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03/06/2008 Intanto, a Palermo (Marco Bazzoni - Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza", http://www.antoniodipietro.it)

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Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Intanto, a Palermo'" (pag.450).

"Uno dei laboratori per sperimentare gli effetti della guerra totale alla Giustizia è la Procura di Palermo, che nel cuore degli anni Novanta ha costituito, insieme a quella di Milano, la spina nel fianco per tutti i poteri sporchi. A Milano, Tangentopoli. A Palermo, Mafiopoli. La stagione di Gian Carlo Caselli, partito volontario da Torino per Palermo all'inizio del 1993 dopo la terribile estate delle stragi, dura sei anni e mezzo: fino al luglio 1999, quando il giudice torinese si trasferisce a Roma, chiamato dal ministro della Giustizia Oliviero Diliberto a dirigere il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria). Ha programmato tutto per andasene all'indomani della sentenza del Tribunale su Andreotti. Invece un lungo sciopero degli avvocati provoca un inatteso slittamento delle udienze a dopo l'estate. Cosi l'ormai ex procuratore apprende dell'assoluzione (in primo grado, per insufficienza di prove) del suo imputato più eccellente quando già si era trasferito nella Capitale. Un'assoluzione – poi cancellata in appello e in Cassazione (Andreotti colpevole fino al 1980, ma prescritto) – che verrà usata per cancellare i successi raccolti da Caselli e dai suoi uomini e per accreditare la leggenda del “fallimento” e dunque della necessità di un'inversione di tendenza. Qualche cifra sull'attività della Procura di Palermo dal gennaio del 1993 all'estate del 1999 aiuterà a capire meglio la portata di questa campagna di disinformatija. Anzi, di “disinformafija”.
In quei sei anni e mezzo, il pool di Caselli ha sequestrato beni mafiosi per un valore di oltre 10 mila miliardi di lire. Ha sventato decine di attentati e omicidi; sequestrato un numero impressionante di arsenali con armi da guerra di ogni tipo, missili compresi; indagato 89655 persone, di cui 8826 per fatti di mafia (un decimo del totale, con buona pace di chi sostiene che furono trascurati altri delitti). Rinviati a giudizio in tutto 23850 imputati, di cui 3238 per mafia. Impossibile stilare una statistica esaustiva delle sentenze nei vari gradi di giudizio: soltanto gli ergastoli, nei processi avviati in quella stagione, sono stati 647. A questi vanno aggiunte svariate centinaia di condanne a pene inferiori, da trent'anni in giù. A volte più sentenze riguardano la stessa persona, quindi il numero dei condannati è inferiore a quello delle condanne. Ma è comunque altissimo: il più alto mai registrato nella storia di Palermo. Cosi come quello dei mafiosi, latitanti e non, catturati dalle forze dell'ordine coordinate dalla Procura, soprattutto dal pm Alfonso Sabella. La lista comprende il gotha di Cosa nostra (con l'eccezione dei soli Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro) e include tutti gli autori delle stragi del 1992 e 1993, poi processati da Caltanissetta e Firenze. A cominciare da Santino Di Matteo, che nella notte fra il 23 e il 24 ottobre 1003 inizia a collaborare davanti a Caselli, in una stanza della Dia a Roma, e in un lunghissimo interrogatorio squarcia per la prima volta il velo della strage di Caltanissetta- Pagherà un prezzo altissimo: il sequestrato e l'assassinio del figlio Giuseppe, strangolato e sciolto nell'acido.
L'elenco delle catture eccellenti in quei sei anni e mezzo fa impressione: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Vito Vitale, Mariano Tullio Troia, Carlo Greco, Nino Gioè, Gioacchino La Barbera, Santino Di Matteo, Salvatore Biondino, Vincenzo Sinacori, Filippo e Giuseppe Graviano, Raffaele Ganci con i figli Domenico e Calogero, Giuseppe e Gregorio Agrigento, Francesco Paolo Anzelmo, Mico Farinella, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Antonino Mangano, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella, Pino Guastella, Nicola Di Trapani, Salvatore Cucuzza, Giovanni Buscemi e tanti altri. Scorrendo quei nomi, un tempo terrore della Sicilia, ben si comprende perchè si parlò per qualche anno di “fine del mito dell'inafferrabilità e dell'immunità di Cosa nostra”. Alla Procura si ebbe la breve, ma netta sensazione di poter vincere la guerra. I mafiosi arrestati facevano la fila per collaborare con lo Stato. Perché lo Stato, in quel momento, appariva più forte di Cosa nostra. Poi la politica richiuse violentemente le acque del Mar Rosso. E cominciò il triste, inesorabile, eterno riflusso.

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