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18/11/2006 Contromafie, una domanda di giustizia (Elisa Speretta – Narcomafie, www.lanuovaecologia.it)

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I testimoni si definiscono deportati dalla loro terra e abbandonati dalle istituzioni. «Che non dicano mai "Chi ce l'ha fatto fare?", la preghiera di Enza Rando di Libera agli Stati generali dell'Antimafia / di ELISA SPERETTA (Narcomafie.it)

«Che non dicano mai “chi ce l’ha fatto fare?”». È l’auspicio e la preghiera con cui Enza Rando, dell’ufficio di presidenza di Libera, ha inaugurato la giornata del gruppo di lavoro “Giuro di dire tutta la verità”, dedicata ai testimoni e ai collaboratori di giustizia. Un tema delicato e di centrale importanza, che va a toccare il prosaico (ma indispensabile) livello razionale, con il conteggio dei costi/benefici che derivano all’antimafia giudiziaria, tanto quanto il livello emotivo, con il racconto delle innumerevoli difficoltà affrontate da chi sceglie coraggiosamente di intraprendere questo percorso. Da qui, la speranza che, nonostante tutto, non se ne debbano mai pentire. Se pur fondamentale, la questione è però quasi sempre confinata alla sfera privata, mentre «è urgente – ha continuato Rando – farne oggetto di discussione pubblica». Ed ecco la sede appropriata: testimoni, avvocati, magistrati, associazionismo civile e studenti insieme, per la prima volta, a confrontarsi.
L’argomento è vastissimo e comprende due macroaree che devono essere tenute ben distinte: per “collaboratori di giustizia” si intende infatti quanti, dopo aver fatto parte o essere stati contigui a organizzazioni criminali, decidono di uscirne raccontando agli inquirenti informazioni di cui sono a conoscenza; i “testimoni di giustizia” sono invece comuni cittadini che sono stati testimoni o vittime di fatti mafiosi e che scelgono di denunciare rischiando per questo attentati o la vita stessa.

Questa distinzione è il punto più importante della legge numero 45 del 2001, arrivata dieci anni dopo la legge numero 82, che già faceva luce sulle enormi potenzialità di queste figure. Eppure questo distinguo è stato indicato da più parti come l’unico vero successo della legge 45, criticata invece sotto molti punti di vista. Il magistrato Anna Canepa, ad esempio, della procura di Genova, ha messo in luce lo spirito punitivo e una sostanziale sfiducia nello strumento dei collaboratori che sottendono la norma, quasi a voler ridimensionare il fenomeno. D’accordo con lei il magistrato Alfonso Sabella, del tribunale di Roma, che in particolare critica la poca appetibilità di una legge che, nei fatti, riduce i benefici per chi decide di collaborare e contemporaneamente gli strumenti dell’autorità giudiziaria per trarne il massimo contributo, facendo del programma di protezione «un imbuto senza via di uscita, un meccanismo che necessariamente prima o poi si intasa e si inceppa, con testimoni e collaboratori che entrano ma non riescono a uscire». D’altra parte, fa notare Massimo Mariani, funzionario della prefettura di Brindisi, il sistema, seppur imperfetto e migliorabile, ha oggi molti importanti strumenti in più, soprattutto nella flessibilità del programma di protezione offerto. Un programma che prevede il sostegno legale ed economico e nei casi più gravi lo spostamento in una località segreta e nuove generalità, ma che dovrebbe sempre sfociare in un reinserimento sociolavorativo, e dunque, come ha detto l’avvocato Pettini, nella possibilità per i testimoni di «ricominciare dal “via”, mantenendo il tenore di vita cui è stato costretto rinunciare».

È sul piano economico che si scontrano quasi sempre le istanze delle istituzione e quelle del testimone, con numerosi processi in cui le due parti, che paradossalmente dovrebbero essere alleate, si contrappongono. Ma cosa chiedono i testimoni? I molti presenti in sala lamentano veri e propri «stati di abbandono da parte delle istituzioni», non esitano a definirsi «deportati dalla loro terra», rivendicano il diritto alla libertà di movimento, la possibilità di assumere ruoli pubblici dando visibilità alle loro esperienze, di parlare liberamente ad assemblee, scuole e mass media. E, in alcuni casi, di restare nel proprio territorio: «Se noi ce ne dobbiamo andare e i mafiosi invece restano è una sconfitta dello Stato e della democrazia».

A loro risponde il magistrato Roberto Alfonso, della Procura nazionale antimafia, garantendo la disponibilità della Commissione a venire incontro ai singoli casi, ma sempre all’interno dei paletti, a volte troppo stretti, della legge. Eppure, continua Alfonso, globalmente il sistema sta funzionando.
La palla dunque passa al legislatore? Molteplici le proposte emrse nel corso della giornata, assimilabili – come ha suggerito in chiusura il magistrato Antonio Ingoia – nell’istituzione di una commissione permanente, composta da tutti i soggetti coinvolti a vario titolo e oggi qui rappresentati, da proporre alle istituzioni politiche, insieme alla sollecitazione dell’attuazione del promesso testo unico della legislazione antimafia e al miglioramento se non della legge 45, almeno dei suoi rigidi e a volte contraddittori decreti attuativi.

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