea, il cui esito non si può prevedere.

Geronzi, come insegna il caso di Matteo Arpe in Capitalia, non è persona che lasci passare comportamenti che considera come la ribellione di persone che non sono “educate e di qualità”. D’altra parte, il management sa che un azionista importante come Unicredit non vuole il suo ridimensionamento e, soprattutto, sa che i ragazzi del mercato vedono in Geronzi il passato che blocca il futuro, e di conseguenza auspicano che proprio il management operativo assuma saldamente il controllo della situazione.

Resta sullo sfondo la questione vera, cosa debba essere, nel mondo d’oggi e ancor più di domani, Mediobanca, i cui brillanti risultati, pur in un clima fosco come l’attuale, parlano a favore del management: se possa continuare a essere insieme investment bank (oggi questa sembra una specie in estinzione, ma non fidiamoci delle apparenze) e contenitore di partecipazioni, strategiche o non strategiche.

Unicredit spinge per separare i due corpi del centauro (lasciamo stare le anime, si occupano d’altro), e forse anche il management, pur tacendo sul tema, la pensa allo stesso modo. È però difficile che Geronzi condivida queste idee e sia disposto a lasciare il pallino in mano ad altri. Ci si domanda soprattutto se Mediobanca continuerà a comandare in Generali, o accetterà di lasciarla crescere, anche a costo di essere diluita. Turbolenze in arrivo. Quanto alla distanza di braccio di Mediobaca dalla politica, essa è assicurata dall’ingresso provvidenziale della figlia del Signore nel CdA. Speriamo che la new entry entri anche- in onore di Cuccia che tanto stimava Sua Signoria- in quel Comitato per la gestione dei conflitti di interesse, che l’abbandono del duale rende necessaria in una banca come Mediobanca, che di tali conflitti è intrisa. Porterà l’expertise della Real Casa in materia.

BANCA POPOLARE MILANO

Banca Popolare di Milano (Bpm) è la grande zitella delle popolari, vorrebbe sposarsi ma non può, perché non riesce a mettere d’accordo una folla di parenti, per i quali lo sposo promesso non è mai abbastanza bello e ricco per cotanta donzella. Anche qui il professor Marchetti ha dovuto dispiegare tutta la propria sagacia tecnica, facendo la spola fra le diverse componenti della banca.

Come in ogni popolare, in Bpm vige il voto capitario (una testa, un voto), che consegna in pratica il potere a un gruppo ristretto. Se nelle altre popolari conferisce il sostanziale controllo dell’assemblea al management, in Bpm ad avvantaggiarsene sono i sindacati del personale, in attività o in pensione.

Il governatore Draghi ha più volte invitato le popolari a trovare il modo di far convivere il voto capitario con le necessità di un’impresa moderna, ma finora i suoi appelli a un’autoriforma sono caduti nel vuoto. Bpm è la dimostrazione pratica che il voto capitario, in certe condizioni, mette a rischio i processi di aggregazione, compresi quelli all’interno della categoria. Da qui la ferma posizione della Banca d’Italia, decisa a fare del caso Popolare Milano un esempio, ridimensionando un potere di veto che blocca qualsiasi proposta di aggregazione, in quanto pone come precondizione per l’accordo la perpetuazione dello status quo. Vedremo se la ricetta prescritta da Marchetti sarà accettata dai sindacati, e se soddisferà la banca centrale.

Vale per Banca Popolare Milano, però, quanto già sopra detto per Mediobanca. Resta anche qui da definire cosa voglia essere, nel mondo che confusamente si delinea, Bpm. Decidere una strategia e attuarla decisamente nel quotidiano è la vera sfida. Anch’essa, checché ne pensino i sindacati, è un’impresa, anch’essa deve uscire dalle permanenti mediazioni e lottare ogni giorno sul mercato con i concorrenti e con le avverse condizioni meteo. E la figlia del Signore non è nel Cda.

In questi giorni il sistema finanziario degli Usa affronta difficoltà senza precedenti, che stanno abbattendo nomi storici come Aig, Lehman Brothers, o Merrill Lynch: i simboli stessi del capitalismo d’oltre oceano. Rallegriamoci pure, come è giusto, perché il nostro sistema, essendosi astenuto dagli eccessi inaccettabili di quello, è esente da simili tonfi. Ma impariamo a prendere il toro per le corna, anziché continuare a illuderci che sia possibile e anzi meritorio non affrontare i problemi di fondo.

I tecnici fanno bene il loro lavoro, nell’ambito del mandato ricevuto, ma spetta a chi ha responsabilità di conduzione di imprese affiancare alla mediazione la soluzione dei nodi di fondo: altrimenti ci si comporta esattamente allo stesso modo di quel mondo politico che tanto è rampognato a parole, quanto imitato nei fatti, dai santuari del capitalismo nostrano.

17/09/2008 Crisi finanziaria, una domanda a Marco Onado (Marco Onado, http://www.lavoce.info)

Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, Lehman Brothers e Aig: nei meccanismi della finanza qualcosa è saltato. Dove bisogna cercare le cause di questa crisi senza precedenti? E come giudicare gli interventi delle autorità americane?

 "Ci sono cinque prove schiaccianti per un unico capo d’accusa: la regolamentazione finanziaria degli Stati Uniti fa acqua da tutte le parti. Come direbbe un pubblico ministero, con più atti esecutivi di un unico disegno criminoso, le autorità americane hanno alimentato la crescita più intensa della piramide di debiti che la storia finanziaria ricordi, hanno tollerato che la finanza crescesse incontrollata proprio negli aspetti più delicati dell’innovazione e hanno infine ignorato la dimensione effettiva dei rischi sopportati dagli intermediari su cui affermavano di esercitare un’occhiuta supervisione. 

Nessun paese ha una frammentazione di responsabilità fra autorità di vigilanza come gli Stati Uniti, che hanno proposto al mondo i derivati, ma continuano ad affidare la vigilanza ad un’autorità diversa dalla Sec, come quando questi contratti riguardavano il succo d’arancia e il bacon (come abbiamo imparato in “Una poltrona per due” di John Landis) non strumenti finanziari per valori complessivi di trilioni di dollari.

Nessun paese ha un sistema bancario in cui sono cadute le barriere fra banca commerciale e banca d’investimento, ma si mantengono due responsabilità separate per le due categorie di banche. Nessun paese ha tollerato in modo così smaccato che le banche formassero un vero e proprio “sistema bancario ombra” nascondendo proprie passività dirette in veicoli societari separati. Con l’aggravante per gli Stati Uniti di aver avuto lo scandalo Enron, le cui perdite erano state occultate proprio con questa tecnica.  Nessun paese ha consentito che due intermediari formalmente privati esercitassero una funzione di garanzia di un settore chiave come quello dei mutui residenziali senza un’adeguata capitalizzazione e senza una effettiva autorità di vigilanza.

Come spesso accade, chi deve fronteggiare l’emergenza non era in carica al momento  in cui sono stati creati i presupposti del disastro ed è quindi condivisibile l’apprezzamento per Bernanke e Paulson. Ma limitarsi a concepire i loro salvataggi come “atti dovuti” per evitare la catastrofe è ipocrita se non si denuncia con forza la gravità degli errori precedenti e non si invoca una riforma radicale della regolamentazione. 

E soprattutto se non si mette finalmente in discussione la leadership politica che gli Stati Uniti hanno sempre voluto esercitare in tutti i consessi internazionali della vigilanza. Le banche americane vanno con il cappello in mano dagli investitori cinesi, mentre le loro autorità continuano a pontificare nelle varie sedi. Che grande occasione politica per l’Europa, se qualcuno volesse finalmente coglierla."

Marco Onado

http://www.lavoce.info

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