TuttoTrading.it

SITO

  • Home
  • Mappa
  • Contatti
  • G.Temi
  • Dividendi
  • Div.19
  • Shopping
  • Informaz.
  • Sicur.Inf.
  • Trading
  • Collezioni




    VAI ALLA MAPPA DEL SITO

    Google analytics


    eXTReMe Tracker


  • 06/02/2011 Tu vuo' fa' l' americano, Fiat possibile trasferimento negli Usa (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Ricerca personalizzata

    Le dichiarazioni dell'Ad di Fiat su un possibile trasferimento negli Usa del marchio hanno imbarazzato il Pd e il governo. Sergio Marchionne ha smentito, ma ora l'esecutivo chiede un incontro



    Il numero uno della Fiat vedrà Berlusconi, ufficialmente per chiarire i piani di Fabrica Italia (leggi l'articolo). Ma sul tavolo ci sono soprattutto le affermazioni dei giorni scorsi su una possibile fusione a stelle e strisce con Chrysler, che porterebbe il gruppo a piazzare le sue sedi negli Usa, lasciando nel Belpaese solo la manovalanza. I grandi sostenitori delle “rivoluzione” dell'amministratore delegato adesso sono in imbarazzo: ma come? Tutto il sistema di relazioni industriali si adegua alle esigenze di Fiat e lui annuncia che il centro del gruppo sarà Detroit? (leggi l'articolo di Stefano Feltri) Sacconi ha provato a spegnere l'incendio: “Mi ha spiegato che sono solo ipotesi future, senza alcun riferimento né per l'oggi né per il domani”. Possibile che a Marchionne, attento comunicatore, sia uscita una frase dal sen sfuggita? In realtà, chiusa la campagna d'Italia con la scissione in Borsa, l'accordo di Mirafiori e la vittoria nel referendum, il capo del Lingotto si è lanciato a capofitto nella sua personale offensiva americana per sedurre le banche e i sindacati in vista di futuri investitori e di un possibile ritorno in borsa del marchio (leggi l'articolo di Vittorio Malagutti)E se qualcuno da noi chiede spiegazioni, la tempesta viene placata da qualche buona frase conciliante

    06/02/2011 FIAD, Fabbrica Italiana Automobili Detroit (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Elkann e Marchionne pronti al trasloco: “La sede negli Usa”. Governo e Pd in imbarazzo, Sacconi tenta di rassicurare: "L'ad mi ha detto che non c'è nulla di deciso, la direzione resta a Torino"

    I grandi sostenitori della “rivoluzione” imposta da Sergio Marchionne adesso sono in imbarazzo: ma come, tutto il sistema delle relazioni industriali si adegua alle sue esigenze e lui annuncia che la sede del gruppo che nascerà dalla fusione tra Fiat e Chrysler sarà a Detroit? Maurizio Sacconi, il ministro del Welfare che tifava Fiat contro Fiom nella vertenza sindacale, dopo una telefonata con Marchionne riferisce una mezza smentita: “Mi ha spiegato il senso delle ipotesi formulate con esclusivo riferimento a futuri e possibili, ma assolutamente non decisi, assetti societari, senza alcun riferimento né per l’oggi né per il domani a una diversa localizzazione delle funzioni direzionali e progettuali della società”. Ma davanti al pubblico americano il capo della Fiat e della Chrysler ha detto ben altro.

    Il disagio degli entusiasti
    La notizia arriva nella tarda serata di venerdì, da uno scarno resoconto di Automotive news sulla fiera dell’auto di San Francisco: “Il gruppo Chrysler e la divisione auto della Fiat potrebbero diventare un’unica compagnia, lo ha detto l’amministratore delegato di Chrysler e Fiat, Sergio Marchionne”. Piero Fassino, candidato sindaco di Torino per il Pd, sostenitore delle ragioni dell’azienda durante il referendum a Mirafiori, commenta subito: “Credo che Marchionne debba dare un chiarimento sul senso delle sue parole”. A Susanna Camusso, della Cgil, il senso sembra già abbastanza chiaro e quindi chiede al governo di convocare i vertici Fiat. Sergio Chiamparino, il sindaco uscente di Torino, che nel Pd è sempre stato quello più allineato sulle esigenze di Marchionne, annuncia: “Il presidente John Elkann mi ha spiegato che ci saranno più centri direzionali nelle aree dove c’è una forte presenza di mercato: una a Torino per l’Europa, una Detroit per gli Usa, una in Brasile e se possibile una in Asia”. Che non è molto più rassicurante dell’annuncio americano.

    In attesa che Marchionne “chiarisca” (cosa che finora non ha mai voluto fare sui punti ambigui della sua strategia), le fonti ufficiali Fiat minimizzano ma non smentiscono: trasferire l’headquarter, come si chiama già all’americana il quartier generale, non sarebbe poi un trauma. Qualche centinaia di posti in meno, certo, ma la Fiat è già un’impresa globale e che le decisioni vengano prese a Torino o a Detroit poco importa, dicono dal Lingotto. “Ma non scherziamo, è chiaro che se la sede è in America e un domani arriva un governo democratico di Cuba che offre condizioni vantaggiose, Marchionne non ci penserebbe due volte a spostare la produzione da Torino all’Avana. L’Italia sarà alla pari della Polonia o del Brasile: una colonia”, dice un ex dirigente Fiat. Il piano industriale di Marchionne per l’Italia, in fondo, si concentra solo sul massimo utilizzo degli impianti, che ora vengono sfruttati solo al 37 per cento (anche perché produrre più auto non servirebbe, visto che la Fiat non le vende). Nessun accenno a dove si prendono le decisioni, visto che l’Italia è considerata come una grande catena di montaggio più che un sistema industriale che pensa, progetta e costruisce.

    Spostare il centro decisionale a Detroit significa accentrare lì tutte le decisioni strategiche. E questo avrebbe anche un senso visto che l’attuale struttura di Fiat-Chrysler è un po’ ridondante. “Come fai a gestire 23 persone che riferiscono a te a Detroit e altre 25 a Torino?”, si chiede Robert Kidder, presidente di Chrysler sentito dal Wall Street Journal. Più semplice condensare tutto in Michigan, usando l’Italia come reparto assemblaggio. Ma questo significa per Torino perdere tutta la parte a più alto valore aggiunto, quella che fa la differenza. Lo certifica un recente (2009) studio della Banca mondiale, “Crisi e protezione nell’industria dell’auto”. I due autori, Timothy Sturgeon e Johannes Van Biesebroeck sostengono che “la parte preponderante del lavoro di progettazione del veicolo, nella quale i concetti si traducono in componenti, rimane centralizzato o nei dintorni dei centri design che sono sorti intorno ai quartier generali delle principali imprese”. Fuori dal gergo: dove c’è il centro decisionale, lì si concentrano ingegneri, progettisti, esperti di marketing, economisti d’impresa.

    Addio alla colonia Italia
    “L’Italia è una colonia con dei problemi, se ci va bene arrivano i tedeschi dell’Ovest a mettere ordine, se va male quelli dell’Est”, diceva Gianni Agnelli ai suoi collaboratori. Alla fine è arrivato Marchionne l’americano, ma l’ordine rischia di assomigliare al famoso deserto chiamato pace di Tacito. Certo, restano alcune questioni in sospeso prima di recidere ogni legame con Torino: dal destino dell’altra metà di Fiat, il ramo camion e trattori che non si fonderà con la Chrysler, alle partecipazioni storiche come quella nel Corriere della Sera (ma ci vuole un attimo a liberarsene, anche se con pesanti minusvalenze) o la quota di controllo della Stampa. Poi, certo, bisognerebbe anche vendere qualche auto, visto che il bilancio 2010 della Chrysler è ancora in rosso di 652 milioni di dollari e quello di Fiat Auto è in utile di 600 milioni soprattutto grazie ai tassi di cambio che gonfiano i profitti brasiliani tradotti in euro.

    06/02/2011 Fiat, a giorni incontro tra Berlusconi e Marchionne (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi incontrerà nei prossimi giorni l’ad di Fiat Sergio Marchionne. Fonti di governo precisano che il giorno non è stato ancora fissato ma che all’incontro saranno presenti anche i ministri Giulio Tremonti, Paolo Romani, Maurizio Sacconi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Oggetto dell’incontro sarà lo stato di attuazione e le prospettive del progetto Fabbrica Italia e l’evoluzione dell’integrazione tra Fiat e Chrysler.

    Dopo le recenti dichiarazioni di Marchionne su una possibile fusione tra Fiat e Chrysler e sull’ipotesi dello spostamento del quartier generale del gruppo che hanno alimentato il dibattito e le polemiche di queste ore, sono proseguiti anche nella giornata di oggi i contatti tra lo stesso Marchionne e il ministro del Lavoro, Sacconi. La data dell’incontro deve ancora essere fissata perché deve tener conto degli impegni del governo e del rientro dell’ad Fiat dagli Usa.
     

    Così il capo del lingotto prova
    a sedurre banche e sindacati americani

    In questi mesi si giocano partite decisive per la casa automobilistica americana sui debiti, sui contratti di lavoro e sulla questione Borsa. Per questo l'ad Fiat ha iniziato la sua campagna mediatica per ripetere il successo di Mirafiori

    Chiusa la campagna d’Italia con la scissione in Borsa, l’accordo di Mirafiori e la successiva vittoria nel referendum, Sergio Marchionne si è lanciato a capofitto nella sua personale offensiva americana. Dichiarazioni, interviste, incontri, tv e giornali. Tutto quanto fa audience con un unico scopo: celebrare la rinascita di Chrysler, scampata al fallimento grazie ai prestiti del governo di Barack Obama e ora pronta a tornare a fasti del passato grazie alla cura targata Torino. L’estemporanea uscita di venerdì – “il quartier generale del nuovo gruppo Chrysler Fiat potrebbe essere trasferito a Detroit” – è solo una tappa di questa escalation verbale.

    Marchionne, che è un comunicatore di straordinaria abilità, non lascia nulla al caso nei suoi discorsi, nonostante gli eroici sforzi del suo ufficio stampa di far passare le parole pronunciate a San Francisco come una semplice ipotesi (tra le tante) e per di più a lunga scadenza. Insomma, nient’altro che una frase dal sen sfuggita. Non è così, ovviamente. Perchè venerdì scorso il capo del Lingotto si rivolgeva innanzitutto ai suoi interlocutori statunitensi. Attorno alla Chrysler, infatti, si sta giocando una partita di estrema importanza per il futuro della casa automobilistica. Una partita tutta americana che vede Marchionne impegnato contemporaneamente su più tavoli, tutti decisivi.

    Vediamo. Già da alcune settimane i vertici di Chrysler hanno intavolato negoziati con le banche per ottenere nuovi prestiti che vadano a sostituire i finanziamenti pubblici americani e canadese. Il gruppo di Detroit ha inoltre chiesto al governo Usa 3 miliardi di contributi per lo sviluppo di modelli ecologici. Poi c’è la questione del ritorno in Borsa, che Marchionne vorrebbe anticipare alla fine di quest’ano o al massimo all’inizio del 2012. Infine nei prossimi mesi entrerà nel vivo anche la trattativa per rinnovare il contratto di lavoro siglato con i sindacati dei lavoratori.

    Ecco perché il manager italocanadese si è messo a suonare la grancassa esaltando gli straordinari progressi della sua Chrysler. Per forza: come fare altrimenti per convincere i suoi interlocutori (creditori, investitori, dipendenti) che vale la pena fidarsi del salvatore venuto da Torino e delle sue strategie? Si spiega così l’enfasi sulla rinascita dell’azienda, mostrata pochi giorni fa in occasione del rituale incontro con gli analisti per la presentazione dei conti del 2010. E anche l’annuncio tanto strombazzato sul premio elargito agli operai. Un annuncio che può essere interpretato come un messaggio diretto agli indisciplinati sindacati italiani, ma d’altra parte sembra un incentivo al consenso rivolto alla controparte americana in vista del negoziato per il rinnovo del contratto. Vale lo stesso discorso per i numeri del bilancio 2010 e per le previsioni sui conti dei prossimi mesi.

    L’ottimismo è d’obbligo per impressionare i possibili futuri investitori nelle azioni Chrysler in vista del ritorno a Wall Street. Tutto questo anche se gli analisti più attenti, e anche una parte delle stampa americana, non hanno mancato di sottolineare anche alcune incognite che gravano sulla rimonta del gruppo, che per il momento vanta una quota del mercato Usa inferiore a quanto previsto nel piano industriale varato a novembre 2009: il 10 per cento circa contro l’11.

    Marchionne però, tira diritto all’insegna dell’ottimismo. E allora alludere al possibile trasferimento del quartier generale da Torino a Detroit può sembrare nient’altro che il tentativo di avvolgere nella bandiera a stelle e strisce un gruppo che si prepara a batter cassa al governo di Washington e alle grandi banche statunitensi. Visto da Detroit, è di gran lunga preferibile che la Fiat diventi americana piuttosto che sia Chrysler a passare sotto il controllo di un’azienda italiana che negli States non gode esattamente di una buona fama.

    Bastano poche parole, una frase buttata lì in un discorso più ampio e il gioco è fatto. La Chrysler agli americani e la Fiat pure. Certo c’è il rischio che qualcuno in Italia si preoccupi e chieda spiegazioni, ma la tempesta in un bicchier d’acqua può essere facilmente gestita con qualche dichiarazione conciliante. Così in America resterà ben vivo l’effetto patriottico del primo annuncio. Mentre dalle nostre parti tutto si cheterà. Fino alla prossima sparata.

    http://www.ilfattoquotidiano.it
    Quest'opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons

  • Archivio Liberiamo la politica dai politici
  • Archivio Lavoro
  • Ricerca personalizzata

     Questo sito
  • Home
  • Mappa sito
  • Contatti



    VAI ALLA MAPPA DEL SITO