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  • 08/11/2006 La libertà sequestrata: variazioni sul medesimo tema (http://www.korazym.org/)

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    In Sardegna si scende in piazza per invocare la liberazione di Giovanni Battista Pinna, rapito il 19 settembre scorso. Si discute ancora del blocco dei beni: strategia unica e solitaria di uno Stato che oltre confine i rapiti li paga profumatamente.

    Bonorva è un paese tranquillo, nel cuore della provincia di Sassari. Un posto dove tutti si conoscono, a misura d’uomo, in cui l’allevamento, la pastorizia, l’agricoltura sono rimaste attività diffuse e necessarie alla vita delle famiglie. A Bonorva non ci sono mai stati i picchi di criminalità raggiunti altrove, anche non troppo lontano da qui, sempre in terra di Sardegna. A Bonorva sono arrivate tremila persone: arrivate per lanciare un segnale, per uscire dal coro del silenzio, per tirar fuori l’orgoglio e la voglia di ricordare a tutti che non si incatena un uomo, che non si priva un uomo della sua libertà. Che il sequestro di persona è rifiutato dalla coscienza di questo popolo.

    Giovanni Battista “Titti” Pinna è stato sequestrato il 19 settembre scorso: una richiesta di riscatto immediata, poi più il nulla. Sulla sorte dell’allevatore è calato il silenzio. Di lui non si sa più nulla, e la speranza (paradossale chiamarla speranza) è che i rapitori stiano seguendo la feroce tattica della totale assenza di notizie. Un silenzio che scava l’animo dei familiari, lo corrode nella più assoluta inconsapevolezza di ciò che sta avvenendo. Ma che – quantomeno – significa speranza: la speranza che possano ancora giungere giorni migliori.

    “Da sardo mi rifiuto di essere identificato con i sequestratori: questo è un crimine che fa male non solo a chi lo subisce, ma a tutta l’isola”: così Gianfranco Zola, uno che ha dimostrato con il tempo di essere molto più che un semplice calciatore. Le sue parole oggi sono prese a immagine dello stato d’animo di tutti gli isolani, che si ritrovano ancora una volta accomunati dal compiersi di un delitto che tante volte si è pensato di aver sconfitto una volta per tutte.

    Con l’impegno e con il risveglio di una coscienza critica collettiva, ci sono anche le domande e le polemiche. Sono quelle di chi pone sul tappeto una questione semplice dalla difficile soluzione: quale strategia lo stato debba attuare in queste situazioni. La legge prevede una sola cosa: il blocco dei beni della famiglia. Obiettivo numero uno, insomma: impedire il pagamento di un riscatto. Una risposta che secondo alcuni è giusta ed equilibrata e che invece secondo altri limita in modo chiaro le possibilità di riportare in libertà un uomo costretto alla prigionia. La verità sta comunque nel mezzo, ma nel contesto concreto di un rapimento non è possibile non avere alcuna altra carta da giocare. Uno Stato insomma non può limitarsi ad impedire il pagamento di un riscatto: deve fare di più.

    La situazione paradossale è che – in contesti senza dubbio differenti ma comunque paragonabili – lo stato italiano tratta e paga. E’ successo regolarmente, negli ultimi anni, per gli italiani rapiti in zone di guerra all’estero, in modo particolare Iraq eAfghanistan. Il nostro paese ha pagato bene la vita e la libertà dei suoi cittadini: scelta certamente legittima, probabilmente anche giusta. Il rapito all’estero si paga, si “riscatta”; il rapito dentro i confini nazionali invece no. Contesti differenti e non sovarapponibili, dicevamo, ma la sproporzione resta, con la necessità di trovare idee e strategie davvero efficaci per affiancare alla repressione anche la dovuta attenzione alla vita dell’ostaggio.

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